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Dottoressa Gorla, psicoterapeuta sistemico relazionale, fondatrice del Centro Multidisciplinare KORU LAB di Cesano Maderno

Dottoressa Gorla lei è una psicoterapeuta sistemico relazionale può spiegarci cosa vuol dire?

La psicoterapia sistemico-relazionale nasce negli anni ’20 –’30   con Gregory Bateson, un antropologo che per la prima volta parla di “soggetto contestuale”, sostenendo che la personalità di ogni individuo è l’esito dei processi interattivi e delle relazioni che vive; sia la personalità che   la     soggettività hanno origine nelle relazioni con gli altri.

Per i sistemici anche la psicopatologia è un comportamento comunicativo, che si sviluppa NELLE relazioni con gli altri: l’individuo è contestuale perché esiste solo nelle sue relazioni, anche la mente non è solo nel cervello, non è solo racchiusa sotto l’epidermide, ma si estende all’esterno, alle varie relazioni che abbiamo. Il sintomo è visto come la miglior soluzione possibile trovata dalla persona, per mantenere in equilibrio il sistema.

In terapia invece dobbiamo trovare INSIEME al soggetto altre strade possibili per risolvere lo stesso problema, senza che si crei il danno provocato dal sintomo, cambiando la sua “funzione” all’interno del sistema. Per spiegarmi meglio: la terapia funziona se al cambiamento del paziente corrisponde anche un cambiamento degli altri individui che appartengono al suo sistema di appartenenza spesso identificabile nella famiglia. Spesso in terapia ci dicono: io sono cambiata e mi sono resa conto che anche mio marito è cambiato! Ecco per noi psicoterapeuti è importante avere feedback di questo genere, perché se tutto l’intero sistema si modifica vuol dire che si sta ottenendo un buon risultato. La persona che arriva da noi racconta una storia, la sua storia nella quale spesso la sua posizione all’interno del sistema non è tanto funzionale a lui o a lei, quanto agli altri membri del sistema nel quale questa persona si muove. Noi dobbiamo raccontare una storia diversa che permetta alla persona di cambiare la sua “posizione”.

La storia che co–costruiamo con il paziente è nuova: non esistono storie precostuite, non ci sono protocolli, non si sono storie fisse legate a specifiche psicopatologie, (semantiche familiari comuni sì) si costruiscono insieme alla persona, ogni volta è una storia diversa tutta da scoprire, ed è questa la meraviglia della mia professione.

La terapia sistemica passa dalla visione intrapsichica, cioè il problema NELLA persona, ad una visione che vede il problema TRA le persone, siamo tutti interconnessi e questo è essenziale perché ad ogni nostro comportamento corrisponde una reazione degli altri. Altro punto essenziale è la comunicazione, NON si può non comunicare! (Assioma Scuola di Palo Alto). Ogni nostra azione comunica in qualche modo qualcosa, anche la psicopatologia; compito del terapeuta è decodificare questo messaggio, in modo tale da trovare un modo ( diverso dal sintomo) di comunicare lo stesso problema, senza il danno che il sintomo crea al paziente.“Il paziente designato” (terminologia sistemica), per i sistemici, è solo portavoce del problema del sistema intero.

Dottoressa ci può fare un esempio che semplifichi il concetto per favore?

Esempio: arriva in terapia un ragazzo che è sempre stato molto dipendente dal contesto familiare (in particolare la madre), gli capita l’occasione buona per andare a studiare all’estero, che succede a questo punto?  Sviluppa attacchi di panico! Questi attacchi di panico permettono al ragazzo di stare fermo e non allontanarsi. Il ragazzo ha un rapporto strettissimo con la mamma, favorito anche dalle continue assenze del padre. Nel momento in cui il figlio cerca di emanciparsi, la mamma entra in crisi. Il marito assente, il figlio che ha in qualche modo sostituito la figura del padre, una seconda mancanza? Inaccettabile.  L’attacco di panico serve a mantenere in equilibrio il LORO sistema. Il figlio rimane non per sua scelta ma per una scelta diremmo esterna, inconsapevole, e questo non lede alla sua autostima e, allo stesso tempo, non rischia di rompere la relazione.

Cosa l’ha spinta a fare questo lavoro? C’è una persona in particolare che l’ha ispirata o un episodio della sua vita che le ha dato la voglia di intraprendere gli studi per svolgere questa professione?

In realtà non ho avuto l’ispirazione dalla mia famiglia, nel senso che non ho parenti psicoterapeuti. La voglia e l’interesse per questa professione è nata da me, dalla mia storia personale, ho avuto un lutto molto importante da bambina e la mia vita è stata completamente scombussolata. Ricordo che mia madre, forse per avere un po’ di conforto, mi portava ogni fine settimana con lei nel ristorante di nostri cugini; lei aiutava in cucina per ore e io passavo tutto il tempo in una sorta di studio che era in soffitta, dove mio cugino dipingeva per hobby e disegnavo, mi piaceva tantissimo.

Ho sempre amato disegnare, ma in quei momenti riuscivo veramente a far uscire tutto quello che avevo dentro, la tristezza, il dolore e la solitudine. Per questo credo che quando ho incontrato nel mio percorso professionale l’arteterapia, nella persona di Matteo Corbetta, la nostra collaborazione è stata istantanea. Da questa passione per il disegno è partita la scelta del liceo artistico; gli stimoli importanti ricevuti e le relazioni significative instaurate in quegli anni mi hanno portato ad aprirmi al mondo, alle persone. Credo che quando si vive un grande dolore si possano prendere due strade: o ci si chiude, ci si costruisce una corazza per difesa e non si permette più a nessuno di entrare, oppure ci si apre e si trasforma un vincolo in una risorsa che per me ha significato convertire il mio dolore nella voglia di poter alleviare quello degli altri. E per questo poi ho scelto di diventare psicoterapeuta.

Per quanto riguarda la scelta del tipo di psicoterapia mi ha ispirata il prof Enrico Molinari, ed è anche la persona dalla quale ho sentito parlare per la prima volta di MS, e poi ho frequentato l’EIST (Istituto Europeo di Terapia Sistemico Relazionale) di Valeria Ugazio, una terapeuta eccezionale che per me è stata una grande ispirazione per il mio modo di lavorare.

Lei è anche terapeuta EMDR può spiegarci che cosa vuol dire?

Il nostro lavoro è bello se ci lasciamo contaminare anche da altre pratiche, integrandole pur mantenendo la nostra natura, perché io sono e rimango sistemica. Sono arrivata a questa terapia leggendo, studiando. L’EMDR che ha tutto un suo protocollo strutturato non è molto vicino al mio modo di lavorare, ma sono riuscita ad adattarlo. Attraverso la terapia sistemica racconto una storia e quando trovo dei blocchi, delle incongruenze all’interno di questo racconto so che lì si trovano i target sui quali posso lavorare con l’EMDR.

Lavoro sia con i bambini che con gli adulti; a volte lavorando in modo indiretto, trattando traumi gravi o meno gravi dei genitori, sono arrivata alla risoluzione del sintomo del bambino. A volte lavoro invece direttamente con i bambini.

EMDR Desensibilizzazione e Riprocessamento attraverso i movimenti oculari, è un trattamento terapeutico che nasce in America alla fine degli anni ‘80 con Francine Shapiro , oggi è ritenuto uno delle terapie più efficaci al punto che l’OMS l’ha riconosciuto un trattamento nelle cure del trauma e dei sintomi correlati ad esso.

Dottoressa è un tema troppo importante e complesso per racchiuderlo in due parole, credo proprio che sarà l’oggetto di uno de nostri futuri articoli.

Lei si occupa di Mutismo Selettivo (dedicheremo degli articoli speciali a questo disturbo), se ricordo bene è stato proprio l’oggetto della sua tesi, da cosa è nato l’interesse per questo disturbo così poco conosciuto?

Durante alcune lezioni il Prof.  Enrico Molinari ha citato il Mutismo selettivo ho sentito queste parole: “e poi ci sono quei bambini che non riescono a parlare perché c’è l’ansia che li paralizza”, questo ha scatenato in me qualcosa di molto importante, un ricordo anzi alcune frasi che mi ripetono ancora oggi i miei parenti: oggi fai convegni ma lo sai che da piccola non parlavi con gli estranei e ti nascondevi dietro la mamma? È stato inevitabile aver voglia di approfondire e ho cominciato ad interessarmene da sola, poi quando ho detto al Prof. che avrei fatto la tesi su questo argomento lui ha approvato la mia scelta ma fu sincero anche nel dirmi che non ne sapeva molto, quindi avrei dovuto cercare, costruire tutta la tesi da sola  ho contattato il Selective Mutism Groupe ai quali ho mandato vari questionari, poi una famiglia di Ancona mi ha permesso di fare uno studio su un caso singolo e da lì è cominciata la mia formazione e dal 2000 a oggi mi sono arrivati moltissimi casi, molte famiglie ed è cambiato anche il mio modo di lavorare.

È una continua esperienza sul campo, ogni terapia è come un vestito cucito su misura per ogni bambino e ogni famiglia.

Dottoressa Gorla , pensa che sia importante organizzare seminari nelle scuole al fine di dare ai docenti e anche ai genitori la giusta informazione sul Mutismo Selettivo? Lei già lo fa  e da molto tempo.

Sì sarei felicissima di fare dei seminari nei Plessi scolastici delle scuole perché  credo fermamente che il primo lavoro da fare sia con gli insegnanti sia a livello di prevenzione, sia perché le insegnanti che sanno riconoscere da subito dei segnali di difficoltà dai sintomi dei bambini, sono quelle che per prime possono raccogliere il disagio, avvertire i genitori e attivare tutto un processo di aiuto. E poi perché gli insegnanti sono una grossa risorsa, come psicoterapeuta sistemica penso che una terapia possa avere effetti positivi se tutti lavorano come una grande orchestra, terapeuta-famiglia-insegnante,tutti sincronizzati  allineati, solo in questo modo si può fare una buona melodia.

Dottoressa Claudia Gorla

KORU LAB CENTRO MULTIDISCIPLINARE

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