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Disturbi d’ansia: mutismo selettivo a scuola

Il Mutismo Selettivo è un disturbo non molto frequente, che inizia solitamente in età pre-scolare: la caratteristica unica e principale è data dal silenzio del bambino in determinate situazioni sociali.

Immaginiamo una classe. Una classe di scuola per l’infanzia o elementare. Ma anche una classe di scuola secondaria

C’è un’alunna là in fondo, ha una postura rigida, uno sguardo diverso dagli altri, a volte sembra un cucciolo smarrito, a volte i suoi occhi fissano il vuoto, altre volte ancora invece è attentissima e ascolta con interesse. Non interviene, non alza la mano, non partecipa, forse non ride nemmeno.

Sembra che le costi fatica aprire la bocca per produrre qualsiasi suono, perfino una risata.

Non parla con l’insegnante, non parla con i suoi compagni. Non le piace lo sport, la competizione, l’agonismo. Sembra che il suo unico fine sia rendersi invisibile.

Non è autistica, non ha alcun problema di tipo fisiologico-funzionale che le impedisca di parlare.

Osserva molto, è intelligente, attenta e sensibile.

L’insegnante parla con i genitori.

I genitori descrivono un’altra bambina, ma è sempre lei, una bambina ciarliera, una macchinetta inesauribile, parlano di lei, di come legge bene, quanto sia curiosa, allegra, gioiosa.

Il sintomo, il silenzio, si chiama mutismo selettivo.

Spiega la Dottoressa Claudia Gorla, psicoterapeuta, più di 100 casi risolti:

“Il Mutismo Selettivo è un disturbo d’ansia che colpisce i bambini dalla prima infanzia, in genere quando hanno accesso al nido o alla scuola materna, in pratica quando avviene il debutto in società. Il bambino esce dal contesto famigliare e si trova a contatto per gran parte della sua giornata con persone estranee che potrebbero anche costituire una minaccia per lui.  La reazione è l’impossibilità a parlare, ma non solo, c’è anche un irrigidimento, un congelamento fisico.”

COSA FARE E NON FARE QUANDO SI HA IN CLASSE UN BAMBINO CHE SOFFRE DI MUTISMO SELETTIVO

Prima di tutto è importante sapere che il mutismo selettivo rientra nei BES.

È necessario che si lavori in totale collaborazione con la famiglia e con il psicoterapeuta che segue il bambino, senza questa collaborazione è difficile creare attorno al bambino un ambiente sereno che lo aiuti a sentirsi a suo agio, perché lo scopo principale non è far PARLARE il bambino, lo scopo principale è abbassare l’ansia.

“Il problema non è il parlare, il problema è l’ansia”. Così c’è scritto in una degli slide che mostrano le dottoresse Ius e Gorla durante le IN-FORMAZIONI sul mutismo selettivo, dei seminari organizzati in tutta Italia, e invitano genitori e insegnanti a dimenticare il silenzio del bambino. Difficilissima impresa, ma necessaria. Concentrarsi sulle capacità, ci dicono, e mettere da parte le mancanze.

Il silenzio è un sintomo. Il sintomo di un disagio che è diverso per ogni bambino, perché ogni bambino ha una sua storia, è unico e irripetibile. So che è difficile per un genitore e per un insegnante dimenticare «il silenzio», ci si sente persi, impotenti, si prova una sensazione di fallimento.  Non siamo abituati ad affrontare il silenzio. Si ha voglia di sfidare, di provare come se far parlare il bambino sia una nostra vittoria e non un suo sollievo.

Ci vuole tempo e pazienza.

Il tempo necessario al bambino per abbassare la sua ansia. Ridotta l’ansia scompare mano a mano anche il sintomo.

E la pazienza di rispettarlo questo tempo. L’ansia è una difesa naturale per affrontare i pericoli, quando il livello di soglia in cui scatta è normale. “I bambini che soffrono di Mutismo selettivo sono come quegli animali che si fingono morti per non essere catturati dai predatori”, dice la Dottoressa Gorla.

Quando la soglia è bassa, scatta anche in situazioni banali come a scuola, o in presenza di estranei, o in luoghi e ambienti nuovi ed è difficile da controllare.

La parola si blocca, si «incastra» nella gola e diventa impossibile parlare.  Si vorrebbe fortemente ma non c’è nulla da fare, non esce.

Non c’è alcuna volontà nel silenzio del bambino, non è un atteggiamento oppositivo, né un capriccio, né un dispetto nei confronti della maestra o dei suoi compagni.

Come si può pensare che un bambino o un ragazzino possa scegliere di non dire «devo andare al bagno», di non urlare al suo compagno esagitato «smettila di darmi le gomitate», di non esprimere la sua felicità, la sua contentezza per un bel voto, la sua delusione, il suo affetto a parole. Pensate a quanto deve essere forte il suo blocco per poter impedire la verbalizzazione delle sue emozioni. Il silenzio è la punta dell’iceberg, il sintomo, sotto c’è tutto il resto da risolvere, da districare.

Non fare: non sollecitate la parola. Non chiedetegli di rispondere. Non lo mettete al banco con uno “sveglio” così magari lo aiuta.  Non forzatelo a parlare.

Il bambino con mutismo selettivo non ha nessun ritardo dell’apprendimento, è un bambino come tutti gli altri. Non lo interrogate. Sostituite la prova orale con quella scritta.

Avete dubbi? Sa leggere o meno? Domandate ai genitori e poi verificate voi stessi: pronunciate la parola scritta nel libro o la frase e chiedetegli di indicarvela.

Organizzate dei piccoli gruppi in cui possa lavorare serenamente.

Nel caso dei circle time, cercate dei sistemi alternativi alla parola, invitate a raccontare verbalmente, chi ne ha voglia o per iscritto, o con un disegno.

Ci sono anche tutta una serie di accorgimenti che possono essere messi in atto a scuola (andare prima o dopo le lezioni in classe, un genitore da solo con il bambino per portare la “parola “in classe, introdurre un compagno, poi due, e infine la maestra ecc.), devono essere concordati con la psicoterapeuta, con la maestra e con il bambino stesso. Fermo restando che siamo tutti consapevoli che spesso le insegnanti hanno le mani legate a causa di autorizzazioni negate, mancanza di strutture o scarsa disponibilità.

Un consiglio che è quasi una preghiera: mai registrare la voce del bambino senza il suo consenso, prima o poi lo scoprirebbe e perdereste la sua fiducia.

Dal mutismo selettivo si guarisce, questa è la bella notizia. Se la diagnosi è precoce, se il riconoscimento del sintomo avviene in tempi brevi, la risoluzione avviene in tempi anche abbastanza veloci. Altrimenti ci vuole il tempo necessario al bambino.

Per bambini al di sotto dei 6 anni normalmente gli psicoterapeuti lavorano con le insegnanti e i genitori senza nemmeno vedere i bambini. Per bambini più grandi invece c’è un incontro diretto con lo psicoterapeuta.

A volte il mutismo selettivo perdura e accompagna l’adolescenza e ancora oltre, in questi casi cambia tutto, non si possono applicare le stesse tecniche a scuola o a casa usate per i bambini più piccoli, accanto alle problematiche tipiche di quest’età si aggiungono anche quelle dovute al mutismo.

Ma anche in questo caso ci vuole tempo e pazienza? Certo ancora di più perché dal mutismo selettivo prima o poi si guarisce.


Adriana Cigni

Parliamo di silenzio. Per aiutare un bambino con Mutismo Selettivo il primo passo da fare è…

Dottoressa Trivelli parliamo ancora di Mutismo Selettivo, per aiutare un bambino con mutismo selettivo il primo passo da fare è…

Il primo passo da fare è quello di cambiare prospettiva.

Che intende per “cambiare prospettiva?”

Intendo la  prospettiva da cui si guarda il bambino, che deve essere positiva mantenendo  il focus su quello che  c’è in lui, quello che è, cioè le sue potenzialità, le abilità , e sulle caratteristiche positive, evitando di  concentrarsi su quello che manca, nel nostro caso , la parola. Al  bambino deve arrivare chiara e netta la nostra comprensione e la certezza che lo capiamo e accettiamo nella sua difficoltà.

Cambiare prospettiva:

significa capire che il bambino non è che non voglia parlare,  lo vorrebbe tantissimo ma non ci RIESCE. Raggiunta la consapevolezza che ci troviamo di fronte ad una impossibilità quindi ad una difficoltà, la prospettiva cambierà ed eviterà che lo si carichi del grande peso della ASPETTATIVA del “quando parlerà?”  che malgrado sia naturale nei genitori, negli insegnanti e in tutti gli adulti che fanno parte della vita del bambino, non lo aiuta però a progredire.

Mantenere il focus  sugli aspetti positivi permette  di aiutare il  bambino a trovare strategie per affrontare situazioni difficili, insegnandogli a  credere nelle sue capacità.

Ogni bambino riesce a  credere in sé stesso se ha accanto adulti di riferimento che per primi credono nelle sue capacità, soltanto  se gli adulti fanno da specchio alle sue potenzialità, il bambino riuscirà a esplorare internamente tutte le  risorse  da mettere in campo per affrontare momenti difficili

Cambiare prospettiva:

vuol dire che il genitore deve imparare a tollerare  e gestire,  lui per primo, l’imbarazzo che insorge di fronte alla reazione degli estranei,  quando il bambino non risponde alle domande o non saluta.

Cosa consiglia ai genitori per poter far fronte a questo imbarazzo?

I genitori devono comprendere che l’imbarazzo che provano è solo una piccolissima parte del disagio che prova il bambino nello stesso momento e nella stessa situazione. E devono anche ricordare che il loro bambino vorrebbe rispondere ma non ce la fa,  insomma lui ha un disagio molto più forte dei genitori e sicuramente soffre molto di più.

Compito del genitore quindi sarà quello di aiutare il bambino ad uscire dal vortice di emozioni frustranti , dirompenti e difficili nel quale  precipita ogni qual volta qualcuno lo solleciti a parlare. Deve anche proteggerlo, quando può, dalle pressioni di  altri adulti che stimolano il bambino a parlare malgrado o proprio a causa del suo persistente silenzio.

Come possiamo aiutare il  bambino in queste situazioni  tipo : in ascensore con  la vicina di  casa.

“ Ah Marco , ti chiami Marco vero? ( domanda 1), come va a scuola? ( domanda 2), non rispondi mai, ma io ti sento che fai tanto rumore ( domanda 3 con rimprovero implicito)

Ecco possiamo proteggere il bambino e farlo sentire contemporaneamente  compreso se in queste situazioni rispondiamo con frasi semplici tipo:  Marco è capace di parlare benissimo anzi  è una gran chiacchierone, come lei ha ben sottolineato,  solo che in certe situazioni le parole si incastrano nella sua bocca e quindi non riesce a rispondere.

Questa semplice frase rimanda al bambino che lo capiamo, che sappiamo che parla in alcune circostanze e in altre non riesce ma soprattutto che non è colpa sua se non  sta rispondendo in quel momento a quella domanda. E forse rimandiamo all’adulto che forse non è il caso di andare avanti con questo comportamento perché il silenzio non è causato dalla  “maleducazione” ma da qualcosa di molto diverso, una difficoltà da superare.

Grazie Dottoressa Trivelli, ricevo quotidianamente messaggi da parte di genitori ma soprattutto di insegnanti che hanno bisogno di sapere, di conoscere più a fondo il Mutismo Selettivo, spero che i nostri articoli siano utili a divulgare sempre più l’informazione  su questo disturbo.

Illustrazione di Matteo Corbetta

 

 

Dottoressa Trivelli
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Mutismo selettivo: la bellissima storia (vera) di Giulia e il fagiolo

  Mutismo selettivo: la storia di Giulia e il fagiolo

Questa è la storia vera di Giulia e il fagiolo, la sua mamma l’ha scritta in francese e io l’ho solo tradotta. È una storia bellissima di consapevolezza, di coscienza di sé e di grande intelligenza e maturità, a mio avviso. Ma non mi stupiscono queste qualità perché i bambini  con Mutismo Selettivo hanno molto tempo per osservare, per pensare …e spesso sono anche più maturi dei loro coetanei

—————————–Traduco testualmente

Vi racconto una storia vera che sembra quasi un racconto.

Mia figlia (8 anni e mezzo), con i suoi compagni di classe,  ha fatto la famosa esperienza del fagiolo seminato nell’ovatta. Ogni bambino ha inserito il suo fagiolo nel bicchiere di plastica, dopo qualche giorno tutti i fagioli avevano germinato.  Dopo due settimane la classe sembrava una serra: i fagioli erano diventati delle piccole graziose piantine.

Tutte… tranne UNO. Il fagiolo di Giulia.

Solo il fagiolo di Giulia era rimasto intatto nell’ovatta, nulla era mutato, nulla era cresciuto. Non una radice, una foglia, la membrana del fagiolo era rimasta ostinatamente intatta.

Venerdì scorso la maestra ha detto ai suoi alunni che potevano portare a casa le loro piantine. Con discrezione  e delicatezza si è avvicinata a Giulia e le ha detto : ” forse il tuo fagiolo era troppo secco, a volte capita che i semi non ce la facciano a germinare, anche questo fa parte dell’esperienza, abbiamo dimostrato che esiste anche questa possibilità”.

Giulia ha ascoltato le parole della maestra ma non le ha creduto.

 Arrivata a casa invece di buttare il fagiolo, lo ha messo in un vasetto più grande e l’ha ricoperto con la terra dei gerani. Ha poi iniziato la “cura”:  ha annaffiato la terra tutti i giorni , l’ha spostato affinché prendesse la luce  migliore.

Sono passati dei giorni e…

 Ecco il risultato!

Stamattina  Giulia mi ha chiesto di fotografare la sua piantina e di inviare la foto alla maestra con questo messaggio:

“Il mio fagiolo non era morto, aveva solo bisogno di un po’ di terra, di più tempo e di un luogo diverso.

Come ne ho bisogno io per parlare.

  • Grazie Giulia, e grazie alla sua meravigliosa mamma per avermi concesso il permesso di diffondere questa storia stupenda.

Autrice mamma di Giulia

tradotto da Adriana Cigni

Parliamo di Mutismo Selettivo

Dottoressa Ius lei si occupa, tra l’altro, di disturbi d’ansia, vero?

Sì, i disturbi d’ansia possono assumere forme e manifestazioni varie negli adulti e nei bambini come l’ansia sociale, l’ansia libera, l’ansia da separazione, e ovviamente il Mutismo Selettivo.

Parliamo di Mutismo Selettivo.

Il mutismo selettivo è un disturbo d’ansia e può essere trattato come tale, mi spiego: il mio lavoro non si focalizza mai sul sintomo più eclatante, il silenzio, o sul parlare e non parlare in contesti diversi. Tutto il percorso terapeutico è finalizzato all’abbassamento dell’ansia.

Quando ha incontrato il primo caso di Mutismo selettivo?

Mi occupo di Mutismo Selettivo dal 1998, il primo incontro con un bambino con MS fu in occasione della mia tesi di laurea, da questo bambino è partito tutto il mio percorso. Sempre in quel periodo ne ho incontrati altri (bambini e ragazzi), nell’ambito di un progetto di ricerca in Inghilterra.

Quindi la sua è una  lunga esperienza di Mutismo Selettivo, ci spieghi qual è il suo metodo di lavoro.

Sono una  psicoterapeuta sistemico-relazionale e quindi per me  sia la lettura del sintomo, sia   la ricerca delle soluzioni devono avvenire all’interno dei contesti di riferimento del paziente, per questo motivo lavoro molto con la famiglia e con la scuola. Quando è possibile e utile cerco di coinvolgere anche altri contesti: lo sport, il catechismo, gli scout.

Preferisco la terapia indiretta perché  credo che qualsiasi cambiamento possiamo attivare in una terapia individuale, questo è soggetto a dei movimenti omeostatici del sistema, in parole meno tecniche il bambino potrebbe  avere difficoltà a sostenere, da solo,  il cambiamento terapeutico.

Ci spieghi meglio.

Credo che sia faticoso dare al bambino tutta la gestione del suo sintomo e della terapia, e questo vale in tutti i casi di disturbi d’ansia, non solo per il Mutismo Selettivo,  per molti anche il solo fatto di venire in terapia può essere una fonte d’ansia.

Ovviamente non è discorso  assoluto, come dico sempre la  terapia è “un vestito su misura” che va adattato ad ognuno, in alcune situazioni che si prestavano ad un altro tipo di approccio ho fatto delle bellissime terapie individuali.

Quali sono gli step? Un esempio classico un genitore (normalmente a me scrivono le mamme!) le telefona e le parla della sua bambina. Le maestre le hanno detto che a scuola non parla.

Al primo contatto con la mamma, come nel suo esempio, chiedo un incontro, e se fosse possibile anche con il padre della  bambina. Ritengo fondamentale lavorare con entrambi i genitori, anche in caso di coppie separate, e ripercorrendo la mia esperienza posso affermare di aver trovato spesso coppie che, pur separate da tempo, hanno fatto un ottimo lavoro terapeutico insieme, come coppia genitoriale, unita e funzionante.

I genitori mi raccontano la loro storia familiare, la storia del sintomo, mi descrivono tutti gli elementi che li hanno portati a pensare che si tratti di MS (se sono loro a nominarlo).

Dopo una o due sedute incontro i bambini, questo momento, nel mio metodo, è il più variabile, dipende davvero da diversi elementi, devo essere sicura che i genitori siano convinti di far fare questo passo di fiducia al bambino, di farsi conoscere da me, se è necessario e possibile, quando vedo il bambino con sospetta diagnosi di MS, cerco di incontrarlo con i loro fratelli, grandi e piccoli. Se serve, spiego con semplicità chi sono e cosa faccio, spesso i bambini sono rassicurati dalla scoperta che esistano altri come loro, “con le parole che non escono” e che siano riusciti a farle uscire.

Perché vede anche fratelli e sorelle?

Sia perché il sistema in cui vive il bambino è costituito dalla sua intera famiglia, sia perché spesso i bambini si sentono tranquillizzati dalla presenza dei fratelli e infine perché i fratelli sono molto curiosi di tutto quello che succede ad uno di loro ed è meglio che vedano con i loro occhi per non creare fantasie non realistiche su questa “dottoressa dal nome strano”.

Questo incontro non lo considero un momento prettamente terapeutico, è una seduta di osservazione in cui in genere i bambini sono a loro agio, sono con i loro genitori, con i loro fratelli in uno studio che somiglia ad una casa e che non ha nessun aspetto medico-sanitario.

Cosa avviene in questi incontri?

Giochiamo insieme, chiacchieriamo con i genitori, alcuni bambini parlano liberamente, altri utilizzano la mediazione dei fratelli e dei genitori. Se mi pongono delle domande cerco di far fronte alla loro curiosità o nella stessa seduta o anche successivamente, d’altra parte quando si decide l’incontro con il bambino e i fratelli, io raccomando sempre ai genitori di spiegare che” sono curiosa di conoscerli”.

Credo che la curiosità sia una chiave importante del mio lavoro, senza la curiosità non ci si interessa così intensamente alla vita degli altri.

Lo step successivo? 

Lo step successivo è l’incontro con gli insegnanti, ci tengo che i bambini siano a conoscenza di questo incontro, chiedo sempre che siano tenuti al corrente dai genitori o dagli stessi insegnanti, in modo che non si faccia mai niente alle  loro spalle, ma al contrario il percorso sia sempre basato sulla fiducia reciproca.

L’incontro con gli insegnanti è sempre molto interessante, a me piace usare il verbo “raccontare”, ci raccontiamo il bambino e spesso parliamo e raccontiamo di un bambino che sembra essere differente per ognuno di noi.

Questo non succede solo per il Mutismo Selettivo, avviene quasi per tutti i bambini che a casa, al campetto, a scuola sono differenti, per il Mutismo Selettivo è lampante perché spesso a casa sono vivacissimi, loquaci, decisi, molto agili e invece a scuola vengono raccontati come lenti nei movimenti, bloccati, silenziosi.  Il dialogo con gli insegnanti non si limita al primo incontro, anzi è solo il primo passo perché, con l’autorizzazione dei genitori, io lascio i miei contatti agli insegnanti in modo che possa esserci sempre un filo diretto e  in caso di difficoltà, cambiamenti, dubbi, novità si possano trovare soluzioni e strategie comuni.

La terapia

A questo punto inizia la terapia, il lavoro fatto con i genitori, gli insegnanti e con me come specchio. Si decidono dei piccoli cambiamenti, dei piccoli movimenti e delle piccole osservazioni. I genitori in questa terapia sono coinvolti e attivati in prima persona per aiutare il loro figlio, in genere ho avuto risposte molto positive anzi alcuni mi hanno detto che tutto il lavoro fatto era servito a loro, e il benessere raggiunto da un genitore ha effetti anche sul figlio.

A volte questo lavoro risulta faticoso per un genitore, perché chiedo di attivare un cambiamento e un cambiamento piccolo e grande che sia, destabilizza, ma insieme costruiamo un percorso, una strada dove prima o poi  si incontra il bambino che  parla, ma non è punto di arrivo, come non lo è la prima parola che dice, anzi i primi miglioramenti fanno parte di un momento delicatissimo, non bisogna fermarsi ritenendo risolto il problema, a volte i grandi progressi possono essere seguiti da un rallentamento.

Che si fa, quindi, quando c’è un rallentamento o una regressione?

Tutti gli adulti che fanno parte della vita del bambino devono affrontare questo rallentamento con serenità, anche perché probabilmente è una sorta di pausa che serve al bambino per prendere la rincorsa per fare un altro passo importante, oppure un segnale che stavamo andando troppo in fretta. Dal mutismo selettivo non si esce improvvisamente, si immagina che non essendoci un impedimento fisico al parlare, il bambino si sblocchi all’improvviso, ma non è cosi: è l’ansia che si “allenta”  che permette al bambino di avere dei miglioramenti graduali, di raggiungere piccoli, o grandi obiettivi e poi lo fa rallentare. Questi progressi a volte sono particolari: “Parla ma con una vocina strana” mi dice una mamma, “Va benissimo!” Sono passi avanti, a volte laterali, ma è quanto può fare il bambino in quel momento. Abbandonerà lentamente il suo sintomo, perché è comunque quello che gli permette di gestire l’ansia.

“Abbandonerà lentamente il sintomo” in che senso Dottoressa Ius?

Il sintomo è una risposta  non funzionale e sempre la stessa a una difficoltà, in questo caso l’ansia. il mutismo è una risposta particolarmente non funzionale perché espone il bambino all’attenzione e alle sollecitazioni a parlare che alzano ancor di più l’ansia in un drammatico circolo vizioso.

Per concludere vorrei  ribadire un concetto importante: mi capita ancora  di sentire parlare di  bambino con mutismo selettivo in termini di “ bambino che non vuole  parlare”, è fondamentale  comprendere che il bambino con mutismo selettivo non riesce a parlare e che se potesse lo farebbe subito! Non c’è alcuna volontà nel suo silenzio.

 

 

 

 

La dottoressa Simona Ius fa  parte dello Studio Smail   

Il suo Studio è a Roma

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Com’è cambiato il concetto di ANSIA?

di Adriana Cigni

L’ansia.

Ho scritto molti articoli sull’ansia e sul Mutismo selettivo.

Nel mese di gennaio con l’aiuto di un insegnante, ho organizzato per conto della Dottoressa Ius un seminario che si sarebbe svolto a Roma il 26 marzo dal titolo: Disturbi d’ansia nel bambino. Lo strano caso del Mutismo Selettivo. Avevo registrato circa 120 iscritti, ho rilevato un grande interesse da parte degli insegnanti per l’argomento. Poi … sappiamo tutto quello che abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo. Tutto si è fermato. Tutte le iniziative annullate.

La nostra stessa vita è cambiata, l’unico parametro che è rimasto più forte che mai è proprio l’ansia.

Com’è cambiato il concetto di ANSIA?

Nella nostra quotidianità si sono aggiunte paure nuove per noi, La paura del contagio, la paura -dell’altro visto come possibile “untore”, la paura di ammalarsi, la paura di morire, la paura di perdere qualcuno a noi caro e non poterlo nemmeno “accompagnare”.

Conosco molte persone che ancora oggi, non hanno nessun desiderio di uscire e che rimarrebbero volentieri a casa, chiuse in casa ancora per qualche tempo, hanno paura (ancora questa parola ricorrente) della normalità in cui sono tornati gli altri, hanno paura della poca attenzione, del non rispetto delle regole. Persone normalmente dinamiche, con un lavoro, una vita sociale ma nelle quali qualcosa è cambiato, dentro.

Si è rotto il senso di sicurezza che ci ha fatto vivere, fino a questo momento, in una sorta di bolla protettiva, non eravamo abituati, non eravamo pronti (e chi lo è?) ad un evento del genere.

E i bambini? Come può aver influito sui bambini che soffrono di Mutismo Selettivo?

Niente scuola, niente scambi sociali, nessun gioco di gruppo, nessuna possibilità di essere avvicinati, sollecitati, questa modalità di vita ha forse confermato a questi bambini che il mondo esterno è effettivamente pericoloso e che la cosa migliore è restare chiusi? In casa, in sé stessi, nel proprio silenzio.

Chiedo alla Dottoressa Ius di scambiare con noi qualche riflessione a questo proposito.

In alcuni bambini e ragazzi con mutismo selettivo l’isolamento ha purtroppo confermato il convincimento, più o meno consapevole, che l’esterno sia pericoloso e minaccioso e che invece la propria casa, il proprio nucleo familiare siano la situazione più confortevole e sicura in cui stare.

Tutti nel periodo del lockdown abbiamo cercato diverse modalità per rimanere in contatto sia personale che professionale con le altre persone, per i ragazzi o i bambini con mutismo selettivo le reazioni sono state molto diverse, come se si fossero divisi in due categorie in maniera drastica, alcuni si sono molto adattati, altri hanno fatto molta fatica.

Questa differenza rispecchia quella che è una caratteristica che differenza questi ragazzi cioè la facilità o meno di parlare attraverso un mezzo, che sia whatsapp, Skype, il telefono stesso, le video chiamate.

Per alcuni è una facilitazione, molti sviluppano i primi contatti verbali con gli insegnanti, con gli amici, con il terapeuta proprio attraverso una telefonata o un messaggio audio, addirittura fanno anche interrogazioni registrate, altri invece non sopportano proprio questo mezzo e riescono più facilmente a farlo direttamente dal vivo.

Prendendo in considerazione i miei pazienti, mi sono resa conto che alcuni si sono bene adattati alla DAD, che per loro è diventata una specie di strumento compensativo, alcuni insegnanti hanno rilevato una grande differenza, una maggior scioltezza nel linguaggio, nel caso di chi aveva cominciato a parlare in classe.

Per altri invece è stato molto difficile, forse perché c’è molta consapevolezza nel momento in cui si comunica con un collegamento, vedersi mostrarsi con la webcam può essere distraente ma anche fastidioso, immaginate l’atto di dover chiudere e aprire il microfono per parlare e quanto possa salire l’ansia.

Dottoressa Ius confermo pienamente. Io stessa ho seguito ore di formazione, riunione e teleconferenze e perfino un corso di un giorno intero. Sono modalità di comunicazione che possono creare difficoltà, ci sono momenti di imbarazzo, eccesiva visibilità, normalmente noi guardiamo gli altri non noi stessi mentre parliamo, come ha detto lei stessa prendere la parola comporta l’apertura del microfono, lo sguardo di tutti, il silenzio di tutti e l’attesa.

Lei mi ha raccontato che una sua paziente le ha detto: malgrado tutto però, è andata bene, giocavamo in casa.

E ora in questa fase di apertura?

Questa è una fase delicatissima dal punto di vista psicoemotivo per tutti noi e ancor di più per i bambini con ms, è necessario che ricomincino a mettere il naso fuori di casa, devono incontrare gli amichetti, i parenti, ad avere contatti sociali, con la difficoltà della mascherina che per bambini che non parlano o parlano a voce bassissima certo non è un accessorio che faciliti la comunicazione

Occorre ricostituire qual è la base-line di facilità-difficoltà sociale, perché è probabile che ci siano stati dei cambiamenti sulla facilità-difficoltà di avere contatti sociali, senza cadere in atteggiamenti di delusione con frasi del tipo: ma come prima parlavi con parrucchiere; oppure compravi il gelato da solo…

Diamogli il tempo di riabituarsi e tracciamo nuovamente il punto di partenza

Dottoressa Simona Ius

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Cose interessanti dalla Francia In missione speciale in una scuola d’infanzia

Ieri sono stata in “missione speciale”, praticamente tutta la giornata scolastica, in una école maternelle (scuola dell’infanzia). Devo dire che ho vissuto un’esperienza veramente particolare.

Gli insegnanti, gli assistenti e tutto il personale “tecnico” hanno fatto un lavoro straordinario sia per poter rispettare quelli che qui chiamiano les gestes barrières, sia per mantenere la scuola ad alti livelli di sicurezza per quanto riguarda la disinfezione.

I divieti: vietato l’accesso alla biblioteca della scuola così com’era strutturato prima dell’emergenza, i bambini non possono più scegliere e sfogliare i libri a loro piacimento.

La maestra legge loro una storia e poi il libro viene disinfettato per quel si può e lasciato aperto per due giorni.I bambini non possono scegliere i giochi ogni giorno.Non possono prestarsi penne, gomme e pennarelli e tutto il materiale.

Le cose possibili sono tante però, ho cominciato dal negativo ma entriamo nel vivo del lavoro eccezionale fatto dalle insegnanti e dalle assistenti.

Ogni bambino ha un banco e un tavolino , sul banco gioca, scrive, lavora. Sul tavolo c’è tutto il suo materiale, che può utilizzare solo lei/lui: gomma, colla, pennarelli, matite, forbici ecc. un contenitore per lasciare il lavoro fatto (alfabeto, numeri, coloriage ecc.) sotto il tavolino c’è un grande cestino contenente i giochi che il bambino sceglie ogni lunedi e se ho visto bene anche un libro. Sono giochi didattici, lego, plastilina ecc. a suo uso esclusivo tutta la settimana.

Il venerdì il materiale viene cambiato e quello usato viene disinfettato. Il materiale usato durante la giornata viene anch’esso disinfettato prima di essere riposto.

La ricreazione. Probabilmente ho avuto la fortuna di capitare in una scuola attrezzatissima, hanno molti tricicli e monopattini ( a due e a tre ruote) a ciascuno hanno attaccato un foglietto con il nome dei bambini, così ognuno ha il suo e non tocca quello degli altri. Nel cortile dove passano tutta la ricreazione, anzi le due ricreazioni perché i medi e i grandi fanno il tempo pieno, possono correre ma non fare giochi di gruppo, non possono accedere allo scivolo o ad altri giochi “in comune”.

Il lavaggio delle mani

Il lavaggio delle mani è veramente la parte forse più pesante di questo strano periodo e dei gestes barrières. In pratica si passa molto tempo nei bagni.

Vi descrivo quello che ho visto in questa scuola:

nei bagni sono state portate molte sedie, su ognuna è stato attaccato il nome dei bambini di ogni classe ( in questo caso 2 classi che ovviamente si alternano), nel bagno ci sono due grandi lavandini se non sbaglio con 4 rubinetti (e ovviamente molti wc!!).

I bambini entrano a scuola vengono fatti sedere sulle sedioline alternate (una sì, una no) là dove è scritto il loro nome, quindi quella sarà sempre la loro sedia …del bagno

Inizia il primo lavaggio mani due alla volta a dovuta distanza, e quando tutti hanno finito di lavarsi si va in classe.

Se dalla classe si va in palestra di nuovo :lavaggio.

Dopo la palestra di nuovo, lavaggio.

Ricreazione: prima di uscire in cortile: lavaggio.

Ritorno :lavaggio.

Prima di andare a pranzo: lavaggio.

Rientro al pomeriggio :lavaggio

Ricreazione:lavaggio.

Uscita:lavaggio

I bambini della scuola d’infanzia della scuola d’infanzia non possono portare la mascherina, è vietato.

Le distanze: incredibile a dirsi ma si sforzano di mantenerle.

Gli insegnanti e il resto del personale deve portare la mascherina , è obbligatorio.

Gel idroalcoolico e mascherine sono forniti dalla scuola che è a sua volta rifornita dal Comune.

Nei corridoi ci sono piccoli punti colorati per terra per aiutarli a mantenere la distanza durante gli spostamenti.

Tutto questo immenso lavoro di copertura di materiale, di disinfezione, di marcatura delle sedie, dei tricicli, dei palloni, la preparazione dei cesti e degli oggetti per ciascuno sono frutto dell’inventiva e del lavoro degli insegnanti e delle assistenti. Mi hanno detto che le direttive per le gestes barrières sono arrivate il giovedì 7 maggio nelle scuole e l’apertura è avvenuta il 12 quindi è stato veramente uno sforzo immane data la situazione inedita e anche l’incognita del numero dei bambini che sarebbero stati presenti ( e anche del personale presente).

Certo il distanziamento dei bambini, dei banchi e la non condivisione degli oggetti e dei giochi funziona molto meglio di quanto io potessi immaginare ma ho il dubbio e lo hanno tutti che stia reggendo perché le classi sono dimezzate, anzi meno che dimezzate: dal 12 maggio sono tornati a scuola 1.8 milioni di studenti su 6,7 milioni (bambini scuola d’infanzia e primaria).

Nella classe dove ero ieri c’erano 10 bambini (su un effettivo in tempi normali di 21), la situazione era gestibile ma ammetto che il lavaggio mani è estenuante per noi e per loro, per non parlare della frase che bisogna ripetere “gardez les distances!” mantenete le distanze.

Commento: sì ci metto anche un mio umilissimo pensiero.

I bambini non mi sembrano soffrire molto della situazione e dei divieti. Certo è noioso lavarsi le mani ogni volta che si fa un’attività diversa, o si cambia ambiente ma poi…dimenticano.

Corrono come pazzi sui monopattini e sui tricicli, ridono, cadono e per fortuna continuano a sbucciarsi le ginocchia e a piangere per la paura o per farsi consolare; non hanno smesso di colorare né di giocare con la plastilina. Come fanno dalla notte dei tempi i bambini, ti mostrano una loro opera, che a te appare come un ammasso informe ma nella quale loro ci vedono esattmaente quello che volevano realizzare, nella fattispecie doveva essere una macchina, e tu devi dire bellissimo/a, io me la cavo sempre con un “c’est magnifique”. Così se è una “cosa” va bene e se è un “coso” , pure.

Insomma usano quello che gli mettiamo a disposizione ma non credo si lamentino. Non entro nelle problematiche psicologiche che questo periodo difficile possa aver prodotto nei bambini, non è mia competenza e il tempo breve che trascorro con loro e sempre con bambini diversi non mi permette nemmeno di osservare cambiamenti.

Ho voluto solo descrivere una realtà, dal momento che in Italia le scuole sono chiuse ho pensato che probabilmente potrebbe essere interessante sapere cosa succede nei paesi in cui sono aperte.

Una cosa ci tengo a dire: la prima settimana di aperture delle scuole girava nel web un video, fatto in una scuola in Francia , in cui si vedevano bambini nei cortili della scuola “costretti ” a restare fermi nel cerchio disegnato per terra. Probabilmente sarà anche vero, probabilmente nei primi giorni ogni scuola ha dovuto inventarsi un modo, ma semmai lo è stato (vero) ora non lo è più.

I bambini corrono liberi nei cortili sia all’infanzia sia alla primaria.

Domani il presidente Macron parlerà, voci di corridoio dicono che forse alleggerirà le disposizioni, forse eliminerà il distanziamento, forse le scuole torneranno alla normalità.

Vi terrò al corrente

Adriana Cigni

Covid19: affrontare la paura. Strategie e indicazioni pratiche per affrontare al meglio l’emergenza sanitaria in atto. Ne parliamo con la Dottoressa Daniela Tagliabue, Psicoterapeuta.

Da diverse settimane le nostre vite sono cambiate, tutti cerchiamo di capire e metabolizzare questa situazione critica. La cosa più difficile, almeno per me, è quella di evitare di lasciarmi sopraffare e invadere dalla paura.

Ho pensato che in questi casi abbiamo bisogno di una piccola spinta incoraggiante, un aiuto…per questo ho chiesto alla Dottoressa Daniela Tagliabue di spiegarci come affrontare la paura del contagio e come riorganizzare una nuova routine durante l’isolamento forzato.

Dottoressa prendiamo in considerazione la paura che da settimane è diventata parte della nostra vita, lo dichiaro senza alcun filtro NOI ABBIAMO PAURA!

LA PAURA
La paura è assolutamente normale così come è normale sentirsi stressati, confusi, spaventati. La paura è una reazione normale perchè è un’emozione che ci protegge, e ci aiuta a mettere in atto delle misure precauzionali per noi e per gli altri. Ma se la paura eccede oltremodo , si tramuta in panico e si possono mettere in atto comportamenti anche nocivi.
Occorre perciò sviluppare resilienza: ossia la capacità di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà; di far fronte in maniera positiva alle avversità e di sapersi riorganizzare e ricostruire la propria vita. Ecco alcune semplici indicazioni per sviluppare resilienza e poter fronteggiare al meglio questo periodo di “sospensione” e di disagio.

Innanzitutto è importante mantenere inalterato il ritmo sonno-veglia. Questa è la prima fondamentale regola da seguire per evitare di incorrere in disturbi del sonno da alterazione del ritmo circadiano.

È importante cercare di conservare gli orari abituali di sveglia e di riposo per non scivolare in un’inversione del ritmo sonno-veglia.
In secondo luogo è bene continuare a prendersi cura della propria persona. Restare a casa per un tempo prolungato potrebbe indurci a comportamenti di trascuratezza come non curare il proprio aspetto: non fare la barba, rimanere in pigiama per tutto il giorno.. Queste sono condotte che ci fanno perdere il contatto con la nostra parte sana e ci riportano continuamente alla situazione di emergenza che stiamo vivendo, rendendola ancora più vivida.

Trovare e coltivare uno spazio personale: è utile avere un proprio spazio privato in cui neppure il nostro compagno/a, i vostri genitori etc possano entrare. Quindi, anche se non avete una stanza tutta per voi, cercate di prendervi uno spazio o comunque un tempo tutto vostro, in cui poter riflettere, pensare, meditare, fare ciò che più vi piace e che può contribuire a ricaricarvi di energie. In alcuni casi realizzare questa opportunità può essere piuttosto complicato, ma vi invito a provare a stabilire luoghi e tempi con i vostri conviventi. Per chi pratica la mindfulness consiglio di non smettere di meditare soprattutto in questo periodo.
Mantenere i contatti sociali: siamo lontani ma vicini! L’uomo è un animale sociale, la socialità è una necessità innata, è intrinseca nella nostra specie. In questo frangente in cui non possiamo uscire di casa, la tecnologia ci può aiutare a mantenere i rapporti sociali. Quindi armiamoci di telefono e mettiamoci in contatto con amici e parenti. Le videochiamate, inoltre, danno maggior senso di vicinanza e sono utili soprattutto alle persone più sole, ai nostri anziani, ai nostri bambini. Esistono molte applicazioni che ci permettono anche di giocare a carte con gli amici a distanza. Diversifichiamo anche gli argomenti con i nostri contatti sociali; parlare solo del virus non aiuta: rafforza continuamente nella nostra mente il fatto che stiamo vivendo un momento problematico e rischia di trasformarsi in ansia o in altre alterazioni psicopatologiche, quindi parliamo anche e soprattutto d’altro.

Dottoressa a casa i giorni sembrano tutti uguali, quasi si perde la cognizione del giorno della settimana, come evitare di “perdersi” in uno stile di vita disordinato?
I giorni non sono tutti uguali. Può sembrare banale, ma è fondamentale ricordarsi di quale sia il giorno che stiamo vivendo e comportarsi di conseguenza. Per affrontare al meglio e in maniera positiva la quarantena è utile organizzare il tempo e lo spazio, evitando di lasciare tutto destrutturato. È necessario costruire una nuova quotidianità. È bene organizzarsi con un planning settimanale e/o giornaliero che contempli le varie esigenze e possa fungere da ritmo per scandire i tempi della giornata. Questa indicazione è particolarmente valida per le famiglie con figli in cui è necessario instaurare delle abitudini e delle regole.

Un tempo per mettere in pratica i nostri progetti e passioni. Possiamo cogliere il lato positivo della quarantena, cioè la possibilità di dare spazio alle proprie passioni, che magari abbiamo nel corso del tempo messo da parte, come ad esempio dipingere, suonare uno strumento musicale… dedicare una parte della nostra giornata a quelle attività che di solito trascuriamo per mancanza di tempo come leggere, vedere film. È importante che anche questo sia un tempo strutturato, ossia bisogna darsi degli orari anche per il tempo libero, in modo tale da crearci una nostra nuova routine.
Infine per tenere a bada lo stress possiamo limitare l’ascolto dei notiziari. Rimanere informati è importante, ma passare da una trasmissione all’altra alla continua ricerca di informazioni sull’andamento del contagio non è solo inutile, ma è anche totalmente controproducente per il nostro benessere psicologico. Scegliamo uno o due momenti della giornata in cui informarci sulle notizie e dedichiamo il restante tempo ad altre attività. Affidiamoci ai dati scientifici: informiamoci da fonti autorevoli come l’Istituto Superiore di Sanità o il sito del Ministero della salute, che ci danno delle informazioni chiare ed obiettive. Atteniamoci ai fatti e non al sentito dire.
La ringrazio Dottoressa Tagliabue, io stessa mi sto rendendo conto che non è facile costruirsi uno stile di vita “casalingo”; ma ho capito che non possiamo lasciarci andare , dopo tre giorni (noi in Francia siamo arrivati più tardi al confinamento) di smarrimento, ho ripreso in mano il lavoro, il blog , le lezioni e mi sento senz’altro meglio.

A presto amici, al prossimo articolo

Articolo di Adriana Cigni per la Dottoressa Daniela Tagliabue

Dottoressa Daniela Tagliabue psicologa psicoterapeuta
Pagina facebook: Daniela Tagliabue 

https://www.facebook.com/Daniela-Tagliabue-200907007348693/
Sito internet: www.korulab.it

Daniela Tagliabue cell. 340-7712729

[email protected]

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Storie per genitori attenti e bambini sensibili

Ilaria la domanda che mi pongono molti è : sono storie vere?

Sì si tratta di storie vere, di piccoli pazienti che hanno risolto la loro problematica attraverso le consultazioni, mediante piccoli accorgimenti, tramite l’intervento genitoriale o grazie alla modifica di certi schemi di pensiero e di certi comportamenti consolidati.

A chi consiglia di leggere il libro?

Consiglierei il libro a tutti i bambini e adolescenti che nutrono un qualche disagio, che possono scorgere similitudini tra il proprio sentire e il vissuto dei personaggi e che possono individuarvi la chiave per la risoluzione del loro turbamento. I protagonisti soffrono della paura del giudizio, della difficoltà ad alimentarsi, dell’incapacità ad esprimere le emozioni negative, della vessazione da bullismo, della paura di non esistere, di non avere valore, di perdere il controllo, di sviluppare malattie…tutti disturbi comuni dell’età dello sviluppo, che possono cristallizzarsi o rappresentare importanti occasioni per far luce dentro di sé e modificare un sistema errato di intendimento della realtà. Il testo è consigliatissimo in primis ai genitori, per osservare il dinamismo interno del proprio figlio a partire dai suoi spettri e dal suo sistema di pensiero.

Grazie Ilaria Zeppi

Vi ricordo che il libro è disponibile su amazon e potete ordinarlo anche direttamente da noi scrivendoci a [email protected]

Storie per bambini sensibili e genitori attenti

Sono felice di annunciare l’uscita di un nuovo libro A.G.Editions, Ilaria Zeppi , l’autrice me lo ha proposto un anno fa, l’ho letto varie volte, ci ho pensato molto e alla fine ho capito che ancora una volta A.G.Editions pubblica un libro importante, utile.

Ne parliamo con l’autrice, Ilaria Zeppi.

Dottoressa Zeppi ci parli un po’ di lei del suo percorso professionale che l’ha portata a scrivere questo libro.

Grazie Adriana, prima di tutto vorrei salutare i lettori di questo blog e i futuri lettori del libro. Io sono una Psicoterapeuta con indirizzo Cognitivo e Comportamentale conseguita e sono socia dell’Associazione Italiana di Analisi, Terapia e Modificazione del Comportamento.
Sono docente di Psicologia all’Università Europea di Roma e all’Università Politecnica delle Marche. Esperta in Psicologia dello Sviluppo e Psicopatologia Infantile, mi occupo sia di età evolutiva che di età adulta. Principalmente tratto Disturbi di Personalità, d’Ansia e dell’Umore e Patologie Psichiatriche.

Entriamo nel merito del suo libro come è nata l’ispirazione ?

Ho scritto questo libro dopo aver osservato che le storie cliniche dei più giovani fra i miei pazienti destavano particolare coinvolgimento, identificazione e commozione tra i miei allievi. Era evidente infatti come la stimolazione della vicinanza dei genitori, del loro interesse verso la particolarità del figlio, e l’apporto di un piccolo spunto psicoeducativo da parte loro o dell’ambiente fossero fondamentali per determinare nel bambino una scomparsa della sintomatologia e per recuperare in tempi brevi la valorizzazione del Sé e l’investimento su aree di espressione significative.

Di cosa tratta il libro?
Il libro tratta patologie che vanno dal DOC (Disturbo Ossessivo Compulsivo), alla fobia sociale, all’ipocondria, al ritardo mentale, alla somatizzazione, al disturbo alimentare fino all’ansia da separazione.
Il testo è rivolto a bambini di età compresa tra i 6 e i 13 anni e ai loro genitori, sia nel caso che essi abbiano rilevato un qualche accenno di sintomatologia nel loro figlio , sia nel caso in cui una di queste patologia sia stata già diagnosticata e siano interessati al vissuto dei loro piccoli.
Credo che il libro sia possa sicuramente interessare anche studenti in formazione nell’area della Psicologia e delle Scienze Umane, possono trovare tra le varie storie utili indicazioni per la modifica delle assunzioni e dei comportamenti dei loro piccoli futuri pazienti.

Introduzione

Carissimi genitori,

questo libro è dedicato ai vostri figli in età scolare ma pensato soprattutto per voi, per il vostro occhio vigile, per il vostro cuore sospeso, per la piccola pulce che da un po’ vi suggerisce all’orecchio di sorvegliare con più attenzione lo strano comportamento del vostro bambino.

Comprendo il vostro bisogno di sentirvi adeguati al vostro ruolo di genitori, e comprendo lo spasimo con cui alimentate ed allontanate alternativamente il timore che in vostro figlio ci sia qualcosa che non va.

Ha degli strani rituali, ripete le azioni più e più volte: dovrei impedirglielo?”.

“Mio figlio improvvisamente non mangia, sta dimagrendo: come faccio a nutrirlo?”.

 “La mia bambina non vuole andare a scuola e si fa prendere da crisi di vomito: sarà oggetto di bullismo?”.

“Mio figlio è molto timido e non si relaziona con nessuno: rimarrà sempre così, emarginato tra gli altri?”.

“Il mio bambino da quando va a scuola balbetta ed è pieno di tic: sarà ansia da prestazione?”.

 Le domande che i genitori mi rivolgono in sede di consultazione clinica sono sempre accompagnate dal dubbio di non aver fatto bene, di aver errato qualcosa nella costruzione del primo legame di attaccamento, nell’esercizio della disciplina, nella prima esperienza di separazione ed esposizione alla realtà.

Noi viviamo in un’epoca in cui non è concesso essere genitori seguendo un normale percorso fatto di prove ed errori, non consente scivolamenti verso l’imperfezione e lo smarrimento. Ne deriva una grande esigenza di essere rassicurati, da specialisti, dai mass-media, dalle fonti disponibili nella rete internet. Nella ricerca spasmodica di pervenire ad un’efficienza parentale universale, si trascura talvolta il riconoscimento della singolarità del proprio bambino, il suo essere particolare per ordine di nascita, per temperamento, per interessi, per la peculiarità delle sue inclinazioni. “

Il libro edito da A.G.Editions tra qualche giorno sarà disponibile su Amazon.it (ancora non è disponibile) 12€

se volete acquistarlo subito potete ordinarlo in libreria o direttamente dalla casa editrice.

Scrivetemi alla mail [email protected]

Adriana Cigni

Laboratorio espressivo LIBERAMENTE

Laboratori Espressivi al centro KORU LAB di Cesano Maderno

L’ultimo incontro del ciclo di laboratori espressivi per i bambini dai 5 ai 10 anni si chiamerà LIBERAMENTE, sperimentare il gruppo. Ho chiesto ancora una volta a Matteo Corbetta, Arteterapista, conduttore di questi laboratori, di spiegarci che esperienza propone di fare ai bambini in questo ultimo laboratorio.

Questa volta metterò a disposizione dei bambini diversi materiali artistici sia convenzionali (matite colorate, tempere, acquerelli, supporti di carta), sia non convenzionali (materiali di riciclo), in modo da creare un’opera collettiva. Ogni bambino parteciperà mettendo”in comune” con gli altri la propria fantasia e creatività.

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Sappiamo che la base di tutti i laboratori del ciclo era ed è il DIRE…FARE… CREARE STORIE E DIVERTIMENTO, qual è la caratteristica di questo laboratorio?

Questa volta nella fase di creazione dell’opera collettiva i bambini dovranno accordarsi, organizzarsi, ascoltarsi, attendere e rispettare i tempi di ogni partecipante , la STORIA che ne verrà fuori sarà il frutto di questa esperienza corale di fantasia, creatività e crescita.

Matteo Corbetta

[email protected]
3393506327
CENTRO KORU LAB VIA SANTO STEFANO 10CESANO MADERNO
[email protected] www.korulab.it

Fantasie in scatola. Aprire e chiudere storie

Sabato 25 Gennaio si svolgerà al Centro Koru Lab un altro laboratorio espressivo per bambini del ciclo DIRE…FARE… CREARE… Storie e Divertimento condotto da Matteo Corbetta, Arteterapista.

Questa volta sono protagoniste…le scatole

Fantasie in scatola. Aprire e chiudere storie.

Matteo qual è l’idea di base di questo laboratorio espressivo?

È un laboratorio che parte dalla di una presenza di una scatola all’interno dello spazio creativo.

E cosa farete con le scatole?

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Di tutto! Sperimenteremo la scatola con il corpo e poi attraverso alcuni suggerimenti : la scatola come contenitore; la scatola come casa, la scatola come nascondiglio; la scatola come dono.

La scatola chiusa o aperta che protegge un segreto o che lascia entrare la luce;

la scatola che ha dei fori o completamente chiusa.

La scatola come possibilità creativa, coinvolgerà ogni bambino nella costruzione e nella decorazione.

Bambino e scatola porteranno la loro storia individuale all’interno del gruppo.

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Matteo Corbetta

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CENTRO KORU LAB VIA SANTO STEFANO 10CESANO MADERNO
[email protected] www.korulab.it

Il training autogeno

La Dottoressa Tagliabue terrà una serie di incontri di Training Autogeno presso il Centro KORU LAB di Cesano Maderno, le ho chiesto di spiegarci cos’è il Training Autogeno perché tutti ne parlano ma non tutti conoscono questa tecnica.

Il Training Autogeno è una tecnica di autodistensione che contribuisce molto efficacemente sull’equilibrio psico-fisico.

E’ un metodo di rilassamento che coinvolge la persona nel suo complesso.

È composto da particolari esercizi che devono essere appresi in modo graduale e con allenamento costante. Attraverso l’allenamento (Training) si può raggiungere uno stato mentale che si genera da sé (Autogeno), favorendo l’autodistensione, la normalizzazione delle funzioni fisiche e psichiche ed una maggiore conoscenza del funzionamento del proprio corpo.

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A CHI SI RIVOLGE?

Il Training Autogeno è semplice da imparare, alla portata di tutti coloro che hanno bisogno di affrontare e risolvere sintomatologie di origine psicosomatica, di sciogliere ansie e paure, di migliorare la propria salute e aumentare il benessere psico-fisico.

A COSA SERVE?

I benefici del Training Autogeno sono molteplici e a diversi livelli: fisico, psicologico e comportamentale.

La possibilità di raggiungere in pochi secondi uno stato di calma, per ridurre il livello di tensione accumulato, “staccandosi” momentaneamente dai problemi contingenti;

L’abbassamento dello stato di ansia generalizzata;

Il potenziamento delle capacità di recupero dell’energia;

La possibilità di addormentarsi facilmente per chi ha problemi di insonnia  favorendo il ripristino del ciclo sonno-veglia;

La riduzione della percezione delle sensazioni dolorose, come emicrania, cefalea, mal di testa, ed è anche utilizzato con successo nella preparazione al parto;

Il miglioramento della capacità di autocontrollo emotivo di fronte agli eventi stressanti;

Il potenziamento di funzioni mentali, come concentrazione e memoria.

La Dottoressa Tagliabue terrà una serie di percorsi di Training Autogeno presso

Centro Clinico Multidisciplinare KORU LAB

Via Santo Stefano 10 – Cesano Maderno (MB)

Per informazioni e iscrizioni: cell: 338 382 6500 (anche WhatsApp) tel: 0362 1572908

e-mail: [email protected]

Frequenza:
1 incontro ogni quindici giorni nella giornata di MARTEDÌ

dalle 18.15 alle 19.15

Durata complessiva: 6 incontri

DATE: 04/02 – 18/02 – 03/03 – 17/03 – 31/03 – 21/04

COSTO TOTALE: 150 €

Dottoressa Daniela Tagliabue

[email protected]

 Centro Multidisciplinare KORU LAB via Santo Stefano 10 

  a Cesano Maderno     [email protected]

sede di Milano via Zurigo 28 – piazza Wagner 2

Mindfulness…ma cos’è in sostanza? Incontri con la Dottoressa Tagliabue

Mindfulness

Dottoressa si parla tanto di mindfulness, lei cura dei percorsi di mindfulness, ci spiega cosa vuol dire?

Mildfulness vuol dire consapevolezza, ma in realtà questa parola comprende significati molto più ampi.

Mildfulness è prestare attenzione alle cose che succedono e al momento presente, in un modo particolare:  non giudicante e questo è un aspetto molto importante poichè spesso rimuginiamo su noi stessi, su quello che facciamo, portando sempre una valutazione e un  giudizio su queste riflessioni.

Il primo a parlare Mindfulness è stato Jon Kabat-Zinn, biologo,  professore di Medicina e fondatore della Stress Reduction Clinic e del presso la University of Massachusetts Medical School, il suo merito è quello di aver adattato la meditazione orientale alla cultura e al modo di vivere occidentale.

Ma cos’è in sostanza?

È un modo di coltivare la piena esperienza del qui e del momento presente, si rifà quindi alla meditazione buddista classica, ponendo l’attenzione al contesto quotidiano e all’esperienza di vita.

Sviluppa una capacità di aumentare l’attenzione per il presente, a quello che siamo e come agiamo. Non è una tecnica di rilassamento!

La mindfulness è un concetto semplice, ma allo stesso tempo complesso:

essere presenti a sé stessi comporta anche essere coscienti  degli aspetti che connotiamo come negativi , quindi ci porta a prendere atto e consapevolezza del disagio, della sofferenza, del dolore, quindi la mindfulness ci insegna a non negare, a non respingere questa condizione di disagio ma farne un motivo di crescita e persino di creatività.

Non possiamo evitare gli aspetti negativi della vita, spetta a noi scegliere cosa fare e la mindfulness ci fa entrare in relazione diretta col disagio e con la sofferenza, ci insegna a porre attenzione anche a quello che non ci piace; solo così, secondo questa metodologia, possiamo trovare e gestire al meglio le cause della sofferenza.

Come funziona? Nella pratica cosa bisogna fare?

Solitamente la meditazione mindfulness viene praticata sedendosi con gli occhi chiusi,  su una sedia oppure un cuscino. Inizialmente l’attenzione viene posta sulla consapevolezza del respiro e del movimento dell’addome quando si espira e si inspira dal naso. Nel caso in cui, durante la meditazione ci si  distrae dal respiro, si prende atto che la nostra mente può vagare e seguendo un atteggiamento non giudicante ma accogliente e accettante si ritorna a concentrarsi sul respiro.

I meditatori iniziano con brevi periodi di 10 minuti di pratica al giorno. Praticando regolarmente la mindfulness, diventa più facile mantenere l’attenzione focalizzata sul respiro e continuando nella pratica la consapevolezza del respiro può essere estesa alla consapevolezza dei pensieri, delle parole, dei sentimenti e delle azioni.

Vi consiglio la lettura di questi tre libri per approfondire meglio le questioni di cui abbiamo parlato

 “L’ansia: conoscerla e superarla” di Erica Lisei Maggioli Editore, dove viene riportata nel dettaglio la tecnica della respirazione.

“Vivere momento per momento “  primo libro scritto da Jon Kabat-Zinn; Corbaccio Editore

“Dovunque tu vada, ci sei già”, secondo libro scritto da Jon Kabat-Zinn; Corbaccio Editore

Articolo di Adriana Cigni

Dottoressa Daniela Tagliabue

Daniela Tagliabue cell. 340-7712729

[email protected]

 Centro Multidisciplinare KORU LAB via Santo Stefano 10 

  a Cesano Maderno     [email protected]

sede di Milano via Zurigo 28 – piazza Wagner 2

Dipingere lo spazio.

Matteo Corbetta, Arteterapista.

Matteo nell’ultimo articolo ti avevo chiesto di raccontare l’esperienza di questo laboratorio “dipingere nello spazio”.

Eccoci qua, cosa avete fatto? Siete riusciti a “dipingere lo spazio”?

Sì , ci siamo riusciti, abbiamo dipinto lo spazio ORIZZONTALE e VERTICALE. All’inizio c’era l’esigenza di creare un’immagine che rappresentasse qualcosa … poi pian piano abbiamo avuto la possibilità di far “danzare i colori” nello spazio del supporto dall’alto verso il basso. Sono nate altre forme, altri movimenti e modalità di coloritura.

“È stato bello perchè non si doveva stare nei contorni”;

“mi sono sentita come in una danza … libera”.

Queste le espressioni dei bimbi durante la verbalizzazione. Siamo passati dalla premura di creare un’immagine “come quando vai a scuola” ad una danza “che mi ha fatto stare proprio tranquilla”. E così sono nate storie di regni e mondi colorati.

Grazie Matteo ogni volta che ci parli di questi laborativi espressivi si respira aria di creatività, di fantasia liberata.

Matteo Corbetta

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Non siamo il sintomo

Riflessioni di una Psicoterapeuta.

Qualche giorno fa ho ricevuto questa riflessione della Dottoressa Ius in un messaggio audio, ho pensato subito di condividerla con voi.

Forse per alcuni è scontato, ma chi ha iniziato un percorso di terapia e/o chi vive delle problematiche che si manifestano con sintomi evidenti (mutismo selettivo, crisi di panico, fobie di varia natura), sa quanto sia importante questo pensiero.

Ecco il messaggio della Dottoressa Ius.

Oggi la giornata di lavoro si è conclusa in un modo particolare.

Durante l’ultima terapia mi sono trovata a riflettere su come i sintomi, spesso, possano essere così pervasivi da essere confusi con tratti della personalità;

 su come, chiedendo notizie di una persona con un disagio, un disturbo della sfera emotiva o psicologica, ci si trovi subito a parlare di come sta rispetto al suo sintomo e di come questo sia pervasivo più delle malattie fisiche; si dimenticano aspetti personali, piacevoli, caratteriali, particolari che sono altro rispetto a quel sintomo.

Ho guardato la mia paziente con occhi diversi, mi sono resa conto della sua cultura, di come parli bene, di come sia piacevole ascoltarla.

Mi sono chiesta: quando smettiamo di vedere questo e trattiamo con il sintomo e non con la persona? È vero che a volte i disturbi mentali e sintomi psicologici possono condizionare fortemente il comportamento ma non sono il comportamento, non sono la persona.

Con i bambini è più facile distinguere ciò che sono da ciò che hanno, perché possono avere l’ansia, una fobia, ma non sono quella fobia, non sono quell’ansia. I bambini riescono più facilmente degli adulti a proporsi differentemente rispetto al proprio sintomo, in contesti diversi.

Impariamo da loro.

Adriana Cigni per Simona Ius

Dottoressa Simona Ius  

Il suo Studio è a Roma Via Aurelia 376 00167 Roma 
(Metro A fermata Baldo degli Ubaldi)

mail [email protected]

tel.    +39 3384375814

Le immagini dell’articolo sono prese dal web

Di tutti i colori…dipingendo lo spazio. Laboratorio espressivo di Matteo Corbetta, Arteterapista.

Matteo ancora un Laboratorio espressivo in programma al Centro Koru Lab di Cesano Maderno questa volta dipingerete lo spazio? Che vuol dire?

L’esperienza che vivremo a Gennaio vedrà come protagonista IL COLORE. Con i bambini lavoreremo sul colore in modo “tridimensionale”

Come è possibile lavorare in modalità tridimensionale su una superficie piana?

È possibile! Metteremo dei fogli sia in verticale che in orizzontale, occupando quindi lo spazio del pavimento e delle pareti circostanti. In questo modo i bambini potranno percepire e percepirsi in uno spazio a 360° dove lasciare una traccia del proprio passaggio.

Il COLORE, con l’aiuto delle mani e dei pennelli, occuperà l’intera stanza creando atmosfera e suggestioni. Al termine del lavoratorio sarà interessante vedere come la dimensione creativa dei bambini ha percepito questo spazio dipinto di “nuovo”, creeremo delle storie… come loro sanno fare.

Grazie Matteo la tua descrizione è entusiasmante, ci rivediamo su questo blog il 12? Devi assolutamente raccontarci qualcosa a laboratorio finito e soprattutto sono curiosa di vedere le foto.

Vi ricordo che il laboratorio è rivolto ai bambini dai 5 ai 10 anni, il costo è di 15€ , per partecipare al laboratorio:

SCRIVERE UNA MAIL AL CENTRO KORU LAB

[email protected] o telefonare 3383826500

Matteo Corbetta

[email protected]
3393506327
CENTRO KORU LAB VIA SANTO STEFANO 10CESANO MADERNO
[email protected] www.korulab.it

Intervista alla Dottoressa Chinello, Psicologa-Psicoterapeuta specializzata in Sessuologia.

Dottoressa Viviana Chinello lei collabora con il Centro Koru Lab, sto presentando al pubblico i vari professionisti che lavorano in questo Centro Multidisciplinare che si trova a Cesano Maderno, poiché è un punto di riferimento importante per il territorio credo che sia utile che “l’utenza” conosca in anticipo il professionista o il team di professionisti a cui si affiderà. Quando inizio una nuova intervista la domanda di rito è: perché ha scelto questo percorso professionale?
La scelta del mio percorso di studi arriva sicuramente dal mio contesto familiare dalla mia storia personale, i miei, veneti, nel dopoguerra si sono trasferiti nella provincia di Milano per cercare lavoro L’inserimento non è stato facile, erano due persone “sradicate” dalla loro famiglia di origine, dalla loro terra per costruirsi un futuro migliore. Io sono cresciuta in una famiglia semplice ma con valori solidi, mi hanno insegnato l’importanza del lavoro e soprattutto dello studio. Fino all’adolescenza, il mio obiettivo era quello di diventare insegnante, e ho scelto quindi una scuola superiore che mi indirizzasse verso questo lavoro. Durante gli anni delle superiori ho sviluppato una vera passione per due materie in particolare per la psicologia e la filosofia che mi hanno poi spinta ad di iscrivermi al corso di laurea in Psicologia a Padova. Non è stata una scelta facile, la Facoltà era lontana da casa (il caso ha voluto che fosse a Padova, città di origine di uno dei miei genitori!), era anche una spesa notevole per i miei e in più proprio per non pesare su di loro ,studiavo e insegnavo al contempo.
La ringrazio Dottoressa per questa sua testimonianza, è molto bello sapere che i suoi genitori le abbiano instillato l’importanza e il valore dello studio, ma come è arrivata alla specializzazione in Sessuologia?
Quando ho concluso il mio percorso di Studi, specializzandomi anche in Psicoterapia Sistemico Relazionale, mi sono resa conto che gli strumenti che avevo mi permettevano certamente di essere una buona psicoterapeuta ma d’altra parte non mi facevano capire fino in fondo le problematiche legate alla sessualità e così per approfondire questo aspetto, mi sono iscritta alla specializzazione in Sessuologia.
Mi occupo di psicoterapia sia livello individuale, sia di coppia, che famigliare.
Se la persona vuole fare un percorso individuale ovviamente viene da sola, poi durante il percorso di terapia, se la persona ha una relazione, se esiste un partner, può essere invitato all’interno di qualche incontro per esplicitare quei “non detti” che spesso si creano nella coppia, e che sono disfunzionali per la coppia stessa..
Lavoro molto anche con gli adolescenti, collaboro con delle scuole superiori da circa venti anni, dove mi occupo proprio delle tematiche legate all’adolescenza, che non sono mai le stesse e variano nel corso degli anni.
Mi occupo anche delle problematiche legate alla sessualità, per quanto riguarda l’aspetto maschile quando il problema ha una causa organica spesso ha effetti negativi anche sullo stato emotivo e psicologico delle persone, in questo caso intervengo collaborando in parallelo con altri speciali, per favorire un supporto “integrato”. Quando queste problematiche non hanno una componente organica ma sono di carattere psicologico viene richiesto il mio supporto, per iniziare un percorso che permetta di affrontare alcuni “blocchi” che si ripercuotono soprattutto nella vita sessuale.
Sia ben chiaro tutto questo vale anche per le donne, anche se, sono quelle che chiedono meno un aiuto psicologico, rimanendo in quella situazione per tanti anni… o addirittura per sempre.
Quando c’è un problema legato alla sfera della sessualità chi fa il primo passo, chi si rivolge a lei, i singoli individui o la coppia di comune accordo?

In genere da me vengono singolarmente e sono gli uomini a prendere l’iniziativa , iniziano un percorso e strada facendo possiamo decidere o meno di coinvolgere direttamente l’altro elemento della coppia, oppure si continua singolarmente, fermo restando che in un problema di carattere sessuale se si è in coppia, il partner è sempre coinvolto anche se indirettamente.
Anche se sembra incredibile visto che siamo nel 2019, anzi tra un mese 2020, ancora oggi non è facile parlare della propria sessualità, lei che ha notato cambiamenti? In base alla sua esperienza le donne sono più disposte a parlare dei problemi legati alla loro sessualità, rispetto a qualche decennio fa? E cosa direbbe alle giovani donne ?

Ci sono stati certamente dei cambiamenti negli ultimi 3-4 anni,, spesso quando c’è un problema legato alla sessualità alla base c’è un problema nella relazioni di coppia e molte coppie ora si rivolgono a me proprio per risolvere queste problematiche, insieme. Si fa anche psicoeducazione, perché non hanno sempre delle conoscenze appropriate, ma più “mitologiche”. È bello vedere i successi della terapia, e le maggiori conoscenze che i soggetti hanno su di loro e sulla loro sessualità, e come riescono a ritrovare la loro serenità.
Le donne sono più consapevoli delle loro difficoltà legate alla sfera sessuale, ma non sempre c’è una disponibilità a risolvere queste difficoltà con un percorso psicologico e sessuologico, c’è sempre un atteggiamento di vergogna oppure ci si sforza di non dargli peso , anche se invece hanno un peso importante nella relazione.
Ancora oggi entrano in gioco aspetti inibitori sulla donna che rendono più difficoltoso l’inizio di un percorso, legati sicuramente alla cultura famigliare, ai “miti famigliari” tramandati, all’educazione ricevuta, alle caratteristiche personali delle stesse.

Alle giovani donne direi di non avere esitazioni a parlare con una sessuologa per parlare di sessualità, perché non sempre “le amiche” possono togliere le preoccupazioni e le paure che spesso non sono così gravi.
Grazie  credo che il fatto che lei collabori anche con un Liceo sia veramente importante, io ho un figlio adolescente e sono perfettamente consapevole della necessità di una sana educazione sessuale, non basta l’informazione che diamo noi genitori, anche quando il rapporto con i figli è bello, aperto e sincero, ci sono temi e problematiche che spesso non hanno il coraggio di affrontare con noi. O forse siamo noi che non sempre siamo pronti! Quindi una corretta informazione sulla sessualità aiuta sicuramente a incrementare il rispetto reciproco.

Ricordiamo che la Dottoressa Viviana Chinello potete contattarla presso il Centro Koru Lab
via Santo Stefano, 10 Cesano Maderno (MB)

E-mail [email protected]
Tel.0362 157 2908

[email protected]

https://vivianachinellopsicologa.com/

“Facciamone di grosse” con le mani in pasta. Laboratorio espressivo con Matteo Corbetta Arteterapista

Ho già parlato varie volte di Arteterapia con Matteo Corbetta, ci ha raccontato esperienze belle e intense vissute nel setting con bambini , adolescenti e anche adulti. Dalla settimana scorsa è partito un nuovo progetto di Matteo, un ciclo di 5 laboratori espressivi rivolti a bambini dai 5 ai 10 anni che ha come titolo DIRE … FARE… CREARE Storie e divertimento, un appuntamento periodico che si protarrà fino a Gennaio (con una pausa nel periodo natalizio), al Centro Koru Lab di Cesano Maderno.

Sabato scorso il laboratorio aveva come titolo “Che strappo”, un’esperienza cartacea, ho chiesto a Matteo …ma in pratica che avete fatto?

Abbiamo scoperto cosa si può fare con la carta: tagliare, strappare, accartocciare, creare forme e assemblare. Dopo aver scelto i materiali “come quando si fa la spesa”, abbiamo iniziato a usare le mani senza sapere bene cosa fare. Abbiamo sperimentato che pian piano guardando i materiali scelti ,nascono le idee e si trasformano in forme. Strappo dopo strappo, ritaglio dopo ritaglio e assemblaggio dopo assemblaggio, con un pò di colla o di scotch si sono create delle vere opere d’arte che abbiamo appeso proprio come in un museo. Ci siamo sentiti come dei veri artisti e nel museo che abbiamo allestito abbiamo presentato ogni nostra opera ai compagni ,dando un titolo e raccontando l’esperienza compositiva.
Con la carta abbiamo sperimentato che si può creare davvero tanto.


Matteo il prossimo laboratorio ha un simpaticissimo titolo “Facciamone di grosse” . Con le mani in pasta, ci spieghi di che si tratta?

Questo laboratorio sarà dedicato alla manipolazione di materie semplici. Partiremo da alcuni ingredienti: acqua e farina o acqua e terra e creeremo degli impasti modellabili per arrivare ad un’opera tridimensionale.

Sporcarsi le mani, metterle a contatto con gli impasti , partire dalla materia en entrarci dentro con una parte del corpo, le mani! Tutto questo attiverà sensi e sensazioni in un laboratorio che ospiterà ingredienti e profumi, si partirà così verso un processo creativo che creerà delle forme. Ogni bambino potrà poi presentare la sua opera al resto del gruppo , sarà un momento di confronto e possibilità di racconto.

Grazie Matteo, mi hai incuriosita moltissimo con questa spiegazione, ci riaggiorniamo a laboratorio finito? Così potrai raccontarci l’esperienza vissuta con le “mani in pasta”!!



PER ISCRIVERSI AI LABORATORI SCRIVERE UNA MAIL AL CENTRO KORU LAB

[email protected] o telefonare 3383826500

Matteo Corbetta

[email protected]
3393506327
CENTRO KORU LAB VIA SANTO STEFANO 10CESANO MADERNO
[email protected] www.korulab.it

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Autunno e Stanchezza La sindrome stagionale. Ne parliamo con la Dottoressa Daniela Tagliabue

Autunno e Stanchezza

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La sindrome stagionale. Ne parliamo con la Dottoressa Daniela Tagliabue

Dottoressa come mai per alcune persone, me compresa, quello che stiamo vivendo è un periodo dell’anno molto faticoso, ci sentiamo spossati e stanchi come se tutta l’energia accumulata in estate si dissolvesse con il cambio di stagione?

Con l’arrivo dell’autunno spesso accade di sentirsi più stanchi, svogliati e poco concentrati. In autunno, infatti le giornate si accorciano e sia la durata sia l’intensità della luce via via si riducono. Il legame fra stanchezza e autunno è esattamente questo: l’abbassamento della temperatura esterna e la diminuzione delle ore di luce, comportano un impatto sul ciclo circadiano, ovvero il ritmo biologico di sonno-veglia, per via dell’aumento dei livelli di melatonina, e altresì un calo del tono umorale; la contrazione delle ore di luce impatta, infatti, sulla produzione di serotonina, nota anche come ormone della felicità.

Inoltre il passaggio dall’ora legale a quella solare che avviene solitamente a fine ottobre, se da una parte ci permette di sfruttare al massimo le ore di luce, da un altro ha degli effetti sulla salute umana. Per qualche giorno infatti, alcune persone potrebbero accusare fastidi come sonnolenza, apatia, perdita di concentrazione e alterazioni del tono dell’umore. 

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Quindi la stanchezza autunnale può essere considerata una vera e propria sindrome stagionale?

L’associazione fra stanchezza e autunno può configurare una sindrome ben precisa: il disturbo stagionale dell’umore, altrimenti dettoSAD (Seasonal Affective Disorder). I cambiamenti climatici autunnali sopra descritti sono oggi riconosciuti dalla scienza come causa di questo disturbo che colpisce un gran numero di persone all’arrivo dell’autunno. Questo disturbo è caratterizzato da una perdita d’interesse e piacere nelle normali attività quotidiane, da malumore persistente, nervosismo, sensazione d’inutilità, sonnolenza e stanchezza diurne, prolungata necessità di dormire e fatica a risvegliarsi.

Sappiamo quali siano le cause fisiologiche di questo disturbo stagionale?

La causa di questi sintomi è la minore esposizione e durata ai raggi solari, una condizione che fa precipitare la produzione di serotonina, considerata l’ormone del benessere, ed è responsabile di una maggiore secrezione di melatonina, l’ormone del relax e del sonno.

L’alterazione del ritmo circadiano, indotta dalla riduzione delle ore di luce, indebolisce le difese immunitarie generali, ma anche la capacità di reazione della psiche: ed ecco che alcune persone, particolarmente vulnerabili, sono soggette a questo disturbo, ovviamente ciascun individuo manifesta reazioni differenti, in funzione della propria sensibilità e del proprio corredo genetico.

Per riassumere Dottoressa Tagliabue, la causa della svogliatezza e dell’abbassamento di concentrazione che viviamo ciclicamente in questo periodo dell’anno, è dovuto all’accorciamento delle giornate e alla riduzione delle ore di luce che hanno una notevole influenza sul ritmo circadiano che regola l’alternanza del ciclo sonno/veglia con implicano ricadute sul tono umorale. In alcuni casi, questa situazione determina un reale disturbo stagionale dell’umore. Sì, il passaggio stagionale dall’estate all’autunno è un vero stress, sia per il fisico sia per la mente.

Sì, l’autunno sembra quindi la stagione ideale per concentrarsi su sé stessi, aumentare le energie e prendersi cura di sé. Esistono alcune metodologie ed esercizi che hanno proprio l’obiettivo di portare benessere al corpo e alla mente attraverso esercizi di rilassamento e consapevolezza.

A proposito di queste metodologie vogliamo parlare del Laboratorio di  PAUSA RELAX che condurrà il 25 novembre al Centro Koru Lab di Cesano Maderno? A chi è rivolto?

Il laboratorio “pausa relax” è rivolto principalmente ad adulti (ma possono partecipare ragazzi a partire dai 16 anni). È una serata esperienziale, dedicata al rilassamento e alla consapevolezza tramite la pratica di alcuni esercizi guidati. Il laboratorio è gratuito.

Lei accosta il rilassamento alla consapevolezza, potrebbe spiegare ai nostri lettori cosa si intende per consapevolezza?

Consapevolezza è il termine italiano corrispettivo di mindfulness: “è prestare attenzione alle cose che succedono e al momento presente, in un modo non giudicante.” È un modo di coltivare la piena esperienza del qui e del momento presente. Sviluppa una capacità di aumentare l’attenzione per il presente, a quello che siamo e come agiamo. La Mindfulness non è una tecnica di rilassamento!

La consapevolezza, ponendo l’attenzione al contesto quotidiano e all’esperienza di vita ci permette di avere maggiore padronanza sugli eventi che ci accadono e di essere coscienti  degli aspetti che connotiamo come negativi.  Quindi la mindfulness , se applicata con continuità, ci insegna a non negare, a non respingere le eventuali condizioni di disagio;  ma bensì accogliere e accettare  tutte le componenti del nostro essere, di tutti gli aspetti della propria esistenza.

La ringrazio Dottoressa e invito tutti coloro che sono interessati a iscriversi al Laboratorio PAUSA RELAX – Come recuperare l’energia attraverso esercizi di rilassamento e consapevolezza.

L’incontro è GRATUITO dalle 18.45 alle 20

ISCRIZIONE OBBLIGATORIA

Scrivendo a [email protected]

Telefonando al 338 3826500

Dottoressa Daniela Tagliabue

Daniela Tagliabue cel 340-7712729

[email protected]

Centro Multidisciplinare KORU LAB via Santo Stefano 10 [email protected]

AUTISMO: QUALI SONO I RUOLI PROFESSIONALI IN ABA?

AUTISMO: QUALI SONO I RUOLI PROFESSIONALI IN ABA?

NE PARLIAMO CON SOFIA NESPOLI ,NEUROPSICOMOTRICISTA E ASSISTENTE ANALISTA DEL COMPORTAMENTO AL CENTRO KORU LAB DI CESANO MADERNO.

Credo che sia molto importante per i genitori di bambini e ragazzi che hanno disturbi dello spettro autistico e per gli insegnanti conoscere e distinguere i ruoli professionali in ABA. Ho chiesto quindi informazioni a  Sofia Nespoli, Neuropsicomotricista e Assistente Analista del Comportamento al Centro Koru Lab di Cesano Maderno.

Prima di entrare nel dettaglio dei ruoli professionali potrebbe descrivere il suo percorso professionale?

Tutto è cominciato nel 2010, poco prima di laurearmi,   l’anno in cui ho avuto la fortuna di incontrare  una splendida famiglia e il loro figlio, un bambino di due anni con dei bellissimi occhi. Il bambino che chiameremo M.  doveva cominciare un programma ABA.

 Mi sono documentata e ho iniziato così a fare la terapista ABA con questo bimbo e poi con tanti altri, scoprendo piano piano una naturale predisposizione per questo tipo di lavoro. Parallelamente cresceva la passione e la voglia di formarmi ulteriormente. Nel 2014 ho così frequentato il master “L’Analisi del Comportamento: aspetti teorico-metodologici e applicazioni al disturbo autistico” con IESCUM (Istituto Europeo per lo Studio del Comportamento Umano), diventando così Assistente Analista del Comportamento. Sulla mia strada ho sempre avuto la fortuna di incontrare professionisti validi e competenti, che hanno saputo trasmettermi, oltre alle competenze tecniche, l’amore e la passione per lo splendido lavoro che ho la fortuna di svolgere. 

Sono d’accordo con lei che fare il lavoro che ci piace è un dono che la vita ci offre, allora approfitto della sua competenza e le chiedo: può spiegarci quali siano i ruoli professionali in ABA? Io cerco sempre di mettermi nei panni dei genitori,

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il momento della diagnosi è particolarmente difficile, subito dopo il momento di impatto normalmente si cerca il modo per aiutare il proprio bambino. Si cercano le terapie. Per esempio immaginiamo che dei genitori decidano di seguire un percorso di terapia ABA, potrebbe descrivere le varie figure professionali che da quel momento lavoreranno con loro e con il bambino?

Possiamo pensare alle figure professionali che applicano i principi e le procedure dell’ABA ,in maniera piramidale.

Innanzitutto dalla progettazione della terapia fino all’esecuzione , deve essere sempre presente un responsabile dell’intervento, l’Analista del Comportamento . Se è certificato presso l’organismo internazionale che si occupa di certificazioni ABA (il Board), è un BCBA (Board Certified Behavior Analyst).

Cosa fa l’Analista del Comportamento?

L’Analista del Comportamento lavora in maniera indipendente, progettando l’intervento e valutandone l’efficacia. Supervisiona inoltre i terapisti, verificando che applichino i principi e le procedure in maniera adeguata, sceglie le strategie migliori per il singolo bambino, utili per ottenere gli obiettivi prefissati. Gli obiettivi vengono stabiliti sempre in seguito ad una valutazione altamente personalizzata, per poter poi cucire l’intervento su misura del bambino, in base ai suoi punti di forza e di debolezza. Obiettivi e strategie vengono stabiliti, inoltre, anche in base all’ambiente quotidiano di vita del bambino.

Esiste poi la figura dell’Assistente Analista del Comportamento (BCABA – Board Certified Assistant Behavior Analyst), che non può mai lavorare in maniera indipendente, ma deve essere supervisionato da un Analista del Comportamento. Gli ambiti di intervento sono perlopiù paragonabili a quelli dell’Analista, la differenza sta principalmente nel fatto che non può operare in autonomia. Potremmo definire l’Assistente Analista come una figura “ponte” tra l’Analista e il terapista/tecnico.

Il terapista/tecnico comportamentale (RBT – Registered Behavior Technician) si occupa dell’applicazione diretta delle strategie, dei principi e delle procedure col bambino; è colui, quindi, che implementa l’intervento che è stato progettato dall’Analista del Comportamento. Una precisazione fondamentale: il tecnico non può operare da solo e prendere decisioni rispetto a modificazioni dell’intervento senza supervisione dell’Analista o dell’Assistente Analista.

La ringrazio Sofia, ricordo ai nostri lettori che presso il Centro KORU LAB di Cesano Maderno è presente uno Spazio Autismo, che prevede una totale  presa in carico , nel Centro troverete:

– presenza di un’équipe formata da diversi professionisti (consulente ABA, assistente consulente ABA, terapisti ABA, logopedista…);
– terapia al centro;
– workshop mensile;
– formazione degli operatori scolastici sui principi dell’ABA da applicare in ambiente scolastico, al fine di promuovere gli apprendimenti e la socializzazione;
– formazione dei genitori per l’implementazione di strategie ABA nell’ambiente di vita quotidiano del bambino;
– sportello di ascolto per i genitori, al fine di offrire loro un sostegno psicologico sia in fase di comunicazione della diagnosi che durante il percorso riabilitativo;
– spazio di ascolto e di espressività per fratelli e sorelle dei bambini con disturbo dello spettro autistico, al fine di fornire loro strategie per interagire coi loro fratelli ed offrire uno spazio dove possano esprimere domande, ansie e paure;
– momenti di confronto coi compagni di classe del bambino con autismo, al fine di spiegare le difficoltà del loro compagno e di fornire strategie per relazionarsi al meglio con lui. 

Nella presa in carico sono compresi: valutazioni funzionali, materiali specifici per il singolo bambino, materiali per i genitori e materiali per la scuola. 

Sofia Nespoli

Neuropsicomotricista e Assistente Analista del Comportamento

Centro Koru Lab

Via S.Stefano 10 Cesano Maderno (MB)

[email protected]

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tel. 3383826500

DIRE FARE CREARE STORIE E DIVERTIMENTO Laboratori di Arteterapia al Centro Koru Lab

DIRE FARE CREARE STORIE E DIVERTIMENTO

Non sapevo come proporre questa nuova iniziativa dell’arteterapista Matteo Corbetta, non riuscivo a trovare le parole adatte per dare rilievo alla nuova iniziativa che si svolgerà presso il Centro KORU LAB di Cesano Maderno. Ci ho riflettuto… poi mi sono resa conto che l’ho intervistato varie volte e che spesso ci ha raccontato il suo lavoro, i laboratori, le sue esperienze e allora come dice lui stesso ” Nel setting si sperimenta liberamente portando l’attenzione sul fare attraverso il  gioco/disegno/espressione artistica. In questo contesto ci si “allena” all’apertura, al “lasciare andare”. Attraverso il gioco il livello d’ansia si abbassa notevolmente ed è più facile entrare in relazione  con l’altro. “

Ecco le parole giuste. Ecco in breve il senso di un laboratorio espressivo.

L’arteterapista Matteo Corbetta propone laboratori espressivi per sperimentare e sperimentarsi in un contesto ludico, ma non solo… la nuova iniziativa è rivolta ai bambini dai 5 ai 10 anni . Di che si tratta Matteo?

Ho una lunga esperienza di laboratori sia per bambini che per adulti quindi visto   il successo e l’entusiasmo che i bambini hanno manifestato durante quello che ho proposto per l’OPEN DAY del KORU LAB , ho pensato di creare, nel Centro, uno spazio dove riproporre laboratori legati alla sperimentazione, alla creatività, alla possibilità di sperimentarsi e anche di relazionarsi  attraverso una modalità espressiva.

In ogni incontro proporrò un materiale diverso che servirà ai bambini per fare viaggi nella fantasia e percorrere il nostro e gli altrui “mondi possibili”, ognuno avrà la possibilità di esprimersi in modo individuale e /o in gruppo secondo le proprie necessità. Tutti potranno raccontarsi o semplicemente ascoltare, saranno liberi di prendere delle iniziative o prendere spunto dagli altri.

Quanti saranno i laboratori?

Ho intenzione di dividere il progetto in 5 laboratori:

Il primo si svolgerà il 16 Novembre dalla 15 .00 alle 17.00 e avrà come titolo

Che strappo … un’esperienza cartacea

costo 15€ a bambino

in caso di partecipazione di due fratelli il costo totale sarà di 20€

Il secondo laboratorio avrà luogo il 30 novembre, questa volta i bambini ne faranno di grosse…

Facciamone di grosse…” Le mani in pasta

Il 14 dicembre saranno i colori i protagonisti del laboratorio

Di tutti i colori”. Lo spazio diventa colore

Cominceremo l’anno lavorando con la fantasia, 11 gennaio

Fantasia in scatola. Aprire e chiudere le storie.

Il ciclo di 5 laboratori si concluderà …in gruppo!

Liberamente: un incontro artistico di gruppo

PER ISCRIVERSI AI LABORATORI SCRIVERE UNA MAIL AL CENTRO KORU LAB

[email protected] o telefonare 3383826500

Matteo Corbetta

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CENTRO KORU LAB VIA SANTO STEFANO 10CESANO MADERNO

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SHIN SO SHIATSU – BOWEN – NIROMATHE TUINA PEDIATRICO : trattamenti per il benessere e il riequilibrio psicofisico di adulti e bambini. Di che si tratta?Ne parliamo con Katiuscia Morgese, Operatrice Olistica

Il 26 ottobre in occasione dell’OPEN DAY del Koru Lab di Cesano Maderno sarà possibile prenotare delle sedute gratuite, per bambini e adulti di :

SHIN SO SHIATSU
BOWEN
NIROMATHE
TUINA PEDIATRICO

Conosco lo shiatsu ma non le altre pratiche  per questo ho chiesto a Katiuscia Morgese, che condurrà queste sedute, di spiegarci in cosa consistono. Ma prima di entrare nell’argomento conosciamola meglio. Katiuscia come mai ha scelto questo lavoro?

Tutto è nato da un’esigenza interiore, a 20 anni ho avuto un problema di salute e mi consigliarono l’agopuntura, questo primo approccio alla Medicina Naturale ha cambiato il mio pensiero, le mie abitudini e il mio stile di vita fino a portarmi a studiare Shiatsu e Medicina Tradizionale Cinese (MTC), ponendo le basi di un nuovo modello di vita e di quello che poi sarebbe diventato il mio lavoro: terapeuta olistica in MTC.

 La maternità mi ha aiutata ad ampliare le mie conoscenze, avvicinandomi al  Tuina Pediatrico, un’altra branca della MTC.  Durante la formazione ho compreso quanto fosse importante non solo sostenere il bambino nei primi anni di vita della sua crescita, ma anche sostenere i genitori insegnando loro le stimolazioni adeguate per quei piccoli disturbi di cui soffrono tutti i bambini, senza sentirsi inerti davanti un semplice raffreddore, stipsi, o sonno interrotto.

 Negli ultimi anni ho appreso anche il Bowen e il Niromathe,  due metodi di una straordinaria efficacia.

 Katiuscia di cosa si occupa il terapeuta Olistico?

Il terapeuta Olistico pone l’accento sulla totalità dell’individuo, sull’indivisibilità del corpo, mente, emozioni.   L’efficacia delle discipline olistiche è ancora poco conosciuta, soprattutto in ambito pediatrico, alcuni pensano che siano semplici massaggi, in realtà sono trattamenti che mirano al benessere e al riequilibrio psichico-fisico.

Può spiegare ai nostri lettori in cosa consistono questi trattamenti?

Lo Shiatsu è tecnica manuale che ha le sue radici in Giappone e in Cina.  Attraverso una pressione manuale perpendicolare e costante si agisce principalmente sulle strutture ossee, le articolazioni e i tendini riattivando il corretto funzionamento interno e del sistema nervoso vegetativo.

Un trattamento completo ha effetti favorevoli consentendo di raggiungere e mantenere il proprio potenziale personale. Pratico lo Shin So Shiatsu,  che si avvale del Finger Test, ovvero un test kinesiologico che consente di individuare aree e zone in squilibrio per trattamenti mirati.

 E per quanto riguarda il Tuina pediatrico? Molti genitori saranno curiosi di avere informazioni su questa tecnica. Qual è la fascia d’età interessata?

  Anche il tuina pediatrico non va confuso come un semplice massaggio. Si propone infatti come un valido aiuto in caso di tosse e muco, febbre e raffreddori, otiti, disturbi del sonno e irrequietezza, inappetenza, coliche gassose nel neonato. Ha lo scopo di stimolare e sostenere la crescita del bambino nel suo periodo di sviluppo più delicato, da 0 a 10 anni. Percorrendo punti e meridiani della MTC (come nello Shiatsu), vengono effettuati dei movimenti dolci, con ritmo costante e uniforme. Queste stimolazioni profonde o superficiali consentono di sciogliere alcuni nodi, rinforzare le difese immunitarie e liberare gli accumuli

  Mentre il Niromathe e il Bowen in cosa consistono?

Entrambi agiscono sul tessuto connettivo, sui muscoli e sui tendini, e sono prive di manipolazioni.

 Il NIROMATHE   è conosciuto in Francia come l’osteopatia della pelle. Attraverso la creazione di una vibrazione cutanea diretta, superficiale e polarizzata, consente un riconoscimento molto veloce del tipo di blocco di cui la persona è sofferente. Tutto ciò si compie al livello della pelle. La pelle e il Sistema Nervoso Centrale hanno la stessa origine embriologica ed è la ragione per la quale lo scollamento cutaneo vibratorio permette la riprogrammazione tissutale di un’articolazione (sbloccaggio), d’una funzione (digestiva per esempio), di un riequilibrio generale (sonno, ansia, etc..).

 La tecnica  BOWEN è unica nel suo genere, una tecnica dolce e non invasiva grazie alla quale il corpo riscopre la sua armonia. Composta da una serie di movimenti delicati con frequenti pause durante il trattamento, che permettono al corpo di trarre beneficio da ogni singolo movimento.

Entrambe le tecniche, non invasive, apportano diversi e sorprendenti benefici nei casi di stress, lombalgia, sciatica, spine calcaneari, tendinite, epicondilite, artrite, nevralgie, asma, squilibri emozionali, insonnia, mal di testa.

 Per i nostri lettori e per coloro che volessero prenotare una seduta il giorno dell’OPEN DAY al CENTRO KORU LAB  potrebbe spiegare come si sviluppa una seduta?

Prima di tutto considero quali sono le aspettative e l’intento del cliente. Spesso le persone arrivano con un disturbo funzionale e, partendo dal sintomo (es. gonfiore, debolezza, irrigidimento, dolori articolari…) cerco di portarle a osservare e comprendere ciò che il corpo gli sta comunicando.

Per esempio stati di tensione in muscoli specifici del collo, spalle e mandibola possono essere associati a situazioni emotive. Alla base di ogni seduta, mi avvalgo della Kinesiologia che mi permette di lavorare con tutti, dai bambini agli anziani con difficoltà cognitive, fino ai disabili.

Basandomi sui bisogni della persona,  un’accurata valutazione tattile e osservazione del corpo,  sviluppo il percorso e il trattamento più idoneo. L’intento nel mio lavoro, oltre a ripristinare il benessere psicofisico, è quello di risvegliare l’amore e la cura per se stessi.

 È bene precisare che i trattamenti olistici non sono prestazioni medico-sanitarie e/o terapie ma possono essere affiancati ad esse sostenendo, migliora e mantenendo lo stato di salute.

Katiuscia Morgese

Operatrice Olistica

http://www.k-shiatsu.it/

IL 26 OTTOBRE IN OCCASIONE DELL’OPEN DAY POTETE PRENOTARE UNA SEDUTA GRATUITA DI SHIN SO SHIATSU O BOWEN, NIROMATHE O DI TUINA PEDIATRICO PRESSO IL CENTRO KORU LAB DI CESANO MADERNO, via Santo Stefano n°10, la prenotazione è obbligatoria: scrivere a [email protected] o telefonare al 3383826500

Mutismo selettivo: la parola ai genitori. Carla e suo figlio Michele.

 

 

 

 

 

 

 

Mi presento, sono Carla, mamma di Michele

Mio figlio, Michele, tra pochi giorni compie 10 anni e soffre di Mutismo Selettivo.

La  prima volta che ho sentito parlare di MS è stato quando mio figlio  (frequentava l’ultimo anno di scuola dell’infanzia), mi ha rivolto questa domanda: “mamma, se non parlo con le maestre,  come farò ad andare alla scuola elementare?”

È stato allora che mi si è insinuato il dubbio che ci fosse qualcosa che non andava, fino a quel momento tutti pensavamo che Michele  fosse un bambino particolarmente timido e riservato ,ed attribuivamo a questo il suo silenzio in classe e la sua necessità di compiere piccoli rituali prima di entrare in classe ogni mattina.

Sono andata a parlare col vicepreside il quale mi ha detto: “suo figlio ha il mutismo selettivo, nessun problema, in questa scuola c’è un’altra bimba che ha lo stesso problema e  sta facendo progressi, stia tranquilla”.

  • Cosa è successo da quel momento? Dall’incontro con la parola MUTISMO SELETTIVO?

Da quel momento si è messa in moto la macchina burocratica, fatta di visite specialistiche, valutazione neuropsichiatrica al Policlinico Umberto I di Roma (noi viviamo a Roma), e quando per la prima volta abbiamo visto nero su bianco la diagnosi ci siamo resi conto che allora era tutto vero, Michele  è un bambino con Mutismo Selettivo.

L’impatto è stato forte!

Dopo vari tentativi sia nel pubblico (ASL di appartenenza) che nel privato, finalmente nel giugno scorso conosco lei su facebook (lei… sarei io Adriana!) che mi indica La Dottoressa… da allora mio marito ed io la incontriamo regolarmente  (facciamo terapia indiretta).

Stiamo lavorando tanto sulle dinamiche familiari e sul rapporto tra me e Michele,da un anno ci sono state riconosciute la 104 e l’indennità di frequenza ed inoltre è stato attivato il PDP

Le maestre di Michele sono molto collaborative, umane e disponibili  con noi genitori e Psicoterapeuta, Michele non parla ancora ma sta facendo enormi progressi a scuola.

Il suo livello d’ansia si è significativamente abbassato, sino a consentirgli di leggere fuori dalla classe in presenza di alcuni compagni e la maestra di italiano.

  • E i suoi compagni?

Con i compagni di classe ha un ottimo rapporto sin dal primo anno di scuola elementare, lavoriamo molto sulla socializzazione, casa nostra è sempre aperta a tutti gli amichetti.

  • Ecco una storia positiva. Ho omesso volontariamente la diagnosi precisa e il nome della Psicoterapeuta (posso darvi tutte le informazioni in privato) per correttezza e per rispetto nei confronti di Michele e della sua famiglia. I nomi sono ovviamente di fantasia.

 

Mutismo selettivo: la parola ai genitori. Gloria e sua figlia Alice

 

 

 

 

 

 

 

È da tempo che penso a questo piccolo e semplice progetto: dare voce ai genitori di bambini/e o ragazzi/e con Mutismo Selettivo.

Ho chiesto ai genitori di raccontare qual è stato il loro percorso dal giorno in cui hanno scoperto che il /la loro figli* non parlava a scuola o in altri ambiti extrafamiliari. Senza nessuna intenzione di  critica, o giudizio, ognuno vive la sua storia come può.

Ho posto queste semplici domande.

Come ha reagito la vostra famiglia? I fratelli del bambino, i nonni, i vicini, gli amici?

Chi vi ha parlato di MS?

Siete stati aiutati, supportati, sostenuti?

Purtroppo le risposte non sono tutte positive.

(I nomi sono tutti di fantasia.)

Per prima mi ha risposto Gloria, una madre. Ci conosciamo “virtualmente” dal 2015, da allora tante cose sono cambiate per lei e me e altre no.

L’elemento ancora presente nella sua vita è il Mutismo Selettivo.

  • Mi parli di te?

Come madre di bambina con Mutismo Selettivo mi sono sempre sentita sola e incompresa. Ho scoperto  che mia figlia soffriva di MS leggendo un articolo, in pratica trovai tutti i comportamenti di mia figlia. Ho cercato altri articoli, libri, associazioni , gruppi di sostegno sui social…insomma ho fatto tutto il possibile per raccogliere informazioni.

  • E la tua famiglia?Gli insegnanti?

Hanno pensato che fossi esagerata, che in fondo era solo timida e non era il caso di preoccuparsi tanto.

Gli insegnanti erano convinti che fossi iper-protettiva e che il silenzio della bambina fosse volontario , quasi per capriccio. Ho chiesto comprensione e sostegno proprio a loro visto che Alice, passava molto tempo con loro e che proprio a scuola si manifestava maggiormente l’ansia. Mi hanno detto che non si potevano cambiare le regole né fare favoritismi, tutti dovevano avere lo stesso identico trattamento.

Ho cercato di chiedere cosa effettivamente Alice facesse o non facesse a scuola, chiedevo informazioni sul suo silenzio, non parlava con nessun compagno? E con nessun insegnante?

Queste domande sono state equivocate,  hanno creduto che controllassi il loro lavoro

Era una scuola “particolare” privata e montessoriana…

  • Alice ha seguito qualche terapia?

Sì  verso i 5-6 anni. Ma la psicoterapeuta non ha mai parlato di Mutismo Selettivo perché con lei parlava e non ha dato peso al contesto scolastico, ha attribuito il silenzio anche lei ad un atto volontario.

Ho consultato vari terapeuti ma nessuno, lo comprendo oggi, esperto di MS, quasi tutti mi hanno colpevolizzata escludendo questo disturbo come causa del silenzio, ma attribuendolo al fatto che ho fatto vari traslochi, che abbiamo girato paesi con lingue diverse quando lei era molto piccola

Finalmente ho trovato una psichiatra infantile che ha fatto la diagnosi, e che mi ha sostenuta e incoraggiata e anche confortata, ha apprezzato il fatto che non mi sia arresa, che abbia sempre cercato di informarmi e soprattutto abbia aiutato mia figlia

Ora  Alice ha 11 anni ha nuovi insegnanti comprensivi  e collaborativi. Sono alla ricerca di un/una psicoterapetura che possa finalmente farla sbocciare.

  • Grazie  Gloria per il tuo racconto, so che è molto più lungo ma ho voluto espressamente far conoscere i punti più significativi della tua storia:
  1. la solitudine. Spesso è l’elemento peggiore, ci si sente soli, incompresi e non si sa dove andare e cosa fare. Per fortuna oggi esiste il web e tanto tanto materiale e forse con poca modestia  ma con tanta fierezza, credo di aver contribuito ad aumentarlo. 10 anni  fa non esisteva quasi nulla in italiano, e spesso si veniva ancora guardati con sospetto perché il silenzio veniva collegato a traumi-violenze ecc. ecc.  Almeno su questo oggi possiamo dire che oggi l’approccio al MS è diverso.
  2. colpevolizzare i genitore o uno dei genitori. Una volta una persona che mi ha guarito la schiena (quindi il corpo ) ma anche l’anima mi disse: parlare di colpe in alcuni casi è assurdo, noi abbiamo la responsabilità dei nostri figli che non possono prendere delle decisioni quando sono piccoli. Un cambio di lavoro, un cambio di città , una separazione, una matrimonio, un trasloco, sono eventi che fanno parte (almeno uno) della vita di tutti, certo non tutti reagiscono nello stesso modo. Siamo responsabili ma non colpevoli. Ecco allora vorrei che nessuno parlasse mai di colpe in questo ambito, la vita è movimento, è separazione, è novità , può accadere che non tutti abbiano gli stessi tempi di accettazione. Non possiamo prevederlo.
  3. Non tutti gli psicoterapeuti sono esperti.

Ho posto l’attenzione su questi punti perché mi sembravano i più importanti nella storia non solo di Gloria ma anche delle altre che ho ascoltato e a volte raccolto nel corso degli ultimi anni.

Tra qualche giorno Gloria entrerà in contatto con un’altra psicoterapeuta, ieri gliela stavo indicando ma poi mi ha detto che già un’altra mamma le aveva dato mail e telefono. Sono felice per lei, so che andrà in buone mani e sono sicura che inizierà un periodo di rinascita per lei e per Alice.

Grazie Gloria.

Risposte semiserie a domande impossibili. Come gestire la dipendenza da cioccolata (anche di quella famosa spalmabile) e dagli ovetti con sorpresine.


Risposte semiserie a domande impossibili. Come gestire la dipendenza da cioccolata (anche si quella famosa spalmabile) e dagli ovetti con sorpresine.

La prima domanda che ci dobbiamo porre è:

come ci poniamo noi genitori rispetto alla cioccolata ?

Quanto siamo indulgenti con noi stessi e che tipo di modello siamo per i nostri figli?

Una volta effettuate queste riflessioni ampliamo l’analisi: che strategia usa “la casa” per gestire queste piacevolezze?

  1. Facciamo sempre delle provviste e le riponiamo in un apposito ripostiglio della cucina accessibile a tutti,   tutti i componenti della famiglia sono perfettamente in gradi di controllarsi e non esagerano.
  2. Si compra cioccolata solo quando è finito il barattolo, o la tavoletta fondente-o-al-latte, mai più di una al giorno. Se la quantità è superiore al consumo minimo giornaliero, viene subito intercettato il secondo barattolo o tavoletta e fatto sparire velocemente.

Ogni famiglia struttura il suo modus vivendi secondo le proprie “esigenze” e l’età dei componenti, spesso l’arrivo di un bambino cambia questa modalità per diverse ragioni, soprattutto quando il bambino ha qualche problema che rende nocivo l’abuso di dolci.

La domanda che vi pongo ora è qual è la funzione della cioccolata e degli ovetti?

  • Si comprano per premio?
  • Per calmare le giornate in cui i bambini sono particolarmente lagnosi?
  • Per sentire un senso di appagamento perché il bambino è felice perché gli è stata data una cosa buona?

Coerenza

Sì ci vuole coerenza e dipende tutto da quello che noi proponiamo.

Siamo noi che creiamo le abitudini.

L’abitudine di sbucciare e mangiare una mela per merenda ci vuole tantissimo per consolidarla.

L’abitudine di mangiare un ovetto di cioccolata si costruisce in due volte…

Spetta a noi decidere quale abitudine veicolare!

 

Articolo di Adriana Cigni per Simona Ius

Illustrazioni © di Simona IUS

Dottoressa Simona Ius  

Il suo Studio è a Roma

Smail Roma
Via Aurelia 376
00167 Roma 
(Metro A fermata Baldo degli Ubaldi)

[email protected]

                                       +39 3384375814

 

Dottoressa Gorla, psicoterapeuta sistemico relazionale, fondatrice del Centro Multidisciplinare KORU LAB di Cesano Maderno

Dottoressa Gorla lei è una psicoterapeuta sistemico relazionale può spiegarci cosa vuol dire?

La psicoterapia sistemico-relazionale nasce negli anni ’20 –’30   con Gregory Bateson, un antropologo che per la prima volta parla di “soggetto contestuale”, sostenendo che la personalità di ogni individuo è l’esito dei processi interattivi e delle relazioni che vive; sia la personalità che   la     soggettività hanno origine nelle relazioni con gli altri.

Per i sistemici anche la psicopatologia è un comportamento comunicativo, che si sviluppa NELLE relazioni con gli altri: l’individuo è contestuale perché esiste solo nelle sue relazioni, anche la mente non è solo nel cervello, non è solo racchiusa sotto l’epidermide, ma si estende all’esterno, alle varie relazioni che abbiamo. Il sintomo è visto come la miglior soluzione possibile trovata dalla persona, per mantenere in equilibrio il sistema.

In terapia invece dobbiamo trovare INSIEME al soggetto altre strade possibili per risolvere lo stesso problema, senza che si crei il danno provocato dal sintomo, cambiando la sua “funzione” all’interno del sistema. Per spiegarmi meglio: la terapia funziona se al cambiamento del paziente corrisponde anche un cambiamento degli altri individui che appartengono al suo sistema di appartenenza spesso identificabile nella famiglia. Spesso in terapia ci dicono: io sono cambiata e mi sono resa conto che anche mio marito è cambiato! Ecco per noi psicoterapeuti è importante avere feedback di questo genere, perché se tutto l’intero sistema si modifica vuol dire che si sta ottenendo un buon risultato. La persona che arriva da noi racconta una storia, la sua storia nella quale spesso la sua posizione all’interno del sistema non è tanto funzionale a lui o a lei, quanto agli altri membri del sistema nel quale questa persona si muove. Noi dobbiamo raccontare una storia diversa che permetta alla persona di cambiare la sua “posizione”.

La storia che co–costruiamo con il paziente è nuova: non esistono storie precostuite, non ci sono protocolli, non si sono storie fisse legate a specifiche psicopatologie, (semantiche familiari comuni sì) si costruiscono insieme alla persona, ogni volta è una storia diversa tutta da scoprire, ed è questa la meraviglia della mia professione.

La terapia sistemica passa dalla visione intrapsichica, cioè il problema NELLA persona, ad una visione che vede il problema TRA le persone, siamo tutti interconnessi e questo è essenziale perché ad ogni nostro comportamento corrisponde una reazione degli altri. Altro punto essenziale è la comunicazione, NON si può non comunicare! (Assioma Scuola di Palo Alto). Ogni nostra azione comunica in qualche modo qualcosa, anche la psicopatologia; compito del terapeuta è decodificare questo messaggio, in modo tale da trovare un modo ( diverso dal sintomo) di comunicare lo stesso problema, senza il danno che il sintomo crea al paziente.“Il paziente designato” (terminologia sistemica), per i sistemici, è solo portavoce del problema del sistema intero.

Dottoressa ci può fare un esempio che semplifichi il concetto per favore?

Esempio: arriva in terapia un ragazzo che è sempre stato molto dipendente dal contesto familiare (in particolare la madre), gli capita l’occasione buona per andare a studiare all’estero, che succede a questo punto?  Sviluppa attacchi di panico! Questi attacchi di panico permettono al ragazzo di stare fermo e non allontanarsi. Il ragazzo ha un rapporto strettissimo con la mamma, favorito anche dalle continue assenze del padre. Nel momento in cui il figlio cerca di emanciparsi, la mamma entra in crisi. Il marito assente, il figlio che ha in qualche modo sostituito la figura del padre, una seconda mancanza? Inaccettabile.  L’attacco di panico serve a mantenere in equilibrio il LORO sistema. Il figlio rimane non per sua scelta ma per una scelta diremmo esterna, inconsapevole, e questo non lede alla sua autostima e, allo stesso tempo, non rischia di rompere la relazione.

Cosa l’ha spinta a fare questo lavoro? C’è una persona in particolare che l’ha ispirata o un episodio della sua vita che le ha dato la voglia di intraprendere gli studi per svolgere questa professione?

In realtà non ho avuto l’ispirazione dalla mia famiglia, nel senso che non ho parenti psicoterapeuti. La voglia e l’interesse per questa professione è nata da me, dalla mia storia personale, ho avuto un lutto molto importante da bambina e la mia vita è stata completamente scombussolata. Ricordo che mia madre, forse per avere un po’ di conforto, mi portava ogni fine settimana con lei nel ristorante di nostri cugini; lei aiutava in cucina per ore e io passavo tutto il tempo in una sorta di studio che era in soffitta, dove mio cugino dipingeva per hobby e disegnavo, mi piaceva tantissimo.

Ho sempre amato disegnare, ma in quei momenti riuscivo veramente a far uscire tutto quello che avevo dentro, la tristezza, il dolore e la solitudine. Per questo credo che quando ho incontrato nel mio percorso professionale l’arteterapia, nella persona di Matteo Corbetta, la nostra collaborazione è stata istantanea. Da questa passione per il disegno è partita la scelta del liceo artistico; gli stimoli importanti ricevuti e le relazioni significative instaurate in quegli anni mi hanno portato ad aprirmi al mondo, alle persone. Credo che quando si vive un grande dolore si possano prendere due strade: o ci si chiude, ci si costruisce una corazza per difesa e non si permette più a nessuno di entrare, oppure ci si apre e si trasforma un vincolo in una risorsa che per me ha significato convertire il mio dolore nella voglia di poter alleviare quello degli altri. E per questo poi ho scelto di diventare psicoterapeuta.

Per quanto riguarda la scelta del tipo di psicoterapia mi ha ispirata il prof Enrico Molinari, ed è anche la persona dalla quale ho sentito parlare per la prima volta di MS, e poi ho frequentato l’EIST (Istituto Europeo di Terapia Sistemico Relazionale) di Valeria Ugazio, una terapeuta eccezionale che per me è stata una grande ispirazione per il mio modo di lavorare.

Lei è anche terapeuta EMDR può spiegarci che cosa vuol dire?

Il nostro lavoro è bello se ci lasciamo contaminare anche da altre pratiche, integrandole pur mantenendo la nostra natura, perché io sono e rimango sistemica. Sono arrivata a questa terapia leggendo, studiando. L’EMDR che ha tutto un suo protocollo strutturato non è molto vicino al mio modo di lavorare, ma sono riuscita ad adattarlo. Attraverso la terapia sistemica racconto una storia e quando trovo dei blocchi, delle incongruenze all’interno di questo racconto so che lì si trovano i target sui quali posso lavorare con l’EMDR.

Lavoro sia con i bambini che con gli adulti; a volte lavorando in modo indiretto, trattando traumi gravi o meno gravi dei genitori, sono arrivata alla risoluzione del sintomo del bambino. A volte lavoro invece direttamente con i bambini.

EMDR Desensibilizzazione e Riprocessamento attraverso i movimenti oculari, è un trattamento terapeutico che nasce in America alla fine degli anni ‘80 con Francine Shapiro , oggi è ritenuto uno delle terapie più efficaci al punto che l’OMS l’ha riconosciuto un trattamento nelle cure del trauma e dei sintomi correlati ad esso.

Dottoressa è un tema troppo importante e complesso per racchiuderlo in due parole, credo proprio che sarà l’oggetto di uno de nostri futuri articoli.

Lei si occupa di Mutismo Selettivo (dedicheremo degli articoli speciali a questo disturbo), se ricordo bene è stato proprio l’oggetto della sua tesi, da cosa è nato l’interesse per questo disturbo così poco conosciuto?

Durante alcune lezioni il Prof.  Enrico Molinari ha citato il Mutismo selettivo ho sentito queste parole: “e poi ci sono quei bambini che non riescono a parlare perché c’è l’ansia che li paralizza”, questo ha scatenato in me qualcosa di molto importante, un ricordo anzi alcune frasi che mi ripetono ancora oggi i miei parenti: oggi fai convegni ma lo sai che da piccola non parlavi con gli estranei e ti nascondevi dietro la mamma? È stato inevitabile aver voglia di approfondire e ho cominciato ad interessarmene da sola, poi quando ho detto al Prof. che avrei fatto la tesi su questo argomento lui ha approvato la mia scelta ma fu sincero anche nel dirmi che non ne sapeva molto, quindi avrei dovuto cercare, costruire tutta la tesi da sola  ho contattato il Selective Mutism Groupe ai quali ho mandato vari questionari, poi una famiglia di Ancona mi ha permesso di fare uno studio su un caso singolo e da lì è cominciata la mia formazione e dal 2000 a oggi mi sono arrivati moltissimi casi, molte famiglie ed è cambiato anche il mio modo di lavorare.

È una continua esperienza sul campo, ogni terapia è come un vestito cucito su misura per ogni bambino e ogni famiglia.

Dottoressa Gorla , pensa che sia importante organizzare seminari nelle scuole al fine di dare ai docenti e anche ai genitori la giusta informazione sul Mutismo Selettivo? Lei già lo fa  e da molto tempo.

Sì sarei felicissima di fare dei seminari nei Plessi scolastici delle scuole perché  credo fermamente che il primo lavoro da fare sia con gli insegnanti sia a livello di prevenzione, sia perché le insegnanti che sanno riconoscere da subito dei segnali di difficoltà dai sintomi dei bambini, sono quelle che per prime possono raccogliere il disagio, avvertire i genitori e attivare tutto un processo di aiuto. E poi perché gli insegnanti sono una grossa risorsa, come psicoterapeuta sistemica penso che una terapia possa avere effetti positivi se tutti lavorano come una grande orchestra, terapeuta-famiglia-insegnante,tutti sincronizzati  allineati, solo in questo modo si può fare una buona melodia.

Dottoressa Claudia Gorla

KORU LAB CENTRO MULTIDISCIPLINARE

via Santo Stefano 10

CESANO MADERNO (MB)

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Il bambino che ero 2- Laboratorio esperienziale di Arteterapia dedicato agli adulti al Centro KORU LAB

Parliamo ancora di Arteterapia.

In un precedente articolo avevamo  descritto un laboratorio esperienziale guidato dall’Arteterapeuta Matteo Corbetta, dal titolo “Il bambino che ero”, http://https://ilblogdiadri.altervista.org/2019/05/il-bambino-che-ero-laboratorio-esperienziale-di-arteterapia-dedicato-agli-adulti-al-centro-koru-lab/ , che si è svolto qualche giorno fa.

Il 16 maggio Matteo ha riproposto l’esperienza ad un nuovo gruppo di partecipanti.

  • Matteo in pratica hai riproposto al nuovo gruppo lo stesso percorso  della prima seduta

Sì! Il gruppo particolarmente numeroso, nel momento del rilassamento si è lasciato condurre in una stimolazione verbale, in questa fase ci siamo  ricongiunti con l’immagine del bambino che eravamo,,   per poi guardare quei ricordi, quelle emozioni, le sensazioni con gli  occhi di oggi, da adulti.

Il procedimento dell’esperienza è simile a quella che trovate nel link.

Anche questa volta abbiamo avuto una fase di verbalizzazione in cui i partecipanti hanno dato voce a quanto avevano sperimentato e trasformato in immagine.

Nel lavoro con i materiali l’esperienza è stata molto intensa perché, per ognuno ha preso forma ricordi e vissuti del bambino che era… soprattutto quelli spensierati . Questo riemergere della spensieratezza e della leggerezza ha sottolineato

 

 

 

 

 

ancora di più la complicazione e la pesantezza della vita frenetica del presente. Ognuno ha raccontato i suoi ricordi guardando con tenerezza il bambino che era, e tutti siamo arrivati a questa riflessione: è utilissimo ricordare e ritrovare il bambino che eravamo. Ci serve per non perdere non solo una parte di noi stessi ma a anche quelle sfumature che spesso si dimenticano nella routine quotidiana.

Viaggio nell’universo femminile: il vaginismo, una disfunzione sessuale.

In questo articolo entriamo in uno degli elementi dell’universo femminile particolarmente delicato, parleremo di sessualità, più precisamente di una disfunzione sessuale: il vaginismo.

Normalmente nei discorsi, negli articoli divulgativi la disfunzione sessuale viene sempre associata all’uomo, all’impotenza. Sembra che il soggetto al centro dell’attenzione anche su argomenti così difficili da trattare (per alcuni!) debba essere necessariamente l’uomo.

Perché? Forse perché di certe cose le donne non amano parlarne alle amiche e nemmeno al partner, forse perché non si considera un vero problema dai primi sintomi, malgrado possa procurare una vera sofferenza non solo psicologica ma anche fisica. Forse perché le donne non conoscono bene il proprio corpo e pensano che sia normale, e si rassegnano.

  • Dottoressa De Ponte a lei il compito di fare chiarezza.

Per poter comprendere le disfunzioni sessuali vorrei parlare della sessualità e definirla secondo le indicazioni del OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), cito testualmente

La sessualità è un aspetto centrale dell’essere umano lungo tutto l’arco della vita e comprende il sesso, le identità e i ruoli di genere, l’orientamento sessuale, l’erotismo, il piacere, l’intimità e la riproduzione. La sessualità viene sperimentata ed espressa in pensieri, fantasie, desideri, convinzioni, atteggiamenti, valori, comportamenti, pratiche, ruoli e relazioni. Sebbene la sessualità possa includere tutte queste dimensioni, non tutte sono sempre esperite o espresse. La sessualità è influenzata dall’interazione di fattori biologici, psicologici, sociali, economici, politici, etici, giuridici, storici, religiosi e spirituali “.

E quindi la sessualità si distingue dall’attività sessuale, termine con il quale si designano le pratiche sessuali vere e proprie.

  • Quando si può diagnosticare la disfunzione sessuale femminile?

La diagnosi risponde ad una condizione che non sia possibile attribuire completamente a dei fattori organici, in effetti c’è una sofferenza organica che produce un marcato distress[1] e /o una difficoltà interpersonale.

Nell’accezione clinicamente più usata, il termine vaginismo indica un disturbo sessuale, caratterizzato da uno spasmo involontario ricorrente o persistente dei muscoli che circondano l’entrata in vagina, associato ad una variabile fobia del coito.

  • Quali sono le cause di questo disturbo sessuale femminile?

Ad ogni disturbo sessuale corrispondono cause organiche, psicogene o entrambe. In questa disfunzione in particolare sono frequenti le cause psicologiche che associano la sessualità a degli stimoli negativi.

Una ginecologa e psicoterapeuta L. Tumiati in un suo libro ha sottolineato l’ipotesi del trauma, ad ampio raggio, come fattore alla base del vaginismo.

Le donne vaginismiche hanno spesso difficoltà ad entrare nell’intimità, a lasciarsi andare, a fidarsi, ad amare probabilmente per evitare di soffrire.

Oppure sono donne che hanno come messaggio quello di non “sentire” le sensazioni fisiche e determinate emozioni finché per difendersi da tutti questi messaggi si costruiscono una corazza, si privano sensorialmente, si separano dalla realtà per evitare di rimanere ferite e coinvolte, sono quindi donne che bloccano l’esperienza sessuale, l’esperienza di sensazioni.

  •  Come risolvere questa disfunzione sessuale?

Per risolvere occorre iniziare un percorso di psicoterapia, per sviluppare consapevolezza, deve imparare ad osservarsi nelle sue diverse manifestazioni e a prestare attenzione a ciò sperimenta mentre parla della sua esperienza. Il terapeuta deve fornire delle indicazioni affinché la donna possa divenire maggiormente consapevole della sua esperienza cognitiva, emotiva e corporea. L’aspetto cognitivo si riferisce a tutto il pensiero, al modo in cui questo può essere tradotto poi in parole, può comprendere anche quali tipi di immagini ci sono rispetto alla sessualità. L’aspetto emotivo è invece quello legato alle emozioni che la donna prova prima, durante e dopo il rapporto ed è  legato anche all’analisi del senso di tristezza, di vergogna, o di paura (la paura di perdere il partner).

L’aspetto corporeo è quello delle sensazioni fisiche. La donna deve riappropriarsi delle sensazioni basilari, quelle di caldo di freddo, i formicolii, di tensione, di rilassamento.  Il terapeuta può fare degli interventi per invitare la donna a prestare attenzione al proprio corpo.

  • Dottoressa ma in tutto questo come coinvolgere anche il partner?

Il terapeuta spesso fa entrare in terapia il partner, e si occupa quindi della coppia.

La disfunzione della donna ovviamente ha delle ripercussioni sulla vita della coppia, può provocare anche angoscia e sofferenza nel partner. Sarà compito del terapeuta avere una comprensione del quadro, perché il vaginismo danneggia anche il rapporto di coppia provocando problemi che vanno al di là della vita sessuale, la donna può sentirsi insicura rispetto alla fedeltà del compagno e temere che possa cercare una donna che non abbia questo problema.

Da parte sua l’uomo potrebbe pensare che la compagna abbia questo tipo di problemi perché non lo ama abbastanza e nel corso del tempo potrebbe sentirsi frustrato. Questi problemi sessuali generano quindi tensioni e conflitti nella coppia oltre che l’allontanamento, disaccordi e rancori.

È utile e importante aumentare la consapevolezza perché porta  a dei cambiamenti a tutti i livelli della vita. Con l’espansione della consapevolezza la coppia lascia il vecchio modo, standardizzato, di funzionamento che ha limitato la propria esistenza e quindi superato questo, prende coscienza di chi è come coppia, come agisce e si riappropria della propria esistenza vedendo anche delle nuove possibilità nelle scelte.

  • È fondamentale comprendere che la richiesta di psicoterapia da  parte una donna vaginismica parte da uno stato di sofferenza!

La domanda di aiuto ha lo scopo di produrre un cambiamento, cercando di guardare al di là del sintomo e diventando consapevole di cosa significhi quel sintomo e l’avvio di un processo terapeutico e con l’accettazione di uno stato di sofferenza che è vicino e inerente al sintomo.

La richiesta di cambiamento da parte della donna e della coppia si situa in un’ambivalenza tra la paura e il desiderio, il cambiamento implica sicuramente il contatto con parti di sé nuove o parti di sé già presenti ma  che sono state lasciate sullo sfondo e che hanno a che fare con il proprio desiderio sessuale, con l’essere donna.

1] stress negativo, che è causa di problemi psicologici e fisici

Le immagini sono prese dal web

 per Anellina De Ponte

 

 

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Tel.: 3288493076
1) Via Nazionale Delle Puglie, 51 Nola (NA)
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Viaggio nell’universo femminile: che rapporto abbiamo con il nostro corpo?

In questo articolo  affrontiamo, con la Dottoressa Anellina De Ponte,  un altro degli elementi della femminilità che avevamo citato in una precedente intervista :

Iniziamo un nuovo percorso: l’universo femminile

Che rapporto abbiamo, noi donne, con il nostro corpo?

Il corpo è l’informatore più sincero di noi stessi, si dice che il corpo è “noi stessi”. È la casa in cui si abita e quindi le emozioni, i pensieri e le sensazioni vengono espressi attraverso i movimenti, i gesti e le posture.

Il concetto di corpo e di immagine corporea comporta numerosi quesiti che ci portano a interrogarci su come noi percepiamo il nostro corpo, senza dimenticare ovviamente gli aspetti psicologici e sociali.

La percezione del proprio sé è ciò che un bambino pensa di sé stesso all’interno delle esperienze che fa nella sua vita.

Cosa pensa di sé nell’ambito familiare?

Cosa pensa di sé nelle attività scolastiche?

Cosa pensa di sé nelle attività sportive? Si sente adeguato o meno?

Cosa vede a livello dell’aspetto fisico?

Cosa pensa del proprio corpo in relazione ai compagni?

Questo sé corporeo ha un ruolo fondamentale soprattutto nell’infanzia e nell’adolescenza. Il corpo non è solo alto-basso, bello-brutto, grasso-magro, non ha solo la funzione qualitativa ma ha anche un ruolo funzionale è un corpo sicuro-insicuro, forte-debole.  Il giudizio che il bambino o la bambina ha del proprio corpo lo accompagnano per tutta la sua vita.

Spesso le crisi che avvengono durante l’adolescenza, nel momento del grande cambiamento corporeo, sono incentrate su una concezione negativa del sé corporeo, soprattutto le bambine sono insoddisfatte del proprio corpo, non si vedono “bene”.  Questo nasce dal fatto che nello specchio vedono un’immagine che non corrisponde alla propria immagine ideale. Pensano di dover essere in un altro modo, in un modo idealizzato che spesso non esiste, il paragone tra l’immagine idealizzata e quella reale che vedono nello specchio crea un conflitto interiore, l’insoddisfazione, il non piacersi.

Qual è l’immagine ideale?

Quella della perfezione e della bellezza.

Come possiamo difenderci e/o affrontare gli stimoli (non necessariamente positivi) che ci arrivano dall’esterno? Anzi più che stimoli le chiamerei sollecitazioni ad essere belle, sempre, in ogni luogo e in ogni momento della giornata; ad avere corpi perfetti, senza difetti.

Il “difetto” non è altro che il nostro modo di essere uniche, persone uniche con corpi unici.

Nella comunicazione mediatica, l’utilizzo del corpo della donna rimanda ad una questione sulla costruzione della rappresentazione culturale del femminile e veniamo bombardati dalle immagini. In quest’epoca l’immagine è l’interlocutrice principale, il corpo della donna viene usato per generare un modello attraente per gli uomini per le donne.  In queste immagini possiamo notare un elemento importante: viene negata, cancellata dal volto delle donne i segni dell’età, della maturità. Questa tendenza che porta alla diffusione di foto in cui il volto della donna appare senza rughe, eternamente giovane è anche favorito dallo sviluppo della chirurgia estetica. Sembra che la donna, per avere successo, debba cancellare sul proprio corpo e nel volto gli aspetti espressivi e comunicativi che testimoniano l’identità e l’età.

Mi domando: essere giovani, essere perfette, essere belle è forse più importante rispetto all’esperienza?

Io credo che se una donna famosa rimanesse sé stessa, mostrando le sue rughe, la sua età senza ricorrere né a “filtri”, né chirurgia estetica, senza cancellare gli aspetti espressivi che testimoniano la sua identità, sarebbe sicuramente altrettanto bella, perché il suo viso non ci mostrerebbe solo la sua età ma anche la sua esperienza.

Quindi Dottoressa  alcune donne adottano la prospettiva dell’osservatore, una sorta di “sono come tu mi vuoi”?

Esatto come se fossero definite dall’apparenza fisica e non dalle loro capacità, dall’esperienza. Molte donne trascurano i loro reali bisogni e sono indotte ad avere una costante attenzione per il loro corpo, alla ricerca di quel sé ideale di cui parlavamo prima a proposito dell’adolescenza.

In effetti oggi sembra che dobbiamo rendere eterna la nostra giovinezza anche nei tratti, le donne mature non si “lisciano” solo il volto eliminando ogni traccia del tempo, ma si fanno alzare gli zigomi, insomma trasformano completamente la loro identità per cancellare ogni traccia del tempo che passa.

Purtroppo, questo è un processo che diventa sempre più precoce e il bombardamento mediatico colpisce le adolescenti ma anche le bambine!

Come possiamo insegnare alle giovani donne ad amare il loro corpo non “malgrado” ma con tutte le sue caratteristiche, anche se non coincidono con i modelli imposti?

Per coltivare un senso di sé positivo, bisognerebbe avere un modello di vita positivo di riferimento, nella maggior parte dei casi questo modello è la madre: una madre che si ama realmente, che accetta il proprio corpo. Una madre che si ama, ama la figlia e insegna la figlia ad amarsi, attiva degli aspetti in sé di amorevolezza che portano la bambina ad un’apertura all’amore.

Il primo passo per l’accettazione di sé è amare sé.

Occorre avere consapevolezza rispetto al proprio modello femminile, ma soprattutto proporre un modello alternativo a quello della “donna oggetto”, una donna capace di amare e di amore, di sentimento, assertiva e con un corpo centrato sui propri bisogni, capace di esaltare e valorizzare la propria unicità e anche in grado di volersi bene e di voler bene a quelle parti che non ci piacciono.

Dobbiamo accettare i nostri difetti, i nostri difetti siamo noi. Siamo il frutto di tutto ciò che siamo al di là dell’etichetta, del brutto e del bello di cosa ci piace o non ci piace.

Anellina è tutto questo.

 

Le immagini sono prese dal web

 per Anellina De Ponte

 

 

Per contattare la  Dottoressa Anellina De Ponte

Tel.: 3288493076
1) Via Nazionale Delle Puglie, 51 Nola (NA)
2) Napoli (zona Vomero)
3) Piazza Vanvitelli, Caserta.

Il bambino che ero – Laboratorio esperienziale di Arteterapia dedicato agli adulti al Centro KORU LAB

Ancora una volta parliamo di Arteterapia e ancora un volta con l’Arteterapista Matteo Corbetta.

  • Matteo stai organizzando (per la settimana delle Artiterapie della scuola di Arteterapia di Lecco), dei Laboratori Esperienziali presso il Centro KORU LAB, dal titolo “Il bambino che ero”, in cosa consistono?

La scuola di Artiterapie di Lecco (comprensiva dei corsi di Musicoterapia, Danzaterapia, Drammaterapia), festeggia i 25 anni di attività, per questa occasione ha lanciato una serie di iniziative che sono iniziate il 4 Maggio con la lezione magistrale del Dottor Pigazzini dal titolo “Armonie frattali:la scienza e le relazioni d’aiuto” e si concluderanno il 18 maggio con l’open day della scuola.

I professionisti ex-allievi della scuola organizzano dei laboratori a titolo gratuito, con il doppio obiettivo di  presentare la scuola delle Artiterapie e far conoscere i professionisti , i centri e gli atelier in cui lavorano. È in questo contesto che ho scelto di proporre un laboratorio esperienziale per genitori e insegnanti al Centro KORU LAB.

Lavoro spesso con i bambini nell’ambito clinico e l’incontro con i genitori avviene per lo più nella parte di restituzione del percorso e nel corso delle contingenze quotidiane, mi piaceva quindi l’idea di lavorare concretamente con gli adulti con l’arteterapia.

  • Da qui è nato il laboratorio ” il bambino che ero “, quante persone hanno partecipato?

L’incontro, replicato in due serate, ha coinvolto un gruppo di dieci tra genitori, insegnanti della scuola d’infanzia e primaria e professionisti.

  • So bene che questo genere di esperienze bisogna viverle per comprenderle a fondo, ma puoi spiegarci come si è svolto il laboratorio?

Premetto che ho chiesto ai partecipanti di portare un oggetto della loro infanzia.

Ho iniziato guidandoli in un momento di rilassamento, i partecipanti “si  sono messi in ascolto ” e sono andati a ricercare, aiutati dall’oggetto, le sensazioni e le emozioni di quando erano bambini: del bambino o della bambina che erano. L’oggetto è stato  esplorato visivamente, in modo tattile, e olfattivo, e piano piano ho chiesto loro di ricordare dove tenessero normalmente l’oggetto, dove fosse posizionato , in quale camera che funzione avesse nella loro infanzia, i ricordi le sensazioni e  le emozioni legate all’oggetto. Questa stimolazione durata 20 minuti è stata di grande intensità, in effetti con “il respiro e il battito di oggi” è stato creato un ponte con il bambino di ieri, in questo modo si sono riposizionati sull’adulto che sono  oggi in rapporto al bambino che erano.

  • Matteo è emozionante  scrivere quest’esperienza immagino quanto lo sia viverla, come è proseguita?

Al termine del momento di rilassamento ho chiesto ai partecipanti di usare il materiale, che avevo messo a loro disposizione, per creare un’immagine spontanea in rapporto con le sensazioni  provate. Dopo aver scelto un supporto si sono messi tutti a lavoro utilizzando sia materiale convenzionale (tempere, pastelli ad olio, matite, matite colorate), sia materiale non convenzionale (lana, stoffa, materiale naturale, ritagli di carta, ecc.).

La creazione dell’opera è durata un’ora, al termine i partecipanti hanno potuto verbalizzare sull’esperienza appena vissuta.

Tutto il gruppo ha ascoltato con estremo rispetto e in modo non giudicante le parole di ogni partecipante, sono emersi ricordi di momenti di felicità e spensieratezza, vissuti semplici (in senso di opportunità e mezzi). Sono emersi i ricordi dei nonni, figure che richiamano il ricordo della nostra infanzia. Qualcuno ha rappresentato l’oggetto e verbalizzato i ricordi del sè bambino, riflettendo e guardadosi con gli occhi di oggi; altri hanno messo in rilievo come sono oggi rispetto a come erano, presentandosi con un ‘immagine.

Dalla discussione di gruppo sono emersi anche vissuti di sofferenza ma tutti hanno condiviso l’idea che da adulti si hanno più strumenti e meno difficoltà di essere sè stessi.

Ognuno ha preso contatto con il/la  bambino/a che era, ha riflettuto, ricordato il passato attraverso un’immagine che per molti è stata una sorpresa espressiva nel senso vero e proprio “non sapevo cosa fare, ma poi mi è venuta spontanea quest’immagine e sono molto soddisfatto di ciò che ho creato” è stata l’espressione verbalizzata da molti partecipanti del gruppo.

Al termine della verbalizzazione, è nata un’interessante discussione i partecipanti sulle diversità di linguaggio dei bambini, sul rischio di non essere abbastanza attenti alle piccole sfumature che i bambini ci comunicano. Si è riflettuto sull’opportunità di ricordare il “bambino che eravamo” per comprendere meglio i bambini di oggi.

  • Matteo questo laboratorio è indirizzato agli adulti ma possono essere previste altre fasce di età?

Certo! Questo è stato pensato per gli adulti ma spostando leggermente il focus è possibile proporlo anche ai giovani ed agli adolescenti, con alcune variazioni e stando molto attento ai vissuti si può proporre anche alla fascia d’età “senior”, ma in quel caso occorrebbe molta attenzione perché lavorare con i ricordi e i vissuti delle persone è un’esperienza molto delicata che deve essere vissuta in modo  opportuno.

  • Grazie Matteo come ogni volta volta che scrivo del tuo lavoro mi emoziono! E sono sicura che l’emozione arriva anche ai nostri lettori. Con Matteo e il Centro Koru Lab intendiamo organizzare incontri su tematiche diverse, per esempio un gruppo “benessere”…non perdeteci di vista che abbiamo molte iniziative in programma!

 

Articolo di Matteo Corbetta per Il Blog di Adri (Adriana Cigni)

Matteo Corbetta

[email protected]

3393506327

 

CENTRO KORU LAB 

VIA SANTO STEFANO 10

CESANO MADERNO

[email protected]

www.korulab.it

 

KORU LAB Quando una felce muore, un’altra nasce per prendere il suo posto

KORU LAB

“Ka hinga atu he tete-kura – ka hara-mai he tete-kura”
“Quando una felce muore, un’altra nasce per prendere il suo posto”

Koru è il nome māori per il germoglio della felce neozelandese e simboleggia nuova vita, crescita, forza e pace. Con la sua forma a spirale, il germoglio cerca la luce e rappresenta l’inizio di una vita nuova, all’insegna del benessere e della speranza.

Koru Lab è il nome del nuovo Centro Multidisciplinare di CESANO MADERNO, ho chiesto alla Dottoressa Gorla , fondatrice del Centro,  di parlarci di questa nuova realtà.

Prima di tutto vorrei chiederle: perché questo nome?

Scegliere un nome è sempre complicato, e anche per noi non è stato facile. Quando nasce una nuova idea, un nuovo progetto vorremmo che il nome potesse esprimesse tutto quello che c’è dietro. Per noi questo nome raccoglie il pensiero di poter creare uno spazio in cui i pazienti adulti, i pazienti bambini, ma anche tutta la famiglia che fa parte dell’universo del paziente possano trovare una situazione di benessere, una situazione di “casa” in cui stare comodi.

Uno spazio dove poter ricredere nelle proprie risorse, nelle proprie forze, per questo l’immagine della nascita ci sembrava la più rappresentativa, tra i vari simboli della rinascita abbiamo trovato questa, il Koru, una felce molto bella, fatta di tante piccole spirali, e che  tende verso la luce. 

Questo è il messaggio importante che vogliamo far arrivare attraverso il nome, attraverso questa felce che tende alla luce, ai pazienti: nella vita bisogna sempre dare una connotazione positiva alle situazioni, alle vicende che viviamo anche a quelle che in apparenza ci sembrano insuperabili, ed è importante riuscire a trovare delle risorse e trasformare anche i vincoli che abbiamo in risorse.

Per questo la felce che tende alla luce è un simbolo di riuscita e speranza, rappresenta quello che sarà il nostro cammino insieme ai pazienti e alle persone che entreranno nel nostro Centro.

Grazie Dottoressa Gorla  lei ha scelto un simbolo veramente significativo! Continuiamo a parlare di KORU LAB conosciamo meglio questa nuova realtà.

Questo centro multidisciplinare è formato da un’equipe di professionisti eterogenei cito testualmente dal vostro sito, quando e da chi è partita l’idea di questo Centro a Cesano Maderno?

L’equipe multidisciplinare (nata nell’altro Centro Mediplus) , con la quale collaboriamo insieme ormai da molto tempo, è  un‘equipe consolidata da anni di lavoro sul territorio. È costituita da me titolare del Centro (Psicoterapeuta), dal Dottor Corbetta (Arteterapista),  dalla Dottoressa Daniela Tagliabue (Psicoterapeuta), dalla Dottoressa Frittoli (Neuropsichiatra), dal Dottor Patat  (Psichiatra), dal Dottor Bosi  (Psicomotricista e dalla Dottoressa Cundari (Logopedista).  Ad un certo punto abbiamo sentito l’esigenza di avere degli spazi in cui poter ampliare le idee, i progetti che ci sono venuti in mente nel tempo, lavorando con i bambini e con i loro genitori.

Nel nostro spazio mentale questi progetti c’erano già, avevamo bisogno di uno spazio fisico dove poterli collocare, dove poter mettere in atto tutte le nostre idee rendendole concrete.

Tra le altre cose vi occupate di Mutismo Selettivo e Autismo il vostro Centro può diventare un punto di riferimento molto importante sul territorio avete iniziative in programma?

Per quanto riguarda il Mutismo Selettivo certamente lo Studio Smail, che da sempre fa parte della mia storia personale, avrà sede qui nel Centro e continueremo insieme alla Dottoressa Ius a Roma e alla Dottoressa Trivelli il lavoro  già avviato da anni.

Vorremmo proporre nuove formazioni specifiche per gli insegnanti e anche per i genitori, che abbiano come fine principale la gestione di questo disturbo ancora poco conosciuto, anche se negli ultimi anni si sono diffuse le iniziative per promuoverne l’informazione.

Vogliamo concentrarci soprattutto sulla gestione pratica dell’ansia sia per quanto riguarda il Mutismo selettivo sia per tutti i disturbi d’ansia in generale.

Quindi abbiamo in programma:

corsi per genitori e insegnanti; corsi per insegnanti, corsi specifici per i professionisti.

Sì, ci occuperemo di autismo questa è un settore nuovo per la nostra equipe, e la decisione di occuparci anche di questo è nata proprio dall’esigenza che abbiamo riscontrato sul territorio.

La terapia ABA è quella più efficace e funzionale per il disturbo dello spettro autistico ed è stata riconosciuta anche dall’OMS, ma c’è poca offerta sul territorio, abbiamo pensato che nel nostro Centro si potesse certamente fare terapia ma anche organizzare corsi di formazione sia per professionisti (a settembre dovremmo partire con un corso per RBT per formare professionisti terapisti ABA); dei parent – training per i genitori; dei corsi di formazione per insegnanti.

In pratica tutto un lavoro di informazione al fine di garantire una diffusione della cultura dell’autismo perché malgrado sia una neuro-diversità diffusa, purtroppo agli insegnanti (compresi quelli di sostegno) non vengono dati strumenti adeguati i per lavorare con questi bambini e realizzare un vero progetto d’inclusione sia nelle scuole sia all’interno di un contesto più allargato.  Tra i nostri progetti infatti c’è anche quello di creare una continuità con i centri estivi presenti sul territorio.

Dottoressa Gorla  credo che questo Centro, con tutti i progetti che avete in programma, diventerà sicuramente un punto di riferimento importante non solo per la Lombardia ma per tutta l’Italia.

Le idee sono tantissime e la voglia di fare anche, per cui siamo molto motivati a portare avanti tutte queste iniziative perché vogliamo dare un aiuto   concreto, vogliamo creare una presa in carico totale della famiglia del bambino dello spettro autistico, quindi non ci limiteremo alla terapia per il bambino, ma lavoreremo anche per fare da supporto alla genitorialità. Inoltre creeremo uno spazio per i fratelli che spesso vengono lasciati un po’ da parte  in queste situazioni mentre invece rappresentano dei veri protagonisti , e infine faremo in modo che il Centro abbia un contatto diretto con le scuole.

Chi volesse informazioni e contatti può scrivere a me [email protected]  o direttamente al Centro

Articolo di Adriana Cigni per Claudia  Gorla

Le immagini sono prese dal Web

Via Santo Stefano, 10
20811 Cesano Maderno

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Dottoressa Claudia Gorla

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Risposte semiserie a domande impossibili.Come ottenere dai figli due minuti di silenzio in macchina, (o almeno toni di voce con decibel inferiori a quelli del traffico e del motore).

Risposte semiserie a domande impossibili.

Come ottenere dai figli, due minuti di silenzio in macchina ( o almeno toni di voce con decibel inferiori a quelli del traffico  e del motore).

Analizziamo la situazione, prendiamo in considerazione le nostre abitudini.

Noi adulti, genitori nella fattispecie, che facciamo in macchina?

Ascoltiamo la musica? E a quale volume?

Cantiamo a squarciagola?

Ascoltiamo trasmissioni alla radio?

Parliamo con L’AURICOLARE al telefono?

Ci chiudiamo in un silenzio interiore conflittuale col traffico?

A seconda della risposta valutiamo adesso come siamo in presenza dei bambini in macchina .

Per un bambino il tempo passato in macchina, sul seggiolino, con la cintura è un tempo che può e essere faticoso, non può muoversi come vuole, ha la cintura, il paesaggio non è interessante e magari è il solito tragitto che fa tutti i santi giorni. L’adulto sembra non interessarsi molto chi sul sedile posteriore, magari i più piccoli non comprendono che bisogna fare attenzione alla strada.

O comunque è vero che guidando a volte siamo più distratti rispetto alle loro richieste e concentrati suo nostri pensieri.

Che fare?

Dovremmo abituarli a regole di condivisione da applicare in quel contesto:

  • scegliere a turno delle canzoni da cantare tutti insieme
  • a turno raccontare la propria giornata “le cose belle e le cose brutte di oggi”
  • che facciamo nel prossimo fine settimana
  • datemi qualche idea per la cena, cosa vi andrebbe di mangiare?

Se vogliamo insegnare ai bambini ad ascoltarci dobbiamo aver cura di ascoltarli quando è il loro turno

Prendiamo in considerazione il caso in cui la macchina è il marcatore dei sottosistemi familiari: genitori davanti che parlano tra loro, bambini dietro che giocano, parlano…urlano tra loro, i decibel invadono tutto l’abitacolo.

In questo caso si può lasciar stare (potrebbe essere salutare!) fino a che il conflitto non superi la soglia di tolleranza di tutti. Vale la regola di non rivolgerci ai bambini mentre stiamo facendo altro, quindi anche per prudenza conviene accostare, fermarsi, voltarsi, parlare guardandoli negli occhi e investire cinque minuti del nostro tempo per cercare di comprendere, chiedendo cosa è successo e il motivo. Si può rimediare?

Se ci sono le condizioni (se il conflitto non è gravissimo) si può anche rimandare a loro la mediazione, precisando che è sempre valida la regola fondamentale: non si urla in macchina altrimenti l’eventuale sanzione riguarderà entrambi!

Articolo di Adriana Cigni per Simona Ius

Illustrazioni © di Simona IUS

Dottoressa Simona Ius  

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Viaggio nell’universo femminile: il ciclo mestruale

Viaggio nell’universo femminile: il ciclo mestruale

Domanda –

Dottoressa De Ponte abbiamo iniziato questo percorso nell’universo femminile

Iniziamo un nuovo percorso: l’universo femminile

mi sembra naturale partire da un momento particolare della vita di una  donna : il ciclo mestruale.

Dottoressa non si parla molto spesso di ciclo mestruale, in televisione vediamo molte pubblicità di antidolorifici e assorbenti da usare “in quei giorni”.

Il ciclo mestruale viene visto solo come un fastidio mensile che porta malumore e dolore, io vorrei che lei approfondisse questo tema

Risposta –

È vero ci troviamo in un periodo storico in cui il ciclo mestruale viene vissuto come una seccatura, e con gli assorbenti e gli antidolorifici cerchiamo in tutti i modi di cancellarlo dalla nostra vita per poter continuare la nostra supergiornata performante fatta di tanti impegni .

Domanda –

Ma davvero possiamo mettere da parte questo momento della nostra vita, questo periodico evento e far finta di non vivere un momento particolare?

Risposta –

No, non è possibile, il ciclo mestruale è un evento corporeo ma è soprattutto un evento ciclico legato al rapporto col proprio corpo e con il proprio sé, una sorta di bussola interna che ci indica  come stiamo, come ci sentiamo e anche cosa fare.

Nelle società antiche le donne alternavano momenti di vita sociale e momenti di vita matrimoniale, poi ogni mese si isolavano , si collocavano in un’altra dimensione fisiologica e psicologica, in quella che è stata chiamata dalla Harding  “la casetta mestruata” , un luogo cioè in cui la donna si metteva in contatto con il proprio istinto femminile.

Oggi la donna moderna ha perso questo momento di solitudine, durante il ciclo entra in uno stato di agitazione , probabilmente questo stato di nervosismo nasconde proprio la “necessità” naturale di introversione, e un desiderio di riconciliazione tra quello la sua interiorità e quello che vive il suo corpo.

Domanda –

Dottoressa immagino ci sarebbe tantissimo da dire su misteri e tabù del ciclo mestruale, basti pensare ad alcuni popoli ( e secondo me anche in Italia ancora oggi), si ritiene che la donna “in quei giorni” sia impura e non possa adempiere ad alcune azioni quotidiane.

Ma ovviamente non possiamo sviluppare tutto questo in un breve articolo, invece io vorrei che lei si rivolgesse soprattutto alle madri che devono approcciare questo discorso con le loro figlie.

Qual è l’età adatta per introdurre questo discorso con una bambina?

Risposta –

Non c’è un età precisa, è la madre che percepisce, “sente”  e decide quando è arrivato il momento giusto per farlo,  per esempio a 7-8 anni una bambina è già pronta per ricevere una conversazione su questo argomento.

Domanda –

Il menarca.

Dottoressa in questo articolo vorrei proprio approfondire questo momento, il menarca , cioè la prima mestruazione.

Risposta –

Il menarca è un momento molto importante della vita di una donna, è il segno tangibile del cambiamento che sta avvenendo nel proprio corpo. Un momento delicatissimo dal punto di vista fisico, fisiologico e psicologico. Il menarca contribuisce alla strutturazione dell’identità della persona,  determina il  momento biologico in cui avviene  il passaggio  dall’infanzia all’adolescenza nel quale dovrebbe anche nascere la consapevolezza di “essere diventata donna”. Questo evento comporta un mutamento anche nel rapporto con se stessa, con gli altri , e soprattutto gli “altri” appartenenti all’altro sesso .

Domanda  –

Qual è il ruolo della madre e dell’imprinting sociale ed emozionale di questo importante cambiamento?

Risposta –

Il ruolo della madre è fondamentale.

Le domande che ci poniamo sono: come viene accolto questo momento dalla madre? Come si prepara a questo cambiamento?

E dagli altri componenti dell’ambiente sociale?

Il messaggio trasmesso dalla madre influenzerà  la vita della ragazzina che lo riceve ,  e sarà determinate su come percepirà il suo essere donna , come parte  di coppia, e se lo sarà  in futuro, anche il suo essere madre, e come andrà incontro alla sua sessualità.

 

Domanda –

Dottoressa lei sottolinea l’importanza del dialogo madre e figlia

Risposta –

Questo è un momento da vivere in due , non è solo la figlia che si prepara ad accogliere le mestruazioni ma soprattutto è la madre che si prepara al menarca della sua bambina.  Nel momento  in cui c’è questa preparazione la madre dovrà interrogarsi, leggere dentro di sé , ripensare alla sua idea di mestruazione, ricordare il suo menarca e come l’ha  vissuto ,come ha vissuto la mestruazione durante tutta la sua vita.

A che scopo questo escursus interiore?

Questa preparazione e questo lavoro che una madre effettua su se stessa ha come finalità quella di comprendere quale messaggio di  femminilità si sta trasmettendo alla propria figlia, una volta che ci si è risposto a queste domande  si può affrontare il discorso a due.

Il dialogo deve essere sempre impostato sulla semplicità e chiarezza così come si spiega la gravidanza, e l’incontro tra il semino che viene dal papà che incontra l’ovulo della mamma, a quell’età le bambine possono comprendere e anzi sono affascinate dal meccanismo biologico di questi eventi importanti della donna.

In questo modo si prepara la bambina a vivere una situazione di intimità rispetto al proprio corpo, rispetto alla sua conoscenza e sicurezza in se stessa, e questo sicuramente va ad aumentare tutti gli effetti rispetto all’immagine di sé, all’immagine del proprio corpo, all’immagine dell’essere donna, e l’autostima.  Questo momento delicato tra madre e figlia   contribuisce ad aumentare la fiducia e il dialogo tra loro.

È un arricchimento interiore per entrambe la madre rafforza il suo ruolo e la figlia impara a conoscere e diventare esperta del suo corpo.

Grazie Dottoressa al prossimo viaggio nell’universo femminile!

Le immagini sono state prese dal WEB

Articolo di Adriana Cigni per la Dottoressa De Ponte

Per contattare la  Dottoressa Anellina De Ponte

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Mutismo Selettivo: la storia di Ilaria

Mutismo Selettivo: la storia di Ilaria

Ilaria (nome di fantasia) ha letto la Storia di Pauline (la trovate qui nel blog) e mi ha detto “vorrei scrivere la mia storia”…

Provo sempre un grande rispetto per chi racconta la sua storia, anzi non solo rispetto, provo affetto  e ammirazione perché chi scrive ci mostra una parte di se, del proprio vissuto, della propria anima.

Quindi non occorre presentazione, non necessita un mio lungo commento.

Ecco la storia di Ilaria e il Mutismo Selettivo

“Mi chiamo Ilaria, ho 40 anni e da piccola ho sofferto di mutismo selettivo.

All’epoca non credo esistesse questo tipo di diagnosi, quello che ricordo nitidamente sono tutte le difficoltà e l’ansia che ho vissuto di fronte a innumerevoli situazioni che tutti noi comunemente viviamo.

L’infanzia

Fin da piccola sono sempre stata un po’ introversa, o almeno così sono diventata a causa di alcune circostanze che, unite alle mie caratteristiche di base, hanno “scatenato” in me alcune forme di ansia.

Ilaria e la scuola

Alla scuola materna avevo sì e no una o due amiche, ero molto selettiva data la mia difficoltà a parlare. Alcune bambine sembravano più sensibili di altre e mi accettavano per quella che ero. Alle elementari è emerso chiaramente il mio problema: non parlavo di fronte alla classe e la maestra era costretta a interrogarmi durante la ricreazione, perché non riuscivo a farlo durante le lezioni.La mia maestra, donna molto sensibile, parlò con i miei genitori e suggerì loro di confrontarsi con qualche specialista.

Lo specialista

Ricordo vividamente  (avevo 7 anni) che mi portarono in una struttura nota nella provincia di Pisa,  lo psicologo mi sottopose  ad alcuni test, tra cui il test di Rorschach. Mi  mostrò una figura alla volta e ogni volta mi chiedeva che cosa ci vedevo. Io vedevo mostri, uomini giganti e insetti. Quello stesso giorno lo psicologo parlò anche con mia sorella, 2 anni più grande di me e molto loquace. Ricordo che disse che mia sorella non aveva alcun problema; ne dedussi quindi che io invece ne avevo. Consigliò ai miei genitori di intraprendere una terapia familiare, cosa che non fecero mai, a me non dissero nulla né di questa possibilità  e né che non avessero intenzione di farla.

Ilaria e il padre

Il problema più evidente per me era il rapporto con mio padre. Un uomo che ha dedicato gran parte della sua vita alla carriera militare, trascurando quasi totalmente il rapporto con le figlie. A casa, quando era presente, era una figura molto autoritaria e poco disponibile all’ascolto. I suoi discorsi a tavola erano principalmente monologhi. Tutto questo l’ho capito dopo tanto tempo e dopo tanti anni di sedute psicoterapeutiche. Ricordo che il salto vero e proprio l’ho compiuto in prima media. Forse complice la mia maturazione psicologica, forse la mia volontà, se pur inconsapevole, di non voler più vivere il mio mutismo, mi aprii a poco a poco.

Le parole

All’età di 11 anni ho finalmente cominciato a parlare di fronte a tutti se sollecitata, ma certamente non ero ancora così disinvolta come gli altri. Nella vita i miei successi sono arrivati con l’università. Qui ho potuto rendermi conto del fatto che non solo non avevo più timore di parlare di fronte agli altri, ma riuscivo ad avere anche un discreto successo. L’università per me è stata una scuola di vita che ha contribuito a liberarmi di alcune ansie profondamente radicate.

Ilaria oggi 

Oggi ho una figlia di 7 anni e un figlio di 3 anni. Quello che mi ha più addolorata circa 2 anni fa è stato dovermi rendere conto del fatto che anche mia figlia soffriva (e in parte ancora soffre) di mutismo selettivo. Per fortuna ha una situazione familiare ben diversa da quella che avevo io e questo forse ha contribuito a rendere più leggera la sua forma di mutismo selettivo. Da circa 2 anni stiamo cercando di aiutarla e i frutti piano piano stanno arrivando. Ciò che mi preme è evitare di farle vivere tutte le sofferenze che mi sono portata dentro per molti anni, gli anni tra l’altro che dovrebbero essere più sereni e spensierati. Credo sia opportuno parlare di più di questo disturbo d’ansia, fare informazione e formazione. Perché solo così riusciremo a sollevare i nostri figli da carichi per loro troppo pesanti”

Immagine presa dal WEB

Iniziamo un nuovo percorso: l’universo femminile

Iniziamo un nuovo percorso: l’universo femminile.

Nei prossimi articoli la Dottoressa Anellina De Ponte prenderà in considerazione gli aspetti caratteristici del mondo femminile, con l’obiettivo di esplorare il linguaggio e il modo di stare al mondo delle donne.

Dottoressa esploriamo gli aspetti relativi alla femminilità analizzando i vari elementi di cui è composta:

 

 

  1. Il sistema familiare di riferimento
  2. Il sistema di valori connesso all’immaginazione
  3. Gli aspetti caratteriali della personalità
  4. Il contatto con la propria immagine corporea
  5. Gli aspetti legati al piacere e alla sessualità

Cerchiamo di sviluppare brevemente questi elementi:

  • Come s’interiorizza l’idea della femminilità nell’infanzia e nell’adolescenza? Chi sono le donne di riferimento importanti? La madre, la sorella, la zia, la tata, l’insegnante…
  • Per sistema di valori connesso all’immaginazione s’intende la nostra idea di donna, chiediamoci chi è la donna per noi? Per alcuni è una madre. Per altri una donna che lavora, o che oltre a lavorare è moglie e madre. Oppure è una donna che ha deciso di non avere figli, o che non vuole avere legami sentimentali forti.
  • Il carattere come agisce sugli aspetti femminili della personalità? La femminilità si nasconde, si esibisce, è in armonia con la parte profonda
  • Che rapporto si ha con il proprio con il corpo? Con le forme? Si vorrebbe essere diverse? Ci si accetta o meno? Come si affrontano i cambiamenti del corpo a partire dalle mestruazioni, dal corpo che si trasforma nell’adolescenza e poi per chi ha dei figli durante e dopo la gravidanza. Come ci si rapporta al cambiamento della maturità e poi alla menopausa.
  • Come si vive la sessualità? Come si gestiscono le disfunzioni sessuali

Grazie Dottoressa abbiamo dato un’anticipazione di quello che sarà questo interessante viaggio nell’universo femminile. Certamente i temi che lei ha elencato sono vastissimi, prendiamo ad esempio la figura di riferimento: quanto ha influito sulla nostra personalità, sulla nostra vita di donne, quanti tabù sono stati instillati nella nostra educazione e qual è la persona invece che ci aiutato a sentirci più libere. Sappiamo bene quanto siano complicati l’evoluzione e la crescita del corpo femminile, per questo che il genitore, l’educatore o la persona di riferimento che spiega e informa ha un ruolo delicato e fondamentale, pensiamo solo a come si approccia  “la spiegazione” del ciclo mestruale e dei cambiamenti del corpo, credo che le diverse modalità possano influire moltissimo su una preadolescente, soprattutto sulla futura percezione ( e l’accettazione) del proprio corpo.

Di questo e tantissimo altro parleremo con la Dottoressa De Ponte se avete domande o volete approfondire un tema in particolare non esitate a scriverci anche “sotto” al link sui social.

 

 

 

 

Le immagini sono state prese dal WEB

 

 

Per contattare la  Dottoressa Anellina De Ponte

Tel.: 3288493076
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2) Napoli (zona Vomero)
3) Piazza Vanvitelli, Caserta.

 

Risposte semiserie a domande impossibili. Come gestire la fase del distacco quando lo accompagni a scuola. Come evitare di sentirti un mostro–che-ogni-giorno-abbandona-il figlio-in lacrime

 Risposte semiserie a domande impossibili.

Come gestire la fase del distacco quando lo accompagni a scuola.

Come evitare di sentirti un mostro–che-ogni-giorno-abbandona-il figlio-in lacrime .

Formule magiche ed esercizi pratici

Quello del distacco è uno scoglio importante nella vita dei genitori che certamente non possiamo affrontare in un breve articolo.  Parliamo del distacco che avviene al momento fatidico dell’entrata in società: la scuola d’infanzia, che si può ri-vivere anche alle elementari.

  • Gradualità
  • Buon inserimento
  • Collaborazione con le insegnanti

Sono gli elementi fondamentali per attutire il distacco.

Anche se so che, a volte, è difficile realizzarlo, sarebbe opportuno conoscere  gli insegnanti prima dell’inizio della scuola.

Questa è la risposta serissima, per fortuna posso essere semiseria e creativa!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Formule magiche?

Sì! È molto divertente e aumenta la complicità tra noi e nostro figlio.

Come fare? Inventate un rituale, una formula magica da condividere come saluto, commiato che allo stesso tempo crei un legame con la ripresa a fine giornata di scuola.

Un saluto segreto fatto anche di gesti , come quelli che fanno i ragazzini tipo batti il 5, gira su te stesso, l’importante è che sia originale, vostra, altrimenti che segreto è?!

Oppure una formula , una frase che gli direte tutti i giorni, spiritosa, divertente, affettuosa per i più piccoli potrebbe essere “vai a scuola e mi raccomando divertiti tanto e ridi moltissimo”,  e chi lo va a prendere che siate voi genitori , la nonna, il nonno o la tata dovranno chiedergli “ allora ti sei divertito? Quanto hai riso oggi?”

Per i bambini della Primaria: “Impara tante cose oggi”, “quante cose hai imparato oggi?” ovviamente qualcuno riceverà come risposta la classica “NIENTE”.

Oggetti magici

Anche gli oggetti magici funzionano: il braccialetto della mamma, la sciarpa del papà, gli psicologi li chiamano oggetti transizionali, ma questo fanno: la magia mentale di farci sentire una persona presente anche quando non lo è.

Esercizi pratici

Gli esercizi pratici  non sono una cattiva idea: io consiglierei di allenare il bambino a piccole separazioni prima ancora dell’ingresso alla scuola d’infanzia, dicendo sempre la verità: “ciao ora usciamo tu resti con la nonna ci vediamo tra poco” e che quel poco sia davvero poco.

Presto, vai esci ora che non ti vede … NON FATELO MAI

Mai ingannare i bambini facendo sparire la mamma e il papà senza farsi vedere andare via e mai ingannare dicendogli  “non ti preoccupare torno tra poco”  e poi partire per un viaggio di tre giorni.

Siate sinceri, ditegli che vi mancherà: “Ti penserò mentre mangio un panino in ufficio, tu mi prometti che mi penserai mentre mangerai alla mensa? Ci conto, sono sicura che i nostri pensieri si incontreranno!”

A noi sembrano cose semplici, forse superflue, per il bambino rappresentano piccoli appuntamenti affettuosi che lo tranquillizzano.

Per Simona IUS

 

 

Illustrazioni © di Simona IUS

 

Dottoressa Simona Ius  

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Risposte semiserie a domande impossibili. Come evitare di prendere per il collo il figlio oppositivo dopo che per ben 4 volte gli hai chiesto di vestirsi.

 

Come evitare di prendere per il collo il figlio oppositivo dopo che per ben 4 volte gli hai chiesto di vestirsi.

 

Quando chiediamo al bambino di vestirsi chiediamoci quanta attenzione, quanta disponibilità abbiamo investito, perché tutto quello che “viene gridato dalla stanza accanto” non ha alcun peso e nessun valore per il bambino, a meno che non gli gridiamo “vieni a mangiare un gelato!”

Bisogna mostrare al bambino la nostra disponibilità a fermarci,  metterci alla loro altezza, io consiglio sempre di piegarsi quando parliamo ad un bambino in modo da guardarlo negli occhi. Quando gli parliamo dobbiamo “esserci” nella comunicazione, purtroppo abbiamo tutti  l’abitudine di parlare mentre prepariamo la colazione,  controlliamo le mail, o facciamo altre cose utilissime ma che sicuramente per il bambino corrispondono al messaggio: questa comunicazione non è così importante, né urgente.

La programmazione delle cose da fare potrebbe essere un modo per evitare le risse mattutine.

Nella routine quotidiana sarebbe utile programmare  e capire con lui quali cose gli servono per prepararsi,  e quanto tempo ha a disposizione, cosa preferisce fare e quale è rimandabile, fermo restando che deve lavarsi, vestirsi in modo adeguato e nutrirsi.

Per quanto riguarda le giornate libere, nei fine settimana,  si potrebbe fare una lista di cose da fare (fra le quali quelle che piacciono anche a lui)  e quindi fargli capire  che

– è importante che tu sia pronto per le … perché dobbiamo partire

– perché siamo a pranzo fuori

– andiamo a casa di nonna

Per evitare di prenderlo per il collo bisognerebbe spiegare perché per noi è importante che si prepari in tempo, e perché lo è soprattutto per lui. Tutto quello che riesce a fare da solo e in tempi normali è il primo grande passo per la sua futura autonomia, quando uscirà … da solo!

   

                                                                                            per Simona Ius

 

 

Illustrazioni © di Simona IUS

 

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No, no e ancora no! Bambini arrabbiati – Intervista alla Dottoressa De Ponte

 

Domanda   Dottoressa De Ponte, da qualche tempo per motivi di lavoro, passo alcune ore al giorno con bambini della scuola Primaria e della Scuola d’infanzia,  e poiché giro in diverse scuole mi trovo ad affrontare situazioni e comportamenti sempre diversi. Ci sono due sentimenti-comportamenti su cui mi vorrei soffermare: la rabbia e l’aggressività.

Alcuni bambini sembrano sempre arrabbiati, imbronciati poiché li vedo fuori dall’ambiente classe non so se questa arrabbiatura dipende da episodi precedenti. Altri utilizzano come modalità di comunicazione lo scontro fisico se per la maggior parte delle volte è “gioco” e quindi magari si fanno male ma non lo danno a vedere, in altri casi purtroppo non è raro che l’aggressività sia l’epilogo di un litigio, si affrontano e poi dopo le parole arriva il colpo.  Mi chiedo spesso come arginare tutto questo, fino a che punto è giusto intervenire e/o a che punto è necessario farlo?

Altro livello di aggressività è quella rivolta verso l’adulto: ci sono alcuni bambini che non rispettano né l’età, né il ruolo cosa fare? Non consiglia di dire o come reagire? So che è un tema molto scottante ma il mio approccio è più soft, non parlo di una forma di aggressività fisica nei confronti di un adulto, o di patologie precise, mi riferisco a quei casi in cui l’adulto che in quel momento ha la responsabilità del bambino, si trova davanti un’opposizione verbalmente violenta.

Risposta Dottoressa De Ponte 

Una delle parti più difficili del lavoro degli insegnanti ma anche del “lavoro” dei genitori consiste nella comprensione e  nella gestione delle proprie emozioni e quindi di riflesso delle persone che hanno di fronte, perché se un adulto non le riconosce in se stesso è molto difficile che le riconosca in  un figlio o un allievo.

Io credo che non si debba mai dimenticare che la vita umana è un sistema integrato di emozioni e di pensieri, anche se nel mondo in cui viviamo il pensiero sembri essere dominante.

Cito Paolo Quattrini, uno psicoterapeuta, che descrive la relazione tra emozione e pensiero in questo modo: noi siamo come una macchina in cui il motore rappresenta le emozioni e lo sterzo il pensiero. L’uno ha bisogno dell’altro, se manca uno non si va da nessuna parte o al limite si va a sbattere. Quando si cerca di capire il comportamento di un bambino bisogna porre l’attenzione soprattutto sulle emozioni.

  • Domanda  Ci sono emozioni più facili da esprimere?
  •  Risposta      Esatto, ci sono emozioni socialmente più “accettate”, ed altre socialmente considerate “negative”, tra di esse, possiamo citare la rabbia e la paura.

Prendiamo ad esempio un bambino arrabbiato: l’adulto gli dice: “Non devi essere arrabbiato” reprimendo in quel caso la sua emozione di rabbia . Oppure se un bambino piange a volte gli viene detto: “Perché piangi, solo le femminucce piangono”.

  • Domanda     Quindi  è come se la rabbia e la paura siano due emozioni difficili da affrontare per un adulto. Sorvolo sul fatto che alcune reazioni vengano considerate prerogative delle “femminucce”, è un argomento molto più ampio che svilupperemo in altre sedi.
  •   Risposta    Noi adulti abbiamo difficoltà ad esprimere queste due emozioni, in un certo qual senso siamo noi che non ci diamo il permesso di esprimerle e di conseguenza non diamo il permesso al bambino di poterlo fare congruentemente alla situazione. Proprio per questo la rabbia e l’aggressività costituiscono un motivo di preoccupazione per gli adulti di riferimento al punto che il comportamento aggressivo viene definito spesso un comportamento-problema.

L’emozione- rabbia ha in sé un senso, il senso della difesa, per questo motivo quando il bambino è arrabbiato non dovremmo dirgli: “Non essere arrabbiato”. Tale intervento confonde il bambino perché gli fa vivere una contraddizione, la rabbia per lui è la sua difesa contro un mondo che in quel momento sente come pericoloso, e l’adulto invece gli dice che non DEVE essere arrabbiato quindi  non deve difendersi.

  • Domanda  Dobbiamo quindi lasciarli libero di sfogare la rabbia? Comprenderà che non è possibile, soprattutto gli insegnanti lavorano in classi affollate con diversi bambini problematici.
  • Risposta  So che molti educatori, insegnanti e genitori leggendo questa frase penseranno che non è applicabile alla realtà ed è ovvio che non intendevo che si dovrebbe fare lasciarli urlare, fare  del male agli altri e  se stessi, distruggere le cose, disturbare l’ambiente classe.

Sono perfettamente consapevole che il lavoro degli insegnanti è molto difficile e faticoso soprattutto quando devono far fronte alla rabbia o all’aggressività di qualche alunno e so che malgrado tutta la comprensione spesso risulta faticoso non gridare o non punire.

Credo che sia importante effettuare una distinzione tra l’agire  agire la rabbia e l’ esprimere la rabbia. Bisogna insegnargli a esprimersi piuttosto che agire.

Lasciar agire la rabbia: il bambino picchia un compagno, lancia oggetti,  insulta un coetaneo o un adulto.

Esprimere la rabbia: il bambino batte i piedi per terra, o strappa un foglio in mille pezzettini affermando di essere arrabbiato. In questo caso il bambino esprime la sua rabbia senza far del male a nessuno compreso sé stesso.

Bisogna, quindi che il bambino metta fuori la sua rabbia senza prendere a calci nessuno: sta agli adulti/ insegnanti/genitori/educatori/psicologi/psicoterapeuti insegnare ai bambini la differenza tra esprimere e agire. La differenza tra agire ed esprimere fondamentalmente è questa:

quando parlo di me mi esprimo, per esempio quando dico che sono arrabbiato mi esprimo, quando parlo dell’altro e per esempio gli dico che è un imbecille, agisco.

Esprimendosi si impara un linguaggio per il proprio mondo interno, si dà VOCE a quello che si sta sentendo, si impara un modo di comunicare, di farsi conoscere, di entrare in contatto con gli altri

In terapia uso spesso il sistema del foglio di carta. Ho sempre in studio dei fogli molto grandi e quando comprendo che un bambino ha bisogno di tirar fuori la sua rabbia, lo incoraggio per esempio a strappare il grande pezzo di carta e a mettere parole mentre lo fa.

Penso che sia importante lasciar esprimere la rabbia perché quando un bambino riesce a farlo, sta parlando di lui e può anche urlarlo: sono arrabbiato.  Dà voce al proprio mondo interiore , sta imparando  un modo di comunicare, di farsi conoscere  ed entrare in contatto con gli altri

Se invece offende o colpisce un suo compagno sta agendo la rabbia in maniera esplosiva, senza trarne altro risultato che quello di creare ostilità attorno a sé.

  • Domanda Dottoressa facciamo un esempio: un bambino in classe importuna i suoi compagni e disturba l’insegnante impedendole di svolgere il suo lavoro in un ambiente classe sereno.
  • Risposta  So bene che gli insegnanti normalmente stabiliscono precise regole di comportamento alle quali tutti devono attenersi, ma purtroppo non sempre questo è sufficiente per arginare alcuni comportamenti, ma se l’adulto utilizza l’aggressività per affrontare l’aggressività i comportamenti possono peggiorare.

Io penso che in primis l’insegnante debba osservare il bambino che si arrabbia per notare quali siano  i segnali che fanno scattare i meccanismi di aggressività ( se ad esempio viene istigato o escluso dai suoi compagni di classe)

La cosa importante è dirgli

– Vedo che sei molto arrabbiato –

detto possibilmente in contatto fisico, prendendolo  per mano e guardandolo negli occhi

– Sei arrabbiato, ed è molto importante che tu lo sia. Purtroppo, non posso stare con te,

ma la tua rabbia è molto importante e interessante –

perché tanta di quella energia va nell’affermare qualcosa che viene negata.

È come se gli venisse detto

– La tua rabbia non è importante –

 a questo punto lui risponderebbe ancora più arrabbiato

– Invece si, invece si –

 ma se gli si dice:

 – La tua rabbia è importante, ma io ora non posso –

questo ha necessariamente un altro effetto. E sicuramente dar voce alla rabbia del bambino che ha un senso per lui e prestare molta attenzione ai meccanismi di aggressività che possono nuocere fisicamente, psicologicamente, moralmente sé e gli altri.

 La sua emozione va supportata.

 

 

Le immagini sono state prese dal WEB

 

Per contattare la  Dottoressa Anellina De Ponte

Tel.: 3288493076
1) Via Nazionale Delle Puglie, 51 Nola (NA)
2) Napoli (zona Vomero)
3) Piazza Vanvitelli, Caserta.

 

 

Mutismo selettivo: la storia di Pauline

Mutismo  Selettivo: la storia di Pauline.

Ho letto la storia di Pauline su un gruppo chiuso di Facebook, le ho chiesto l’autorizzazione di tradurre il suo post in italiano e renderlo pubblico.

Ha acconsentito con grande gentilezza e generosità, mi ha detto “spero che la mia storia possa essere utile a tutti”. Pauline è francese ma questo non cambia nulla, il suo può essere il percorso di tanti altri bambini e ragazzi che soffrono di Mutismo Selettivo di tutto il mondo.

Il racconto è frammentario e concitato a volte, l’ho lasciato come così come l’ha scritto lei, è giusto che sia così, quando scriviamo un post raccontando qualcosa di noi sui social, un post in un gruppo specifico, lo facciamo di getto ed è quello che ha fatto Pauline. Ho mantenuto la sua autenticità, quella di chi parla di argomenti profondi.

Non c’è nessuna premessa da fare è la storia di Pauline io sono solo il mezzo per farvela conoscere.

Adriana Cigni

Pauline

Mi chiamo Pauline, ho 19 anni e per 12 anni ho sofferto di Mutismo Selettivo. Vorrei raccontarvi la mia storia.

Tutto è iniziato alla scuola d’infanzia, quando la mia maestra ha infranto tutti i miei sogni di bambina o almeno tutto quello immaginavo di poter fare a scuola.

In genere si dice ai bambini che la scuola è il luogo in cui si imparano tante cose, si incontrano tanti amici, si fanno tanti giochi diversi… io non ho vissuto tutte queste belle esperienze, non parlavo e la maestra non era molto comprensiva mi vietava di andare al bagno e diceva che i miei disegni erano brutti.

Poi sono cresciuta e continuavo il mio percorso scolastico restando in silenzio e restando molto sola non riuscivo a fidarmi dei miei coetanei, però avevo un’amica, una bambina che mi capiva, a lei bastava guardarmi negli occhi per comprendere quello di cui avevo bisogno e chiederlo al mio posto. Alcuni compagni mi ignoravano, altri cercavano di forzarmi a parlare facendomi tante domande, mi sentivo malissimo in quei momenti, l’ansia aumentava e avevo paura…

Alla fine della classe quarta ho traslocato, pensavo di poter cominciare una nuova vita nella nuova scuola ma non sono riuscita a cogliere quest’opportunità. I miei compagni erano curiosi, anche in quella classe non smettevano di pormi delle domande, col risultato che mi sono completamente bloccata. Non potevo cambiare improvvisamente, non potevo rispondere, li guardavo stressata, pensando a come avrebbero reagito al mio silenzio.

Avrei voluto dirgli che non era colpa mia, che avrei voluto tanto rispondere ma che dalla mia bocca non poteva uscire alcun suono.

Le scuole medie.

La situazione è peggiorata, in prima media ero come un’animale da circo, venivano da me da altre classi per vedere se era vero che non rispondevo, mi facevano un sacco di domande per mettermi in difficoltà. Così restavo quasi sempre sola, vicino alla porta della classe, aspettando che riprendessero le lezioni. Ho dovuto sopportare intimidazioni e minacce, ma non reagivo, aspettavo. Mi dicevo che tutto questo sarebbe passato. Questo mio atteggiamento ha funzionato con molti compagni, con altri no e le loro parole mi ferivano anche se non lasciavo trapelare nulla, non volevo dargli la soddisfazione di vedermi in lacrime.  Mi trattenevo finché non arrivavo a casa, dove potevo piangere liberamente.

Ma non sempre riuscivo a controllarmi, in classe quando mi trovavo in situazioni angoscianti (per esempio quando mi chiamavano alla lavagna), non riuscivo a trattenere le lacrime, credo che fosse un modo per scaricare lo stress e la pressione.

Per quanto riguarda i professori avevano tutti un approccio diverso al mio silenzio, alcuni mi ignoravano completamente, altri cercavano di mettermi a mio agio e conquistare la mia fiducia e infine c’erano quelli che mi rimproveravano continuamente e sminuivano tutto quello che facevo. Durante tutto il mio percorso scolastico, le scuole e gli psicologi mi proponevano di seguire un programma speciale, dei controlli diversi dagli altri.

Ho sempre rifiutato, volevo essere considerata uguale agli altri, solo per le interrogazioni ho chiesto di svolgerle da sola con i professori senza i miei compagni e con la porta chiusa, solo così riuscivo a parlare e devo dire che i professori sono stati molto concilianti anche perché erano felici di sentire la mia voce. Ho un ricordo particolarmente emozionante che riguarda la mia professoressa di Scienze: un giorno mi chiese di restare alla fine delle lezioni, non ricordo più per quale motivo, ad un certo punto mi chiese gentilmente se potesse avere il privilegio di sentire la mia voce. Le risposi. Restammo un po’ a parlare (a porte chiuse!), mi fidavo di lei e lei si emozionò talmente che pianse.

Questa nostra conversazione fu molto importante per me, forse per la prima volta mi resi conto che le persone che si preoccupavano per me erano tante, molte più di quanto immaginassi.

La persona che mi ha salvato è la professoressa di Storia, lei ha dato un “nome” al mio silenzio, ha visto un reportage sul Mutismo Selettivo in televisione e ha subito pensato a me, ha spiegato tutto ai miei genitori e tutti hanno cercato di capire in che modo potevano aiutarmi.  Ne hanno parlato anche con la mia psicologa che mi ha subito proposto di fare del teatro terapeutico, ho accettato, ho partecipato a delle riunioni con lei, con uno psicomotricista e sono entrata a far parte di un gruppo teatrale composta da una decina di ragazzi e ragazze dagli 8 ai 16 anni, ognuno con un problema, una difficoltà diversa ma non parlavamo delle nostre difficolta tra noi, sapevamo di essere comunque nella stessa situazione e armati della stessa volontà di superarle.

Il corso teatrale è durato 18 mesi (due ore a settimana), è stato fondamentale: ho acquistato fiducia in me stessa, mi ha insegnato ad esprimermi e a mantenere la calma durante le interrogazioni, alle fine dei 18 mesi abbiamo recitato la pièce davanti alle nostre famiglie e agli specialisti.

Sono convinta che questa esperienza teatrale sono riuscita a far uscire la voce al liceo in una situazione particolare, a voi può sembrare banale ma per me non lo era affatto: riguardava la mensa scolastica, il professore leggeva la lista dei nomi e io risultavo “esterna”, ero obbligata a correggere altrimenti avrei avuto dei problemi, non so come ci sia riuscita ma con una voce sottilissima dissi al professore che si era sbagliato ed ero iscritta anch’io alla mensa.

Oggi?

Oggi sono al primo anno di architettura e le cose sono migliorate.

Certo sono una ragazza timida e discreta ma credo di aver superato le prove più difficili. Oggi sono molto più serena e contenta, ho degli amici, posso porre delle domande ai professori, posso presentare un progetto davanti a 30 persone con il microfono!

Spero che la mia storia possa essere d’aiuto, sono la prova che tutti possono superare il silenzio buona fortuna.

Pauline

“Le parole (dei bambini) sono importanti!” Conversazione con la Dottoressa Simona Ius

“Le parole sono importanti!”  (citazione di  morettiana memoria), è il titolo giusto per l’argomento che affronterò in questo breve articolo.

Esempio:

Un* bambin* dice ad una persona:

sei vecchi* ;

hai le gambe storte;

hai l’alito cattivo;

hai una macchia sulla pelle;

hai pochi capelli…e potrei procedere all’infinito.

Qualche giorno fa ho assistito ad un episodio del genere:una bambina rivolgendosi ad una signora che ha una macchia sulla mano molto visibile, le ha detto con dovizia di particolari, che tutti pensano che sia sporca e che non si lavi mai le mani.

Certo sono bambini, certo  non lo fanno per cattiveria, ma a volte mirano e colpiscono il bersaglio con una precisione scientifica, in situazioni normali tutti noi sorvoliamo (o facciamo finta), diciamo “è un bambino”, ma a volte, e nel caso di questa signora è stata una di quelle volte, il bambino raggiunge un punto debolissimo della persona, colpisce la fragilità, il complesso. E affonda.

Allora mi domando: quando un bambino è sgradevole e utilizza la verità per dire cose sgradevoli, come rispondere? Come affrontare questa situazione?

Ho chiesto un parere alla Dottoressa Simona Ius, Psicoterapeuta.

Dottoressa lei cosa consiglia di fare in queste situazioni?

Distinguiamo prima di tutto tra la curiosità – che non va mai sanzionata, ma indirizzata- e la volontà di colpire l’altro – che va compresa nelle sue cause, ma anche educata immediatamente.

Come in tutte le situazioni la metacomunicazione ([1]) è la salvezza, gli si può rispondere sui contenuti: ho una macchia  non perché non mi lavi, ma perché tanto tempo fa ho avuto un incidente e mi sono ustionata la mano. Lo so non è bellissima ma io sono felice di aver salvato la mia mano. Meglio averla con una brutta macchia che non averla per niente non trovi?

Ma dimmi ti  dà tanto fastidio?

Perché sei così arrabbiato?

C’è qualcosa o qualcuno che ti innervosisce?

Hai passato una brutta giornata e ti stai sfogando con me?

In questo caso o si sente accolto da questa reazione e  si confida, e magari confessa che sì, è arrabbiato perché ha perso due bustine di figurine che la mamma gli aveva proibito di portare a scuola, oppure continua nel suo atteggiamento di duro, ma  comunque lo abbiamo messo in in crisi, in un senso positivo,perché  ora sa che abbiamo compreso che le sue parole aggressive servono a coprire le sue fragilità.

Ma queste “frecce scoccate” a cosa mirano, qual è il loro scopo?

I bambini non sono veramente interessati ai contenuti. Sono frecce scoccate che mirano solo a provocare un po’ dispiacere o una reazione aggressiva,  sicuramente  qualcuno che risponde imprevedibilmente, favorendo lo scambio, con un reazione pacata può spiazzare completamente il bambino,  confermando quel principio della comunicazione per cui è il ricevente che marca il contesto: il ricevente, in questo caso, di una piccola o grande cattiveria, marca con la sua risposta di non essere paritario col bambino: è un adulto, ha una funzione educativa e protettiva nei suoi confronti.

Quindi quando riusciamo a porci su un piano sereno, rispondendo sui contenuti con un tono calmo il nostro metamessaggio è “non è riuscito il tuo intento di scarica aggressiva, ma sto vedendo la tua aggressività e sono disposta ad ascoltarti, a darti uno spazio.

Io posso aggiungere che non è sempre facile rimanere così pacati, non è sempre facile non sentirsi colpiti, dipende anche dal momento in cui stiamo vivendo, dal nostro stato d’animo, dal contesto. In ogni caso come dice la Dottoressa Ius, una reazione pacata farà del bene a noi adulti, rendendoci più “solidi”, e farà del bene al bambino che imparerà che l’aggressività non chiama sempre altra aggressività.

 

[1] È una comunicazione sulla Comunicazione stessa, in genere riferita agli aspetti di relazione tra i due partecipanti alla comunicazione indipendenti dal contenuto: un esempio è: “perché me lo dici con questo tono?” “Mi sembri molto felice mentre mi dici questa cosa” “Non è questo il modo di discutere di questo argomento”

 

 

 

 

La dottoressa Simona Ius fa  parte dello Studio Smail   

Il suo Studio è a Roma

Smail Roma
Via Aurelia 376
00167 Roma 
(Metro A fermata Baldo degli Ubaldi)

[email protected]

+39 3384375814

 

Brevi storie quotidiane: l’incoraggiamento e la fiducia nelle capacità sono i mattoni che aiutano i ragazzi a costruire l’autostima, la fiducia in sé stessi

Stamattina ore 7.40, temperatura -5, 
mentre sghiacciavo la mia pandina, nel senso che toglievo il ghiaccio formatosi sul parabrezza interno(!!), spiegavo a mio figlio l’importanza dell’incoraggiamento e del pensiero positivo.

È un momento importante deve pensare al futuro alla scuola da scegliere,  c’è un clima particolare, i ragazzi sono sottoposti a molte sollecitazioni, sono sotto pressione per il brevet, l’esame delle medie.

Non volevo fare la saccente ma volevo che capisse quanto sia importante essere supportati, incoraggiati, e quanto sia fondamentale nella vita, trovare qualcuno che creda in noi (genitori a parte!).
Mentre attendevamo che l’abitacolo arrivasse ad una temperatura sopportabile gli ho detto:

immagina un imprenditore edile che decida di di costruire un bellissimo palazzo.

Cosa fa? Assume architetti, ingegneri, tecnici e muratori. Organizza una riunione e spiega a tutti il suo progetto,  ne spiega la bellezza, il costo e la fatica che ci vorrà,  attribuisce a ciascuno un compito. Dopo tutto questa importante premessa il nostro imprenditore dice a tutta la sua equipe :

 – bello eh, ma voi non ce la farete mai. Non ce la farete a trovare il materiale , non ce la farete a lavorare in gruppo, non avete le competenze, la forza fisica, vi manca l’intelligenza, e se riuscirete a finirlo  sarà un disastro e il palazzo crollerà.

  Ora però sbrigatevi e andate a lavorare.
A questo punto ho chiesto a mio figlio: secondo te che succede?
Beh se lui non ci crede, non ci crederà nessuno né gli architetti, né gli operai, i muratori, tutti lavoreranno male o abbandoneranno questo lavoro.
Esatto.
E per questo che combatterò sempre il pensiero negativo, e chiunque tenti di distruggere gli intenti e i sogni. Se non crediamo nei ragazzi, se non li incoraggiamo a tentare quello che anche a noi sembra impossibile, allora sarà nostra, non la responsabilità questa volta, ma la colpa delle loro sconfitte. In questo, secondo me, consiste
 il pensiero positivo.

Non illudersi  ma credere in sé stessi, nelle proprie capacità. Magari non riusciremo a raggiungere quell’obiettivo, magari ci accorgeremo che non è quella la strada  giusta o la nostra strada,  ma sicuramente vivendo quell’esperienza,  si apriranno altre prospettive.  E se non c’è nessuno ad incoraggiarci, a supportarci , dobbiamo utilizzare tutte le nostre risorse, ne abbiamo tantissime. Credere in sé stessi è una delle cose più difficili da realizzare a qualsiasi età, figuriamoci all’alba delle esperienze di vita.

Adriana Cigni

 

 

Arteterapia e Mutismo Selettivo. La storia di Anna

Arteterapia e Mutismo Selettivo.

La storia di Anna

Mutismo Selettivo: ne parliamo ancora con il Dottor Matteo Corbetta, Arteterapista.

Ammiro la modalità con cui il Dottor Corbetta approccia qualsiasi problematica  utilizzando la dolcezza, il rispetto dell’altro sia nei momenti di progresso che di regressione, la pazienza e la comprensione.

Oggi parliamo di una bambina. La chiameremo Anna,Image associée rispettando la sua vera identità.

Anna ha sei anni e nel mese di settembre ha vissuto un cambiamento importante: ha iniziato la scuola primaria in un quartiere diverso da quello dove frequentava la scuola dell’infanzia.

Nella nuova scuola e quindi nella nuova classe nessuno la conosce ma soprattutto nessuno dei suoi compagni sa che soffre di Mutismo Selettivo, quindi inizia una nuova esperienza senza l’etichetta di “quella che non parla”. Anna è seguita dalla Dottoressa Claudia Gorla e dal Dottor Corbetta.

Dottor Corbetta come è avvenuto questo momento importante della vita dei bambini: il passaggio alla primaria?

A settembre io e la Dottoressa Gorla abbiamo incontrato le insegnanti e abbiamo dato le informazioni relative alle strategie necessarie da adottare con la bambina.

Come ha affrontato questo cambiamento, la nuova scuola, la nuova classe, nuovi compagni da affrontare? E chi ha deciso di cambiare scuola?

Anna era entusiasta. La dottoressa Gorla ha parlato a lungo con i genitori, che segue in terapia familiare, prima di arrivare alla scelta concordata con loro.

Anna e l’Arteterapia come è iniziato e come si sviluppa questo incontro?

Anna ha iniziato a lavorare con me su supporti che le hanno permesso di esprimersi attraverso grandi pennellate e tantissimo colore. Ai primi incontri partecipava anche la sorella più piccola e con il tempo e in questo contesto, che comprendeva la   presenza della sorellina e la possibilità di esprimersi su grandi superfici, ha iniziato a far sentire la sua voce tramite produzioni sonore, quasi delle cantilene.

Pennellate su pennellate abbiamo creato mondi fantastici, con strati di colore che cambiavano forma.  Ho accolto i primi vocalizzi ampliandoli attraverso il gioco dei suoni fatti con tubi di cartone e piccoli strumenti. Tra noi è iniziata una comunicazione, un dialogo molto rumoroso fatto di soffi, percussioni e battiti di mani. Questi suoni ci hanno accompagnato in alcune sedute e sono stati associati a dei cibi, li abbiamo chiamati i rumori dei cibi, per esempio “il pomodoro che salta”, “la banana marcia” e anche “i calzini puzzolenti” citati dalla sorella.

Da questo gioco-comunicazione-creatività sono nate grandi risate sonore.

Dottor Corbetta la sua descrizione è entusiasmante, Anna si muove in uno spazio libero, dove può esprimersi, giocare con i suoni, i colori, esprimersi e comunicare attraverso suoni e colori. Immagino che ci voglia tempo e pazienza ma capisco che in un contesto così creativo l’ansia possa diminuire.

Ci spieghi poi come Anna è passata dal verso, il suono, la risata alla parola.

Dopo le grandi risate i suoni sono diventate parole. All’inizio l’intonazione della voce era quasi regredita all’infanzia poi col tempo, incontro dopo incontro, disegno dopo disegno sono avvenuti grandi cambiamenti.  Anche questa volta tutto è partito dai disegni, in special modo quelli che rappresentavano il suo ingresso alla scuola primaria e l’amicizia con due nuove bambine, la descrizione di questi disegni si è trasformata in brevi racconti spontanei.

Ad un dato momento ho capito che per Anna era arrivato il momento di stare nel setting senza la sorellina che nei nostri incontri iniziali aveva fatto da mediatore tra me e sua sorella.  Le ho spiegato che nel passaggio alla scuola primaria si diventa grandi e si fanno lavori diversi da quelli fatti con la sorellina che invece proseguirà il suo percorso nella scuola dell’infanzia.

Anna ha accettato la nuova situazione con entusiasmo, gli incontri sono proseguiti.

E questo cambiamento che ripercussioni ha avuto sulla scuola?

La mamma ci ha raccontato che andava e va volentieri a scuola, aveva iniziato a rispondere alla domanda “come ti chiami?” tipica dei bambini, dicendo il nome ad alcune compagne con le quali gioca anche nella ricreazione. I primi mesi della scuola elementare sono stati molto intensi per Anna, lo dimostra il fatto che appena arrivava nel setting voleva disegnare le sue nuove amichette. E queste novità è riuscita a raccontarmele verbalmente con grande gioia.

Abbiamo interrotto gli incontri per la pausa natalizia e ci siamo rivisti a metà gennaio.

Per Anna la pausa molto lunga ha implicato fare un passo indietro: era tornata ad avere lo sguardo basso ed era percepibile la difficoltà rispetto alla relazione con me.  Nel corso della prima seduta dopo le vacanze ho dovuto quindi lasciarle il tempo per rifamiliarizzare con il setting.

Mi sono detto: ripartiamo, senza porci come obiettivo il parlare, l’elemento essenziale del mio lavoro è che all’interno del setting si facciano esperienze nel quale star bene e incrementare il proprio senso di efficacia.

Dottor Corbetta credo che Anna, e tutti i bambini che entrano nel setting comprendano proprio questo: non c’è pressione, nessuno mette fretta, l’elemento fondamentale è stare bene e progredire facendo nuove esperienze.

Credo di sì! È legato all’età,  Anna è ancora piccola,  ma  nel caso degli adolescenti e preadolescenti la situazione rispetto ai tempi e ai cambiamenti è molto diversa.

Arriviamo  quindi alla sua storia presente.

Ho deciso di partire con un lavoro molto strutturato e al contempo poco personale per permettere ad Anna di approcciare di nuovo il contesto senza avere la preoccupazione di “dover parlare”, è il suo tempo ed è importante non farle percepire alcuna aspettativa. Propongo delle figure geometriche disegnate da colorare e da ritagliate per costruire altre forme. Penso alle “cornicette” che vengono fatte a scuola nel corso della prima elementare e mi lascio ispirare da quelle. 

Anna colora con precisione ed entusiasmo, io coloro con lei verbalizzando che quel colore o quell’altro mi piacciono tanto. Mentre entrambi abbiamo il capo chino sulle forme lei mi dice che sto utilizzando un azzurro chiaro, poi prende un altro azzurro e mi dice che quest’ultimo è più scuro. Rispondo semplicemente dicendo “eh sì quell’azzurro è più scuro, si potrebbe utilizzare per un’altra forma”.

E avviene così che inizia a nominare tutti i colori che utilizza e successivamente mi dice: ritagliamo le forme? Dopo averle ritagliate scopriamo che le stesse potrebbero formare un topolino.

Creiamo un topolino e tra una forma e l’altra Anna mi dice che ha dei nuovi amici.

A questo punto recupero i disegni nei quali aveva disegnato le sue amiche e le dico che mi ricordo i loro nomi, lei stessa aggiunge a voce l’elenco dei nuovi amici con i quali ora parla. Mi dice che è anche capace di scrivere i loro nomi.

Facciamo un elenco e in modo spontaneo mi racconta che sono “solo” due quelli con i quali lei non parla.

Uno perché “un po’ monello”, l’altra perché “severa”. Il topolino Leo a questo punto diventa custode di un nuovo messaggio: quello degli amici di prima elementare.

Riprendere il filo del nostro discorso iniziato da mesi non è mai facile, ho osservato la postura con la quale Anna è arrivata in studio e questa sua rinnovata chiusura mi ha fatto riflettere e per questo ho proposto un lavoro di coloritura estremamente strutturato che le ha permesso di abbassare il livello d’ansia iniziale e di ritrovare, seguendo il suo tempo la relazione che avevamo sospeso in prossimità delle feste natalizie. Alla fine dell’incontro la mamma mi ha raccontato che  durante i canti di Natale fatti in gruppetto, come avevamo indicato agli insegnanti per i lavori orali in classe (riconoscimento delle lettere, delle prime sillabe ecc.), ha cantato in un terzetto con altre due compagne. Ad un certo punto le due compagne si sono emozionate e hanno abbassato la tonalità della voce. Anna ha preso il microfono e ha continuato a cantare fino al termine della canzone.

Ogni volta che il Dottor Corbetta mi racconta un’esperienza con un bambino che soffre di Mutismo Selettivo io mi emoziono. Leggo, mi entusiasmo e mi emoziono. Non è possibile rimanere indifferenti: il ritorno alla verbalizzazione, la voce del bambino che passa dal silenzio  totale al racconto.

Mi fa venire in mente la descrizione di un fiore che sboccia, che si apre e ci offre la sua bellezza, i suoi colori, e il suo profumo.

C’è così tanta vita, così tante parole, così tanta gioia inespressa in quel silenzio ,che quando l’ansia si abbassa per il bambino è una rinascita e anche per chi si prende cura di lui.

 

Articolo di Matteo Corbetta per Il Blog di Adri (Adriana Cigni)

Se qualcuno dei nostri lettori (genitori, ragazzi, adulti) volesse contattare il Dottor Matteo Corbetta può scrivergli direttamente alla mail

[email protected]

3393506327

oppure al Centro di Cesano Maderno dove collabora con la Dottoressa Claudia Gorla Psicoterapeuta

Centro Koru Lab

Via Santo Stefano 10

Cesano Maderno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mutismo Selettivo. Storia di V.

Mutismo Selettivo e Arteterapia.

Entriamo in un setting di arteterapia, come nel precedente articolo, anche in questo caso il Dottor Corbetta interagisce con un bambino con Mutismo Selettivo, ma questa volta il “racconto” è molto più dettagliato ed emozionante. Sì, proprio emozionante, o almeno  lo è stato  per me, sono sicura che si emozioneranno anche molti genitori di bambini e ragazzi con Mutismo Selettivo e anche tante insegnanti che sognano di sentire, un giorno, la voce del loro alunno silenzioso.

Se chiudo gli occhi io lo vedo questo bambino che corre da una stanza all’altra con i colori e i pennelli in mano, magari con il visino macchiato, qua e là, di colori sgargianti.  Sento il rumore dei suoi passi, dei suoi saltelli, la sua voce prima timida, poi squillante, descrivere al suo papà quello che vuole disegnare, riesco a immaginare  il suo parlottare mentre disegna.

Il disegno finale è un tripudio di gioia, erba, animali, fiori, il sole, il cielo azzurro…

Una meraviglia.

L’Arteterapia legata alla terapia o intesa proprio come terapia tout court è una delle possibili strade che si possono intraprendere non solo per il Mutismo Selettivo ma anche per altri disturbi legati all’ansia. Un percorso, a mio avviso, bellissimo. Quando noi siamo ansiosi di cosa abbiamo bisogno? Di un luogo calmo, dove possiamo muoverci in libertà, dove non ci venga imposta alcuna pressione, dove incontriamo persone che ci comprendono anche senza parlare.

È questo che trovano bimbi e ragazzi nel setting di Arteterapia del Dottor Corbetta.

Il bambino V. frequenta la prima elementare e ha iniziato il percorso di Arteterapia da circa un anno.

In questo articolo è il Dottor Corbetta che descrive la sua “proposta”!

Vi presento V., un bambino con Mutismo Selettivo che ha appena iniziato a frequentare la prima elementare, in modo molto tranquillo, stupendo i propri genitori e rendendoci tutti orgogliosi di lui. Attualmente non parla con le insegnanti ma partecipa a tutte le attività e si fa capire a gesti., per lui è un grande risultato, quello di essere tranquillo a scuola, di riuscire a separarsi al saluto dal genitore che l’accompagna e di vivere l’esperienza scolastica con positività.

Normalmente io e V.  lavoriamo in un’unica stanza, nell’ultima seduta ho deciso di lavorare in due stanze.

 

Ho creato un gioco di movimento in modo che potesse portare la comunicazione in due stanze diverse ipotizzando che nella stanza dove era presente il padre avrebbe potuto caricarsi, e nel passaggio da una stanza all’altra avrebbe potuto perdere un po’ il “controllo” della comunicazione.

V. era in una stanza insieme al padre.

Gli ho dato un foglio grande da fissare al tavolo, con la consegna di riempirlo tutto, senza lasciare alcuno spazio. Particolare importante: gran parte del materiale (scotch, pennarelli ecc.) si trovava nella mia stanza e il bambino  poteva  scegliere liberamente tutto quello che gli serviva.

V. ha iniziato a lavorare con il padre. Una volta steso il foglio sul tavolo, ha avuto bisogno dello scotch. Correndo è arrivato nella mia stanza e mi ha mimato la forma dello scotch. Senza nessuna esitazione ho verbalizzato “certo … lo scotch per fermare il foglio, eccolo” e V. è andato a fissare il foglio facendo rotolare lo scotch lungo il corridoio e saltellandogli accanto. Dopo lo scotch, è stato il turno dei pennelli. In questo caso ha indicato con il dito il barattolo dei pennelli, presi e portati nella stanza dove stava lavorando con il papà. In quella stanza lo sentivo parlare ad alta voce con il genitore e decidere, contrattando, l’immagine da creare.

Gli spostamenti da una stanza all’altra di corsa, con scivolate in ginocchio, giravolte e saltelli, sono stati sempre più rapidi in quanto a V. servivano sempre più colori. 

Dopo il pennello è arrivata la richiesta dei colori: dapprima con un “blu” senza aggiungere altro e via via nei passaggi da una stanza all’altra sono diventati “vorrei un altro colore … mmm (nel gesto di pensare) un azzurro chiaro”.

Con V. ho giocato a creare colori. Nella fase di preparazione delle singole vaschette contenente i due colori da mischiare V. ha iniziato a ripetere i colori che versavo e canticchiare il nome del colore che avremmo ottenuto. Anche la fase di mescolamento del colore è diventata un “rito in movimento”: V. rimaneva nella stanza con me finché aveva ottenuto il nuovo colore e poi gridava al papà che era nell’altra stanza il colore che sarebbe arrivato.

Il dialogo fra noi, mentre creava l’immagine con la collaborazione del papà, diventava comunicazione ad alta voce tra le due stanze, giocando sia sul fatto che non potessi superare il mio confine per raggiungere la loro stanza , sia che l’opera creata doveva essere una sorpresa per la fine della seduta.

La comunicazione, in questa creazione di immagini con metodo transitorio di recupero dei materiali, è diventata continua e fluida persino nel corridoio e nella mia stanza, ha riempito tutti gli spazi dello studio e ha trasformato un foglio vuoto in un paesaggio con alcuni animali volanti, quali una zanzara un’ape e una mosca che volavano nel cielo di ottobre tra la città con l’asfalto e la campagna con le pannocchie.

L’utilizzo delle due stanze ed il continuo passaggio dall’una all’altra ha permesso a V. di muoversi liberamente, con movimento sciolto;

di poter parlare in modo fluido con il papà, sapendo di essere sentito da me (che talvolta sono intervenuto sui loro discorsi dalla mia stanza, per rendere palese che sentivo quanto si dicevano);

di chiedermi il materiale in modo verbale e fare esperienza della comunicazione positiva e funzionale con un altro adulto, senza la presenza del genitore (che era in un’altra stanza), fino a far percepire con i continui spostamenti di stanze, il luogo della comunicazione come un unico luogo.

V. alla fine della creazione dell’opera mi ha chiamato ad alta voce, mi ha permesso finalmente di guardare quanto creato e mi ha verbalizzato quanto fatto.

Molto contento dell’esperienza fatta ha scelto di aiutarmi a lavare i pennelli e a sistemare la stanza.

È importante che nel corso degli incontri i bambini e i ragazzi possano sperimentare in un luogo sicuro alcune modifiche rispetto ai loro comportamenti e al loro modo di “essere nel mondo”.

Come ho già detto più volte, mi piace pensare al setting come al luogo dell’allenamento dove sperimentarsi in modo positivo, efficiente per poi trasportare nel futuro quanto esperito anche all’esterno.

V., insieme ai suoi genitori, sta effettuando un percorso positivo fatto di piccoli successi continui che portano a tutta la famiglia a percepirsi in modo nuovo, guardando con più leggerezza al futuro.

La decisione di lavorare in due stanze aveva uno scopo ben preciso: io ero nella stanza con la valigia piena piena di materiale, V. era nell’altra stanza con il padre dove stava creando il suo disegno. Due stanze, una di fronte all’altra con le porte  aperte. L’obiettivo dell’incontro era quello di rinforzare V. nella richiesta diretta a me di ciò che avesse bisogno.

Il percorso V.: nei primi incontri aveva iniziato a parlare al papà nell’orecchio ,  poi ha  utilizzato come comunicazione diretta con me, prima dei suoni gutturali e delle pernacchie, che ho amplificato in un gioco (di pernacchie!!!) e successivamente con risposte brevi “sì” e “no” a mie domande semplici rispetto all’utilizzo del materiale.

 

Articolo del Dottor  Matteo Corbetta per Il Blog di Adri (Adriana Cigni)

Se qualcuno dei nostri lettori (genitori, ragazzi, adulti) volesse contattare il Dottor Matteo Corbetta può scrivergli direttamente alla mail

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oppure al Centro di Cesano Maderno dove collabora con la Dottoressa Claudia Gorla Psicoterapeuta

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Un Arteterapista, un bambino con Mutismo Selettivo. Un pomeriggio insieme…

Un Arteterapista: Dottor Matteo Corbetta
Un bambino con Mutismo Selettivo : A.
La seduta al rientro delle vacanze.
È un’esperienza di qualche giorno fa, sembra un racconto, invece  è realtà.
Io mi sono commossa, la risata rumorosa che sgorga da un bambino con Mutismo Selettivo è come una sorgente fresca e liberatoria.

E succede che dopo la pausa estiva ripartire nella relazione sia inevitabilmente più complicato.
Serve l’aiuto di un genitore per stare nel setting i primi minuti.
A. porta con se un pennarello con gli occhi disegnati sul tappo. È un pennarello che racconta la sua storia e la storia dei suoi amici mi viene detto dall’adulto presente.
Non esito un istante: colla e forbici diventano subito dei compagni animati attraverso il mio disegno di occhi e bocca.
Preparo gli altri pennarelli uno ad uno in piedi, e ironizzo su quelli che in piedi non ci vogliono stare.
Parte una sonora risata che sostengo con un intervento simpatico. La risata di A. è più rumorosa. Insieme ad essa arriva anche il gesto della mano che spinge i pennarelli in piedi creando confusione e divertimento. Dopo pochissimi minuti la mamma saluta A.
Rimaniamo soli e decidiamo di disegnare tutte le facce delle “famiglie dei pennarelli”. 

 

 

 

 

 

Con un pennarello si inizia a disegnare sullo scotch di carta le altre faccine.
A. inizia a raccontare che gli occhi servono per vedere e se sono occhi grandi per vedere meglio.
Le orecchie per sentire, il sorriso per ridere e anche le linguacce perchè ci si diverte da matti. Compaiono le guance rosse dalle risate che finiscono sui colori divertenti.
Il racconto prosegue e mi si dice che nelle famiglie dei pennarelli ci sono le famiglie sconvolte e quelle non sconvolte. Le famiglie sconvolte non hanno il sorriso.
Poi in un fluire di parole mentre stiamo lavorando arrivano i racconti spontanei : “lo sai che alla mia scuola materna … “
e questi racconti parlano di amici, di piccoli che sono appena arrivati e che devono crescere e del cibo della mensa che è molto buono. Nel setting si sperimenta liberamente portando l’attenzione sul fare attraverso il  gioco/disegno/espressione artistica. In questo contesto ci si “allena” all’apertura, al “lasciare andare”.
Attraverso il gioco il livello d’ansia si abbassa notevolmente ed è più facile entrare in relazione 
con l’altro.

Articolo di Matteo Corbetta per Il Blog di Adri (Adriana Cigni)

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Centro Medico MEDIPLUS s.n.c.
Via Val Gardena 3

 

 

TORINO 16 OTTOBRE ore 18 Parliamo di MUTISMO SELETTIVO

TORINO
Manca poco, l’evento sarà Martedì prossimo, ricordatevi che l’ingresso è libero (c’è anche un parcheggio interno!!) .
Ricordatevi che è una buona occasione per parlare di Mutismo Selettivo, per porre domande, per avere riferimenti nella città di Torino.
Incontrerete la Dottoressa Federica TRIVELLI e la Dottoressa Simona IUS dello Studio Smail che ci presenteranno il libro  “SENZA PAROLE – BAMBINI DIVERSI IN CONTESTI DIVERSI -MUTISMO SELETTIVO  –  LIBRO PRATICO PER GENITORI E INSEGNANTI3
Nessuna iscrizione entrata libera

” “Mi prendo cura di…”

Una delle mie attività collaterali riguarda  “Mi prendo cura di …” che vuol dire

Vuol dire che da qualche mese scrivo molti articoli grazie alle interviste a vari professionisti e mi occupo di vari argomenti e temi di largo interesse, la collaborazione con i professionisti intervistati non è occasionale ma continuativa, in questo modo posso garantire al lettore non solo  la competenza  ma anche la possibilità di avere dei punti di riferimento nelle loro città.

Mi rivolgo quindi a Psicologi, Psicoterapeuti, Educatori, Pedagogisti, Psicomotricisti e suggeritemi voi altri professionisti, che sono interessati a far conoscere la loro attività ( non solo quella in studio ma anche quella relativa alle conferenze e ai seminari) e il loro pensiero, che desiderano sviluppare alcuni argomenti e divulgarli. Una sorta di… promoter  come mi piace definirmi, una  collaboratrice che vi aiuti discretamente ad incrementare la vostra attività, come?

-Intervistandovi, scrivendo articoli su di voi (se l’argomento è specifico vengono diffusi su molti gruppi ) e/o sul mio blog, su tutti i social;
– organizzando seminari e formazioni su incarico. I particolari verranno forniti esclusivamente in privato. Potete scrivermi  via mail [email protected]
-come editrice(A.G.Editions) valutando la possibilità di pubblicare.

Scorrendo gli articoli su questo blog potete verificare cosa intendo per ” mi prendo cura di … “

La collaborazione non è gratuita e prevede un irrisorio compenso mensile, per maggiori informazioni  e la proposta completa scrivetemi alla mail indicata.

[email protected]

 

Adriana Cigni

Editrice

Organizzatice di seminari e formazioni

Creatrice e coordinatrice del progetto “Mi prendo cura di…”

Organizzatrice di Formazioni e Seminari

 

I bisogni emotivi fondamentali del bambino. Parte II. Intervista alla Dottoressa Federica Trivelli, Psicoterapeuta

Dottoressa Trivelli in un articolo di qualche mese fa abbiamo parlato del bisogno di sicurezza, di esplorazione, e regolazione dello stato emotivo e affettivo nel bambino.https://ilblogdiadri.altervista.org/2018/06/piccoli-esploratori-crescono-bisogni-emotivi-fondamentali-dei-bambini-ne-parliamo-la-dottoressa-trivelli/ 

Può spiegarci questa dualità? Se da una parte il bambino ha  bisogno, fin dalla nascita, di esplorare, conoscere e allontanarsi dai genitori e/o dagli adulti di riferimento, dall’altra è altrettanto forte  l’esigenza di poter tornare alla base sicura, rappresentata dai genitori e/o adulti di riferimento? 

Dottoressa Trivelli – In effetti potremmo considerarlo un andare e tornare costante: il bambino si allontana per esplorare, torna per poter recuperare e fare scorta di energia affettiva ed emotiva,  e ritorna quindi ad esplorare il mondo circostante. . Immaginiamo che il bambino sia un’automobile, è evidente che per muoversi debba necessariamente fare il pieno di benzina, per il bambino   la benzina è rappresentata dall’affetto, la presenza, la vicinanza emotiva del genitore, facendo il pieno di tutta questa “benzina” può.

Cosa intende per “esplorazione”?

Dottoressa Trivelli – L’esplorazione non è limitata al mondo fisico, il bambino deve anche esplorare la relazione con i genitori e con l’altro fuori da sé e per poterlo fare deve allontanarsi dal genitore, per questo deve riempire il suo serbatoio proprio come fanno le automobili prima di un grande viaggio.

Un esempio pratico: spesso i bambini (dai più piccini ai preadolescenti) cercano l’abbraccio della mamma o della maestra, si fanno coccolare e poi si staccano tornando ai loro giochi, continuano le loro esplorazioni, giocano con gli altri, dopo un po’ come se il segnale interno del serbatoio vuoto si accendesse, ritornano dalla figura di riferimento, perché sta terminando la riserva affettiva.

I bambini hanno bisogno di punti di riferimenti affettivi forti da cui partire per andare ad esplorare, ma hanno anche bisogno di poter sviluppare la consapevolezza di poter tornare a fare rifornimento di affetto, tutte le volte in cui ne hanno bisogno.

E come si manifesta questo ritorno, come comprendiamo il bisogno di ricaricarsi del bambino?

Dottoressa Trivelli – Se per un genitore è relativamente più semplice comprendere il bisogno di esplorazione del bambino e sostenerlo, non è altrettanto scontato comprendere la necessità di poter tornare dal genitore per fare rifornimento.

Occorre decodificare il loro linguaggio emotivo perché quando i bambini tornano in cerca di attenzione e di affetto dai genitori, non è che siano sempre allegri, saltellanti quasi sempre sono stanchi, privi di energia, piangono, in pratica quei comportanti che noi etichettiamo tout court come CAPRICCI, senza soffermarci a comprendere il valore del capriccio in sé. Spesso è come se il bambino ci dicesse, mamma, papà, nonna, maestra, tata, “sto finendo la benzina”, ho bisogno di tornare da te, per ricaricarmi un po’ e poi torno ad esplorare. Ma è ovvio che questo ritorno del bambino non è programmato, è casuale, lui non bada a quello che stiamo o non stiamo facendo, quindi può capitare che mentre prepariamo cuciniamo una pietanza che va necessariamente seguita perché altrimenti brucia, ecco che il nostro bimbo ci richiede la nostra totale attenzione. Non possiamo lasciar bruciare la cena e gli diciamo con dolcezza di aspettare qualche minuto…  ed ecco che parte la reazione: il pianto, l’agitarsi, il nervosismo, a volte le urla.

Il famoso capriccio che a noi sembra insensato, ecco è proprio questo comportamento che i genitori devono decodificare, anche se non è facile: il bambino sta esprimendo un suo bisogno fondamentale, per poter crescere e sviluppare la consapevolezza di poter tornare a far rifornimento che è alla base di una personalità forte e sicura.

L’affetto di chi si prende cura del bambino, che è presente al momento in cui si allontana per esplorare e perdura nel momento in cui torna per ricaricarsi, aiuta il bambino a gestire l’ansia e a sviluppare sia la fiducia in sé stesso, sia la fiducia e la sicurezza del rapporto con l’altro.

I due bisogni fondamentali del bambino sono il bisogno di sicurezza e la necessità di protezione, entrambi contribuiscono a dare al bambino un’immagine di sé come degna d’amore e a sviluppare sia l’immagine dell’altro come persona di cui fidarsi e a cui rivolgersi in caso di necessità, sia l’immagine del mondo come un luogo benevolo e non come un luogo minaccioso di cui avere paura.

Questo è un aspetto molto importante perché potersi rivolgersi a qualcuno in un momento di difficoltà è uno dei mandati fondamentale di tutti i mammiferi, essere umano compreso.

Cosa possono fare i genitori ? In pratica come possono dare appoggio e sostegno al bisogno di esplorazione e all’esigenza  di tornare alla base per fare rifornimento di coccole, affetto e vicinanza emotiva?

Dottoressa Trivelli –  Prima di tutto bisogna appoggiare il desiderio di esplorazione del bambino senza sentirsi (e mostrarsi) preoccupati, ansiosi, o feriti per il suo bisogno di allontanarsi da noi ed esplorare l’ambiente circonstante. L’esplorazione deve essere consentita a distanza o anche in presenza senza intervenire e senza sostituirsi troppo al bambino nei momenti di difficoltà.

Il bambino così si sente libero ma in uno spazio protetto e sicuro

I bambini hanno bisogno di sentirsi ammirati, di sentirsi amati per quello che sono e non perché sono capaci di fare qualcosa. L’ammirazione veicola l’accettazione e il sentirsi accettati permette al bambino di esprimere sé stesso, le sue emozioni, e le sue opinioni e questo è fondamentale per sviluppare una buona autostima. Hanno bisogno di sentirsi apprezzati, è necessario che gli adulti di riferimento riconoscano le competenze e il valore del bambino, senza che ci sia giudizio e/o valutazione.

Quando un bambino esplora può anche vivere momenti di difficoltà, è compito dell’adulto di riferimento fargli comprendere che è in grado di farcela da solo, ma che in caso di necessità ci sarà sempre qualcuno pronto ad aiutarlo

Vorrei ribadire un concetto: è importante che il bambino ci senta presenti nel momento in cui la sua esplorazione evolve, quando cerca di fare qualcosa che magari qualche mese prima non riusciva a fare, ma è altrettanto importante che non ci si sostituisca al bambino per evitargli la frustrazione del fallimento, perché questo restituisce al bambino un’idea sbagliata su sé stesso e sul mondo.

L’adulto quindi rappresenta sia la base sicura dal quale partire ad esplorare, sia il porto sicuro in cui rientrare dove poter trovare nuovamente vicinanza fisica ed emotiva, perché è questa la “benzina” di cui i bambini hanno bisogno.

E in che momenti i bambini hanno bisogno di ritrovare il loro porto sicuro?

Dottoressa Trivelli – Quando si sentono stanchi, spaventati, a disagio, quando non comprendono l’emozione che stanno vivendo.

Quando sono spaventati hanno bisogno di protezione fisica, ma anche emotiva, è importante per il bambino avere l’assoluta certezza che i genitori siano pronti a proteggerli quando ne hanno bisogno per evitare di sviluppare la paura anche quando sono al sicuro.

In altri momenti hanno anche bisogno di essere consolati, coccolati, essere accolti, rassicurati rispetto a qualcosa che per loro è fonte di preoccupazione, di angoscia, di non comprensibile, le cause possono essere sciocchezze per noi adulti, ma per loro rappresentano  drammi interiori dai quali non riescono ad uscire.

Quindi il compito degli adulti di riferimento non è solo quello di sorvegliare, proteggere fisicamente ed emotivamente ma è anche quello di consolare, il bambino piccolo non ha l’energia e le capacità sufficienti per potersi consolare da solo. Più lo si consola da piccolissimo durante i suoi pianti, maggiore sarà in futuro la sua capacità di autoconsolarsi.

Sia quando esplorano sia quando tornano nel loro porto sicuro per fare il rifornimento, hanno bisogno di sentirsi ammirati, se questo è più facile farlo nel momento in cui sono in esplorazione (ad esempio quando muovono i primi passi, quando riescono a fare una torre con le costruzioni per la prima volta), è molto più difficile ammirare e accogliere un bambino che sta esprimendo paura, rabbia, frustrazione o paura.

Come possiamo manifestare tutto questo?

Dottoressa Trivelli – Attraverso gesti di tenerezza, comunicando loro l’affetto, dire “ti voglio bene” anche in momenti turbolenti non vuol dire viziarlo, significa invece “per te ci sono”.

La metafora della base sicura è un concetto espresso negli anni ’80 da John Bowlby  che è ormai alla base del mio lavoro terapeutico, sia con i bambini che con gli adulti, perché spesso gli adulti riportano delle grandi ferite rispetto ai bisogni di attaccamento, a questo concetto si è aggiunto un altro quello della pentola d’oro di Baron-Cohen.

La pentola d’oro?

Dottoressa Trivelli – Sì, proprio una pentola d’oro!

Immaginiamo che i genitori e gli adulti significativi per il bambino, gli consegnino una pentola d’oro interiore piena di emozioni buone, di amore, di cure, questa pentola colma è il serbatoio dal quale il bambino, il ragazzo e l’adulto futuro, trarrà la forza per affrontare le sfide, la capacità di riprendersi dalle avversità della vita e anche la capacità di poter mostrare le proprie emozioni e gioire insieme agli altri.

La pentola d’oro d’interiore è alla base di una buona e forte personalità, così colma di affetto ed emozioni positive è il regalo più grande che un genitore possa fare al proprio figlio, molto più importante di mille regali materiali. 

 

 

 

Le immagini sono prese dal web

 

 

 

 Dottoressa Trivelli
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La Dottoressa Simona Ius, nella sede di Roma di Studio Smail, organizza piccoli gruppi terapeutici con focus su mutismo selettivo e altri disturbi d’ansia per bambini  dai 10 ai 12 anni

“Ho da scoprire degli amici e conoscere molte cose”

Il Piccolo Principe

Sono lieta di annuciare una nuova iniziativa dello Studio Smail, che va ad aggiungersi alle altre già in via di realizzazione in questo autunno  ricco di novità.

La Dottoressa Simona Ius, nella sede di Roma di Studio Smail, organizza piccoli gruppi terapeutici con focus su mutismo selettivo e altri disturbi d’ansia per bambini  dai 10 ai 12 anni
Gli incontri della durata di un’ora e mezza e cadenza quindicinale, avranno inizio nel mese di ottobre.
Informazioni
[email protected]
338 4375814

Dottoressa Ius questa nuova iniziativa a mio avviso interesserà molti genitori, ricevo spesso messaggi e mail da parte di genitori disperati perché è arrivato il temuto momento del passaggio alla Scuola secondaria e i loro ragazzi  con Mutismo selettivo non hanno fatto grandi progressi. Le ragioni sono tante e sarebbe inutile elencarle tutte, a volte le terapie vengono interrotte, alcuni non hanno trovato nessuno che li aiutasse nella loro città, ad altri è stato consigliato di lasciar “fare al tempo”. Purtroppo non è così, spesso il tempo peggiora le situazioni perché crescendo aumenta la consapevolezza delle proprie difficoltà , e il confronto con gli altri diventa sempre più difficile.  È per  per questi motivi che ha scelto questa fascia di età ?

Dott.ssa IUS – 

Sì proprio perché tra  i 10-12 anni  avviene  il passaggio dalla scuola primaria a quella secondaria, questo è un importante momento di crescita,  i bambini iniziano a socializzare in modo indipendente, senza aver bisogno dei  genitori o  degli adulti di riferimento, per questo ho pensato di creare un gruppo in cui i ragazzini, che ancora presentino disturbi d’ansia o sintomi come il mutismo, possano lavorare insieme, confrontarsi  in uno spazio protetto.

Il  mio studio diventa un luogo in cui possono sperimentarsi, un luogo  che è simile al loro contesto quotidiano dove gli adulti sono ancora presenti, sono significativi ma hanno una funzione più a latere, così nel gruppo ci sono io come riferimento, ma il gioco relazionale è principalmente tra pari

Dottoressa per concludere questa brevissima intervista può spiegare ai nostri lettori la scelta del gruppo? Perché ha deciso di far intraprendere a questi ragazzini un percorso di gruppo e non individuale?

Dott.ssa IUS- 

L’idea di questo tipo d’intervento è quello di aggirare i rifiuti e le difficoltà che vivono o hanno vissuto  questi bambini, provenienti  da altre esperienze terapeutiche o meno, nel gruppo ognuno può specchiarsi negli altri, riconoscere qualcosa di simile, anche tutte le frustrazioni, le fatiche, la solitudine.

Nel gruppo si possono condividere le soluzioni, sia a livello diretto, sia attraverso attività espressive, ad esempio quelle figurative, per permettere ad un mediatore analogico come può essere il disegno, la pittura, il suono di mediare il messaggio. Riuscire a confrontarsi con un altro che ha avuto le stesse difficoltà permette di sentirsi meno unici e meno soli , perché poi alla fine a tutti piacciono gli unicorni …ma nessuno vorrebbe esserlo.

 

 

 

Grazie Dottoressa Ius credo che sia molto importante precisare che questi gruppi terapeutici  non sono rivolti solo a bambini…ragazzini  (è quella fascia di età che dice ” non sono più un bambino!) con Mutismo Selettivo, ma a tutti coloro che vivono delle difficoltà legate all’ansia.

 

La dottoressa Simona Ius fa  parte dello Studio Smail   

Il suo Studio è a Roma

Smail Roma
Via Aurelia 376
00167 Roma 
(Metro A fermata Baldo degli Ubaldi)

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+39 3384375814

 

 

 

Compiti per le vacanze sì , compiti no. Il parere della Dottoressa Simona Ius

Compiti sì, compiti no, continua il mio “sondaggio d’opinioni” su questo tanto dibattuto e attuale argomento. Dottoressa Ius lei come psicoterapeuta e come insegnante (la Dottoressa Ius ha lasciato quest’anno l’insegnamento) che ne pensa?

Prima di dare una vera e propria risposta io partirei da una riflessione: le vacanze sono vacanze per tutti, ognuno di noi ha vissuto l’esperienza di andare in vacanza portandosi dietro il computer, un fascicolo di lavoro o anche una preoccupazione lavorativa.

Cosa succede? Cosa provoca questo “bagaglio “in più? Disturba, interrompe il riposo, frastaglia la nostra esperienza. Per tutti, anche per chi resta in città è importante che ci sia una pausa, dei giorni di sospensione dal pensiero del lavoro, in realtà questo dovrebbe valere anche per tutti i fine settimana sia per noi che per gli studenti, e invece a volte ci portiamo il lavoro a casa e solitamente agli alunni vengono dati i compiti per tutta la settimana successiva.

E quindi compiti delle vacanze sì o compiti no?

Sì, se si tratta di fare qualcosa che li aiuti a utilizzare quello che hanno appreso come strumento, senza che diventi un peso. L’italiano ad esempio, nei periodi di vacanza, può essere utilizzato per il suo aspetto strumentale puro, cioè nella comprensione e la produzione di testi in semplici compiti di realtà, perché emergano le famose competenze che la scuola deve attivare negli studenti.

Dottoressa come si può tradurre tutto questo in qualcosa di gradevole e divertente per i bambini? Perché le parole “comprensione e produzione dei testi”, possono far pensare a qualcosa di estremamente impegnativo.

Credo che la prima indicazione da dare sia di leggere per svago e dicendo questo mi viene in mente il Decalogo del lettore di Pennac, che secondo me va sempre ricordato e tenuto in considerazione:

  • Il diritto di non leggere
  • Il diritto di saltare le pagine
  • Il diritto di non finire un libro
  • Il diritto di rileggere un libro
  • Il diritto di leggere qualsiasi cosa
  • Il diritto al bovarismo
  • Il diritto di leggere ovunque
  • Il diritto di spizzicare
  • Il diritto di leggere ad alta voce
  • Il diritto di tacere 

Fino all’anno scorso il consiglio che davo ai miei alunni della scuola primaria era questo: leggete, leggete quello che volete, leggete tutto quello che vi piace, fumetti, libri per ragazzi classici, libretti…

Andate in biblioteca, gli dicevo, potete “assaggiare” i libri senza finirli e senza la preoccupazione che un adulto vi dica: “Hai voluto acquistarlo, ora devi finirlo” inoltre in biblioteca potete chiedere consiglio ai bibliotecari, potete approfondire qualche vostro interesse, qualche vostra passione, l’importante è leggere, spesso la mia battuta finale ai genitori prima delle vacanze era: lasciateli liberi di leggere quello che vogliono, se hanno voglia di leggere le istruzioni della lavastoviglie, lasciategli leggere quelle!

Io sconsiglierei anche, da parte degli insegnanti, la richiesta di riassunti, riflessioni, testi di commento sui libri letti, perché distruggono il piacere della lettura, è automatico che tutto quello che viene dato come “compito”, quindi associato all’obbligatorietà annichilisca il piacere di un passatempo libero e leggero.

Si può consigliare di prendere nota dei titoli, e degli autori, e associare al libro un giudizio, inoltre si possono fare dei lavori creativi sul libro letto con modalità vicine al loro quotidiano: “registra il trailer”, “descrivilo in 140 caratteri”, “riassumilo con le emoticons” perché dalla contaminazione nasca la familiarità con il linguaggio scritto.

Perché il linguaggio scritto sia utilizzato con piacere, si può proporre di tenere un diario dei momenti significativi (“diario dei giorni belli”, “inventario delle cose nuove” “tutte le sorprese di queste vacanze”) per evitare , una cronaca quotidiana tipo “oggi mi sono svegliato alle 9, mi sono lavato, sono andato al mare…” che è noiosa per chi la scrive e per chi la legge.

Senza limiti di lunghezza o di brevità, il Diario deve essere uno strumento di scrittura libera: i bambini danno molta importanza al “quanto deve essere lungo?”, sono abituati a “misurare” i loro scritti, quindi in vacanza la regola è “scrivi quanto ti pare!”

E che altro ci consiglia per unire il divertimento all’apprendimento?

Rispetto al ventaglio di altre discipline oltre all’italiano, i bambini dovrebbero poter essere coinvolti il più possibile in attività quotidiane quali piccoli acquisti, pesatura di oggetti, misurazione del tempo, osservazione di fenomeni fisici… tutte cose queste, che, ad esempio accadono nella preparazione di un piatto di pasta!

Concludiamo con un consiglio…

I compiti (delle vacanze e non) dovrebbero essere pochi, dovrebbero poter essere svolti in autonomia, dovrebbero essere legati ad esperienze, dovrebbero essere divertenti: Insegnanti, non chiedete di produrre cose che vi annoiereste a leggere!

Tutte le immagini sono prese dal web.

 

 

 

La dottoressa Simona Ius fa  parte dello Studio Smail   

Il suo Studio è a Roma

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La capacità di “entrare in risonanza” con le persone. Intervista alla Dottoressa Simona Ius

Dottoressa Ius lei è una Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale, ci può spiegare  in cosa consiste il suo approccio terapeutico.

Per spiegare il mio approccio terapeutico entro direttamente nella mia modalità di lavoro, il mio modo di essere potrei dire: che si tratti una terapia individuale, di gruppo, o familiare, io considero, vedo sempre la persona immersa nelle sue relazioni e la “leggo” attraverso le relazioni e le comunicazioni che tesse.

Per me immaginare una persona avulsa dalla sua rete relazionale e/o, dal suo sistema appunto, è come pensare di interagire con un cartonato, un’immagine bidimensionale. Questa modalità di interpretare il mondo e le persone all’inizio l’avevo scelta perché lo trovavo brillante, interessante, poi si è rivelato una modalità di lettura dei contesti e delle persone che ormai fa parte di me.

E nel caso di una terapia individuale?             

Sempre, anche in quel caso la mia modalità di lettura è la stessa, quella persona la vedo immersa nella sua rete di relazioni ovviamente con la consapevolezza che quello che il paziente mi comunica è il racconto di queste relazioni filtrato dal suo pensiero, ma questo non toglie l’importanza dell’informazione

Dottoressa Ius le faccio la domanda che ho fatto a molte sue colleghe, può sembrare banale ma non credo che lo sia, perché il vostro è un lavoro particolare siete a contatto con le nostre parti profonde, ci vuole una passione, una vocazione particolare per fare questo lavoro.

Lei perché lo ha scelto, cosa l’ha spinta?

Anche se è un po’ difficile ripescare decisioni e scelte fatte ai tempi del liceo, posso comunque dire con sicurezza che quando ho scelto la Facoltà di Psicologia avevo già come progetto di diventare Psicoterapeuta. Ricordo nettamente di aver sempre provato un sentimento di empatia nei confronti delle persone accompagnata dalla sensazione di non avere gli strumenti giusti per gestirla.

Sentivo di “entrare in risonanza” con gli aspetti emotivi delle persone, ma non sapevo come gestire questa capacità. Questo credo sia stato uno dei motivi che mi hanno spinta a scegliere questa professione, questo entrare in risonanza doveva avere una spiegazione, una “funzione” anche scientifica. Ho sempre ritenuto e lo affermo ancora oggi che si debbano affrontare i temi di psicologia con un’ approccio scientifico perché la Psicologia è una scienza, quindi scegliere di studiarla e di farne una professione è stato un po’ come trovare un macchina complessa, smontarla per vedere com’è fatta dentro e imparare ad usarla.

Quindi la psicologia, gli studi per diventare psicoterapeuta, l’esperienza hanno dato una risposta e un senso differente a quello che colgo, che percepisco nelle persone e soprattutto la psicoterapia mi ha insegnato come gestire e come arginare questa mia capacità di “entrare in risonanza”.

Dottoressa Ius lei non lavora solo in studio (ha anche insegnato per molti anni), lavora sul campo, come volontaria nell’ A.N.P.AS.  mi piacerebbe che accennasse anche a questo altro impegno che so per certo che le sta a cuore!

Sì, sono contenta di poter parlare di questo mio impegno. Vorrei però fare una premessa: da quando ho iniziato a studiare psicologia, prendendo in considerazione tutti i lavori che ho fatto, da quelli da studentessa universitaria, fino all’insegnamento e alla professione di psicoterapeuta, ho sempre lavorato con gli umani e questa è una ricchezza di cui sono grata alla vita ogni mattina.  Questo non vuol dire che non si studi o non si lavori con fatica ma è comunque un privilegio. Credo di aver sempre amato la psicologia con tutto l’impegno che può richiedere studiare e lavorare è un lavoro che faccio sempre con amore. E la stessa passione e l’amore che metto nel mio lavoro li trasferisco nel mio impegno in ANPAS, è un’associazione di volontari, e quindi credo che il termine volontariato già sia di per sé associato alla passione, all’amore e alla dedizione, io mi occupo di Psicologia dell’emergenza in Protezione Civile, ho raccolto il lavoro dei colleghi che mi hanno preceduta e negli ultimi 3 anni sono stata Responsabile della Psicologia dell’Emergenza per la Commissione Nazionale di Protezione Civile di ANPAS e questo mi ha permesso di fare molte cose stimolanti  e interessanti. È un settore che sta crescendo, si sta affermando, infatti siamo stati molto presenti e credo molto utili nel 2016 durante il sisma in Centro-Italia. Questa esperienza insieme e successivamente ad una formazione molto importante approvata dal Dipartimento di Protezione Civile, ci ha permesso di formare una buona squadra che a livello nazionale può rispondere alle necessità in maniera altamente professionale  con quello che possiamo definire il “modello Anpas di psicologia dell’emergenza”.

Le immagini sono prese dal web

 

 

 

La dottoressa Simona Ius fa  parte dello Studio Smail   

Il suo Studio è a Roma

Smail Roma
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