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L’arteterapia ovvero “il disegno non è una peculiarità dei bambini”, riappropriamoci della nostra creatività!

L’arteterapia ovvero “il disegno non è una peculiarità dei bambini”, riappropriamoci della nostra creatività!

Intervista all’arteterapista Matteo Corbetta

Sento parlare spesso di arteterapia, ho anche scritto un articolo su questo blog, ma qualche anno fa ho avuto la fortuna d’incontrare il Dottor Matteo Corbetta,  ci siamo visti spesso  (e ci vedremo ancora!) nelle formazioni sul Mutismo Selettivo, ho sempre apprezzato i suoi interventi sul lavoro che fa con i bambini e i ragazzi che soffrono di MS, ma non ho mai avuto la possibilità, in due anni, di potergli chiedere qualcosa di più sul suo lavoro. Abbiamo girato l’Italia ma sempre di corsa, così ho deciso ora basta ! Devo intervistarlo. Ed è un piacere per me condividere con voi questa bella intervista.

Prima di parlare più a fondo del suo lavoro Dottor Corbetta può spiegarci cos’è l’arteterapia?

L’arterapia è una disciplina poco conosciuta, se ne parla molto è vero, ma devo ammettere che c’è anche molta confusione in giro circa la sua esatta definizione.

Io comunque ho sviluppato un’idea piuttosto personale di cosa sia l’arteterapia, e proverò a condividerla con voi. Potrei dire che per arteterapia si intende  l’insieme delle tecniche e dei metodi che utilizzano le attività creative, artistiche o visuali  per accompagnare e supportare l’individuo nel recupero della sfera affettiva, emotiva, relazionale e nella crescita personale. L’intervento di arteterapia  (definito come una “mediazione non verbale”), oltre ad utilizzare materiali artistici, è fondato sul presupposto che il processo creativo, messo in atto per fare “arte”  (in senso lato), debba produrre benessere interiore, migliorare la vita e avere delle ripercussioni positive per quanto riguarda la salute.  Inoltre l’intervento di arteterapia tende ad attivare diverse modalità comunicative che portano all’aumento dell’autostima, alla possibilità di  percepirsi “come persone capaci di fare”, per   esempio nel caso di anziani che abbiano perso alcune abilità, usufruire di queste tecniche è utilissimo. La possibilità di esprimersi attraverso il segno grafico restituisce non solo l’autostima ma anche la percezione di essere ancora capaci.

Questo è veramente un modo meraviglioso di utilizzare e applicare l’arteterapia, sappiamo bene come  nella nostra società il “non essere capaci di fare” , coincida poi con il senso dell’inutilità del soggetto anziano, rilegato ai margini della vita attiva. Abbiamo perso il valore della creatività, del fare qualcosa per star bene “dentro”.

Esatto, in effetti nel mondo occidentale, la capacità di esprimersi attraverso il disegno  viene vista come peculiarità dei bambini e per questo viene abbandonata con l’età adulta,  in realtà potrei dire che questa capacità nasce con l’individuo (pensiamo agli scarabocchi dei bambini)  e resta per tutta la vita, dipende solo da noi svilupparla.

Non è necessario che chi ricorra all’arteterapia debba avere una tecnica artistica in senso professionale, non è un corso d’arte, non è un corso di disegno ma è la possibilità di esprimersi attraverso il segno grafico, a prescindere da quanto viene creato.

L’individuo, attraverso il gesto grafico, le immagini o le attività plastiche (ad esempio modellare, la creta, la plastilina, la pasta di pane) ha la possibilità di esprimere il proprio vissuto, di dargli una forma e di trasmetterlo a livello creativo. Io pongo l’attenzione soprattutto sul processo artistico, sull’emozione, sui vissuti che vengono espressi attraverso “il fare”, più che al prodotto finito, questo è il mio modus operandi, anche se ovviamente ci sono diversi orientamenti nell’arteterapia. È indubbio che il prodotto finito dia all’arterapista una chiave, un modo per comprendere l’individuo che gli sta di fronte, capace di decifrare la sua realtà e aiutarlo a fare chiarezza ma anche in questo caso per quanto mi riguarda, il prodotto finito non è un lavoro “concluso” un compito da valutare, io e il bambino/ragazzo/paziente lo commentiamo, ci confrontiamo, ne parliamo a lungo.

Nel mio modo di lavorare,  il fulcro NON viene posto sul’analisi precisa  tipo“ se ha utilizzato quel colore al posto di un altro vuol dire che…” , io do valore a  tutte le parti che vengono attivate nel creare un’immagine e  che danno  una forma al disegno, in pratica mi interessa il processo artistico nel suo insieme, nella sua dinamicità. Pensiamo ad esempio a quando siamo al telefono e scarabocchiamo, lo facciamo senza rendercene conto, poi alla fine  guardiamo quello che abbiamo fatto e pensiamo “l’ho fatto senza pensarci “ ed è proprio in quel momento che prende il via il processo artistico, quando liberi da condizionamenti, dal dover fare un disegno fatto bene, dal dover adempiere ad una consegna, riusciamo a mettere sul foglio qualcosa che “arriva” , e quello che  arriva così  naturalmente, soprattutto nella società attuale, è una parte di noi che prende forma attraverso la spontaneità, la mancanza di controllo.

L’arteterepia è una pratica individuale o anche di gruppo?

L’esperienza dell’arteterapia può essere individuale o di gruppo, in entrambi i casi si dà all’altro l’opportunità  del piacere di creare con materiali artistici, di esprimere i propri sentimenti, i pensieri, i propri vissuti attraverso un linguaggio che non è verbale. Quando ci esprimiamo verbalmente possiamo fare giri di parole, avere difficoltà a mettere a fuoco quello che abbiamo dentro, invece  con le immagini possiamo esprimerci liberamente, non mentono, sono immediate, sono autentiche e partono dal profondo.

È più facile esprimersi con le immagini, perché siamo meno abituati ad usarle e quindi non abbiamo tutte le barriere di difesa che alziamo automaticamente nella comunicazione  verbale. L’arteterapia si svolge in un contesto sicuro, tutelato che è quello del Setting,  ed è nel caso del gruppo anche un momento d’ incontro con altre persone oltre che con l’arteterapista.

Come ho detto  esistono molti orientamenti diversi, potremmo dire diverse scuole di pensiero, il mio modello di riferimento è il fenomenologico, che prende il considerazione l’individuo la sua comunicazione e la sua relazione con il mondo circostante, si tratta di un  modello che fa riferimento alle manifestazioni interne dell’animo, alla capacità di dialogare. La modalità con cui una persona crea, è il modo autentico con cui quella persona comunica, è il suo modo di essere nel mondo.

Se qualcuno dei nostri lettori volesse intraprendere questa professione, che tipo di percorso di studi dovrebbe seguire?

In Italia ci sono diverse scuole di arteterapia, che seguono diversi modelli di riferimento. Io ho seguito la scuola di arteterapie di Lecco  “La linea dell’arco”  che comprende anche la musicoterapia, la drammaterapia, l’arteterapia. È una scuola alla quale si può accedere dopo il diploma ( o post laurea), dura 3 anni,  con un esame di selezione all’ingresso,  3 anni di terapia e pratica uniti al tirocinio, nel corso dei 3 anni  si effettuano gli esami e una tesina finale. A questa scuola accedono un po’ tutte le professioni, quando la frequentavo accedevano maggiormente persone che avevano una formazione  grafica o psicologica, e quindi completavano e arricchivano le loro professioni della parte psicologica i primi e della parte artistica i secondi.

Questa è una domanda che mi sono posta spesso: per svolgere questo lavoro bisogna essere dei creativi, è necessario avere una vocazione artistica?

Come ho affermato prima oggi accedono all’arteterapia un po’ tutte le professioni. Non bisogna necessariamente essere artisti, spesso proprio perché non lo si è, si riesce a fare un percorso più autentico, nel senso che non  tutti seguono i canoni, le regole acquisite durante la formazione artistica , come la prospettiva, la composizione artistica di un dipinto, l’idea del colore e delle sfumature.

Però è auspicabile che si sia creativi perché nel corso dell’attività lavorativa, la creatività è alla base degli interventi che vengono messi in atto,  il nostro è un lavoro che viene fatto  sul “campo”, possiamo avere una buona  preparazione, acquisire molta tecnica,  punti di riferimento ma alla fine come spesso accade quando si fa un lavoro di relazione,  che interessa la cura della persona, è importante inventarsi e reinventarsi nuovi approcci perché la persona che ci sta davanti ha  una storia personale particolare, secondo me la teoria serve per avere gli inquadramenti, per poter lavorare in maniera corretta , ma molto si basa sull’empatia sulla capacità di ritrovare, di riconoscere, di ascoltare.

Dottor Corbetta dalle sue risposte ho compreso che la sua professione è fluida, dinamica, assolutamente non rigida lei incontra bambini, genitori , adulti, persone con disabilità psicofisiche anche gravi, insomma lei ha a che fare con le persone e la loro sensibilità, persone che hanno bisogno solo di star bene con sé stesse e/o con gli altri ma anche persone che devono superare blocchi, limiti o forse solo ritrovarsi. A questo punto le chiedo una sua personale definizione del cosa significhi essere arteterpista per lei.

Io penso che essere arteterapisti al di là della formazione che è necessaria, è un po’ come essere artigiani, riuscire a tirar fuori la forma migliore da qualsiasi materiale  e nel nostro caso intendo “materiale umano”, lo scopo dell’arteterapia e quello di portare ad una trasformazione, facendo trovare all’utente, al partecipante  la forma migliore dei  propri vissuti  e riproporglielo  in chiave diversa. L’arteterapia aiuta a togliere blocchi, stati emotivi negativi, a tirar fuori, e quello che ne deriva da questo processo creativo si rimodella e si restituisce rinnovato.

Ora parliamo un po’ di lei, come è arrivato all’arteterapia, da cosa è nata questa passione?

Io ho una formazione da grafico pubblicitario che ho lasciato un po’ da parte perché la vita mi ha portato molto presto, come volontario, ad avvicinarmi ad una comunità di disabili psicofisici e poi mano a mano si è sviluppata la voglia di approfondire e studiare per arrivare a fare l’educatore,  per anni il mio lavoro principale è stato questo. Lavoro che svolgo ancora oggi in una comunità residenziale per disabili psicofisici adulti, una CSS Centro Socio Sanitario. Quindi da un percorso puramente artistico, perché mi è sempre piaciuto creare, mi sono spostato su  un tipo di lavoro che mettesse al centro la cura della persona e ho seguito questo tipo di studi. Ma la passione artistica è sempre rimasta dentro di me e poiché organizzavo anche dei laboratori all’interno della comunità, ho pensato di ritornare al mondo dell’immagini e ho trovato questa formazione in arteterapia e ho pensato che potesse essere il modo migliore per conciliare l’arte e la mia professione.

Quali sono gli ambiti di “azione” dell’arteterapia, può spiegarlo ai nostri lettori?

L’arteterapia è una disciplina applicabile a livello evolutivo dalla prima infanzia, (lavoro anche negli asili nido facendo un lavoro che non è arteterapia clinica ma laboratori espressivi), fino alla senescenza, alla vecchiaia. L’arteterapia viene spesso utilizzata nelle case di riposo e ha un grande riscontro nelle persone affette dal Morbo di Parkinson, o con l’Alzheimer.

Il mio primo tirocinio per esempio è stato proprio con un gruppo di persone con Alzheimer conclamato, quindi già ad uno stadio avanzato. L’arteterapia quindi son è applicabile solo in contesti di patologie o malattia, ma è utilizzata anche per promuovere il benessere, ci sono interventi di gruppo legati alla possibilità di utilizzare un altro linguaggio per lavorare sulle proprie emozioni. Quindi viene utilizzata in campo clinico  per le diagnosi di alcune patologie ma ritengo importante far sapere che può essere utilizzata da tutti, a prescindere dal tipo di professione  e dall’età, allo scopo di sviluppare la crescita personale e lavorare sulle proprie emozioni.

Dottor Corbetta lei collabora con  in che modo il suo lavoro è complementare alla Psicoterapia?

Io collaboro con Smail  di Cesano Maderno, lavoro in maniera indipendente negli asili nido, nelle scuole dell’infanzia, nelle scuole secondarie di primo o secondo grado, organizzo laboratori per bambini, per mamme e bambini, per genitori, per adulti proprio perché l’arteterapia  non ha confini o limiti di età, è estendibile a tutti gli stadi evolutivi della vita di un individuo.

Lavoro soprattutto a Cesano Maderno, nelle scuole di tutta la Brianza,  nella parte nord di Milano.

La ringrazio Dottor Corbetta 

Se qualcuno dei nostri lettori (genitori, ragazzi, adulti) volesse contattare il Dottor Matteo Corbetta può scrivergli direttamente alla mail

[email protected]

3393506327

Centro Koru Lab via Santo Stefano 10
Cesano Maderno (MB)

[email protected]

338 3826500

Consigli e chiarimenti sul mutismo selettivo.

Consigli e chiarimenti sul mutismo selettivo.

Ho capito che questo disturbo viene considerato raro perché non si conosce, perché non viene diagnosticato precocemente. Non viene diagnosticato precocemente perché non circolano informazioni, alcune insegnanti hanno dato un nome al silenzio e ai comportamenti “strani” del loro alunno; alcune hanno affermato di aver avuto in passato qualche alunno “silenzioso”.

Domande rivolte alla dottoressa Gorla e alla dottoressa Ius nel corso di una formazione sul Mutismo selettivo

Il mutismo selettivo è una psicopatologia.

Si può “guarire”?

Sì con tempi diversi, rispettando i tempi di ognuno, la diagnosi precoce è importantissima ovvio che se il mutismo perdura a questo si aggiungono le problematiche tipiche dell’adolescenza e superare il silenzio, che si è ben installato da anni, diventa più difficile. Difficile non improbabile o impossibile. Il tipo di terapia è ovviamente diverso.

Alla domanda se la scuola prevede un protocollo particolare per il mutismo selettivo se ricordo bene è stato risposto che è compreso nei BES.

Azione fondamentale è la collaborazione scuola-famiglia-terapeuta, le relatrici sostengono che è necessario, assolutamente necessario una collaborazione, in effetti lavorano molto con i genitori, specialmente quando i bambini che soffrono di mutimo selettivo hanno un’ età inferiore ai 6-7 anni. In questo caso, quindi, iniziano un percorso  con genitori e poi restano in costante contatto con le insegnanti che le avvisano dei progressi, e degli eventuali cambiamenti.

In fondo sappiamo bene che il bambino che soffre di mutismo selettivo, a scuola è completamente diverso dal bambino che è a casa.

Tutte le azioni che possono essere effettuate a scuola (andare prima o dopo le lezioni in classe da soli con il bambino, introdurre un compagno ecc.), devono essere concordate con la psicoterapeuta, con la maestra e con il bambino stesso. Fermo restando che siamo tutti consapevoli che spesso le insegnanti hanno le mani legate a causa di autorizzazioni negate, mancanza di strutture o scarsa disponibilità.

Questa l’ho sentita anch’io tantissime volte più che una domanda è un’affermazione:

Ma insomma l’ho portata dalla psicologa e ancora non parla, e poi le domando ma che fai con la dottoressa ?

Dice che giocano, disegnano ma io non la porto più ma a che serve?

Le due psicologhe hanno spiegato che:

Con i bambini di 6 -7 anni in poi lavorano in studio direttamente con loro, e sempre in stretto contatto con la scuola. Ovviamente qual’è la meta? Lo scopo principale delle sedute? Far parlare? NO! Abbassare l’ansia, insegnare al bambino a gestire la sua paura, e la conseguente ansia. E ad un bambino non si può parlare dei massimi sistemi , ad un bambino ci si approccia entrando nel suo mondo. Per questo Lo studio Smail associa anche l’arteterapia. Quindi per favore se iniziate un percorso con uno psicoterapeuta non lo interrompete perché pensate che “gioca” e basta, piuttosto chiedete al bambino come si sente in quelle sedute, se si sente a suo agio. Se il bambino ha fiducia e vede in quell’ora di seduta un momento in cui può abbassare le sue difese, non dover far fronte a nessuna aspettativa, credeteci anche voi; e soprattutto non chiedete davanti al bambino uscendo dalla stanza “HA PARLATO?

La consapevolezza e l’onestà.

Parlare sempre chiaramente al bambino.

Siate sempre onesti, se registrate la sua voce, la poesia, o l’interrogazione, il bambino deve essere d’accordo e l’ascolto deve avvenire in sua presenza (normalmente lui e la maestra o la prof) a meno che non decida di voler far sentire la voce a tutti.

Il bambino è consapevole del fatto che gli altri parlano e lui no, quindi ditegli sempre tutto.

Se andate dalla psicologa, ditegli che lo portate da una  dottoressa che lo aiuterà a star meglio (NON A PARLARE!), così come va dal pediatra o dal dottore quando ha mal di pancia o la febbre.

Tutto il lavoro e la terapia sono incentrati sull’abbassamento dell’ansia. Cito testualmente “dimenticate che non parla”; il bambino, la bambina, il ragazzo, la ragazza non sono il loro mutismo, sono altro. Apprezzate le loro capacità, le loro qualità, a nessuno di noi piacerebbe essere identificato con un problema.

Dopo la fase critica, cioè subito dopo la rottura del silenzio, cosa succede?

Si può avere uno spostamento dell’ansia su altri comportamenti.

Alla domanda ” quando qualcuno pone delle domande al bambino come ci dobbiamo comportare, tipo ma sei muto, il gatto ti ha mangiato la lingua? e via dicendo…”

Siate chiari, rispondete ” il bambino parla benissimo e anche tanto e non è una situazione di simpatia, antipatia o volontà, il fatto è che  in alcune situazioni la parola si blocca, non può parlare”.

Potrei dirvi tante e tante altre cose ma è anche vero che sia più giusto sentirle di persona o leggerle scritte dalle relatrici direttamente e non filtrate da me.

Perché il mutismo selettivo si manifesta a scuola?

Lascio rispondere a voi … la risposta è scontata: è il luogo dove sono richieste delle prestazioni.
Se noi dobbiamo affrontare un colloquio come ci sentiamo, Quando entriamo nel mondo del lavoro come ci sentiamo? Cosa ci diciamo, Quali pensieri ci vengono a noi insicuri? Non ce la farò mai, non sono capace, sono tutti migliori di me. E ci sentiamo agitati, il cuore che batte a mille, le mani sudate, non siamo nemmeno sicuri di poter rispondere Ci uscirà la voce? Poi riusciamo a controllare tutto questo e affrontiamo il colloquio, il nuovo lavoro, il nuovo incarico.
Per il bambino che soffre di mutismo selettivo affrontare un nuovo ambiente, staccarsi dalla mamma, affrontare la maestra e i compagni è troppo. L’ansia raggiunge livelli troppo alti.

Ogni tanto mi vengono in mente altri elementi importanti, altre domande che facevano parte delle lista ( un po’ in taglio giornalistico) di domande che avevo sottoposto alle pscologhe affinché risponderessero pubblicamente. Un’altra delle domande più usuale è: quanto tempo ci vuole per superare il silenzio?

Il tempo necessario al bambino, o al ragazzo. Il mutismo è una forma di difesa portata all’estremo di fronte a qualcosa che fa paura ( esempio di alcuni animali che si fingono morti per difesa) cito se ricordo bene, e mi perdonino le relatrici se non ricordo esattamente le parole dette sabato: ” il mutismo selettivo si sviluppa nel bambino non in un attimo, non in seguito ad un evento improvviso (quello è altro , è mutismo post traumatico, è un’altra cosa, ed è totale non selettivo) ma nel tempo, in molto tempo, e quindi non si può pensare di risolvere tutto in brevissimo tempo. In alcuni casi può succedere, in alcuni casi bastano poche sedute, in altri invece i tempi sono più lunghi. Tanto quanto ne ha bisogno il bambino/a, l’adolescente per abbassare la sua ansia.

Alla domanda che tipo di persona sarà in futuro chi ha sofferto di mutismo selettivo: non si può dare una risposta netta.

Ogni bambino, ogni persona è un universo a sé stante. Il silenzio è un sintomo,  la punta dell’iceberg ma quello che c’è dietro al silenzio è diverso per ognuno.  E una volta superato ognuno è diverso. Certo si ha in comune il fatto di aver passato anni a osservare gli altri, probabilmente si ha una grande capacità di comprendere le espressioni del volto e degli occhi. Ipersensibilità ma anche creatività. La scrittura, la musica,  la pittura sono sempre state ottime modalità di esprimersi.

iceberg

Adriana Cigni

Autismo: ne parliamo con Greta Napolitano, Educatrice e Terapista ABA

Era da molto tempo che volevo parlare di autismo nel mio blog, è un argomento che non ho mai approcciato, per questo motivo ho chiesto di rispondere a qualche domanda a Greta Napolitano, Educatrice e Terapista ABA che  fa parte dello staff del  Centro Multidisciplinare KORU LAB di Cesano Maderno.

  • Greta come è nato il suo interesse per l’autismo, lei ha scelto un percorso lavorativo particolare per il quale sono necessari empatia, pazienza, rispetto, quali sono state le motivazioni della sua scelta?

Tutto è iniziato da A.  il primo bambino su cui ho puntato lo sguardo entrando nell’aula che mi era stata assegnata per il tirocinio. Un bimbo di 8 anni con autismo, era lì sulla sua poltroncina senza fare nulla di particolare, appariva isolato, guardava un suo giornalino, le mani sulle orecchie. Mi ha incuriosita, poi ho avuto la fortuna di poter fare qualche attività con lui, gli piacevo, e dopo qualche mese ho iniziato a lavorare come sua educatrice. Da lì in avanti un bimbo dopo l’altro mi hanno “formata” su come approcciarmi a loro.

È iniziato tutto così, è nata subito una bella alchimia che mi ha spinta a non fermarmi

Durante quel periodo di tirocinio mi colpivano tantissimo gli sguardi profondi dei bambini e dei ragazzi che incontravo. Non dimenticherò mai una ragazza che frequentava un cdd (centro diurno per ragazzi e adulti disabili), il suo sguardo era apparentemente impenetrabile, ma se con pazienza si riusciva a entrare in relazione con lei si apriva un mondo tutto da scoprire: il suo bisogno di ordine e precisione; la necessità di routine chiare e prevedibili; la gioia di stare da sola. Tutti aspetti che mi hanno incuriosita e spinta ad approfondire.

Ho iniziato con bimbi che non parlavano, scoprendo l’importanza di ogni singolo gesto, comportamento, di un sorriso, di uno sguardo.

Ho imparato ad aspettare, ad avere pazienza, ad insegnare senza cercare scorciatoie, rispettando il tempo necessario ad ogni bambino per raggiungere  i suoi obiettivi. Decisa a volerne sapere di più ho iniziato a documentarmi e mi sono avvicinata alla terapia ABA (Applied Behavior analysis, Analisi del comportamento applicata) aggiungendo poi una formazione specifica sulla sindrome di Asperger.

La terapia ABA è stata raccomandata per bambini con autismo dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità).

  • Iniziamo con una domanda semplice ma fondamentale cos’è l’autismo?

L’autismo è una sindrome comportamentale, causata da un disordine dello sviluppo, con esordio nei primi tre anni di vita.

I bambini con autismo si trovano spesso in uno stato di chiusura verso il mondo esterno, con tendenza all’isolamento, difficoltà comunicative e presenza di comportamenti ripetitivi e stereotipati. Le compromissioni del linguaggio possono essere più o meno gravi (fino alla totale assenza dello stesso), si può manifestare incapacità o grandi difficoltà a sviluppare reciprocità emotiva sia con adulti che con coetanei.

  • L’autismo è quindi un disturbo dello sviluppo, alcuni comportamenti potranno cambiare nel tempo e nella crescita?

Sì, esatto. Essendo un disturbo dello sviluppo è importante non considerarlo come un’istantanea, immutabile dalla diagnosi in avanti, perché si verificheranno molti cambiamenti nel corso del tempo, alcune caratteristiche potranno scomparire come altre emergere.

Ci troviamo davanti a bambini che, spesso, hanno difficoltà a guardare negli occhi; non riescono ad intrattenersi giocando autonomamente o con coetanei in modo funzionale, preferendo piuttosto mettere in fila e riordinare i loro giocattoli, cercare di dare un ordine che li faccia stare bene.

Se chiamati con il loro nome non sempre si girano, hanno difficolta a chiedere ciò che desiderano o di cui hanno bisogno per cui cercano di trovare strategie per cavarsela da sola dando un’apparenza di autonomia.

  • Greta lei ha detto che il linguaggio potrebbe essere scarso o assente.

Il linguaggio è ciò che più mette in allarme una famiglia, quando un bimbo non parla ci si chiede cosa non vada. Si investe tantissimo nel linguaggio, nella speranza che emerga quanto prima per permettere al bimbo di comunicare. Spesso risulta molto utile inserire degli strumenti che aiutino il bambino a comunicare anche in assenza di linguaggio vocale, ci sono bimbi che, pur non riuscendo a parlare, comunicano molto bene con il linguaggio dei segni, o con l’utilizzo e lo scambio di immagini.

  • La famiglia. I genitori tornano a casa con una diagnosi di autismo come aiutarli?  Cosa fare.

L’impatto della diagnosi di autismo colpisce l’intera famiglia, stravolgendone gli equilibri raggiunti dopo l’arrivo del nascituro, risulta quindi indispensabile un riassetto psicologico, emotivo e sociale dell’intero nucleo familiare.

So che non è facile orientarsi nella sempre più vasta offerta di metodi terapeutici per i disordini dello spettro autistico, la scelta diventa ogni giorno più complessa e difficile, ma, inevitabilmente, necessaria.

La linea guida 21, redatta dal Ministero della Salute e riguardante il trattamento dei disturbi dello spettro autistico nei bambini e negli adolescenti, mira a offrire un orientamento su quali sono gli interventi per cui sono disponibili prove scientifiche di valutazione di efficacia; rappresenta il primo, indispensabile passo per garantire una risposta adeguata ai complessi bisogni terapeutici di tali bambini e adolescenti.

Da tale studio emerge come l’analisi del comportamento applicata (ABA) sia la principale metodologia d’intervento basata su evidenze scientifiche, soprattutto se si attua un intervento intensivo e precoce. Il trattamento intensivo prevede il coinvolgimento di tutte le figure che ruotano attorno al bambino e deve essere precoce per non permettere al bambino di sperimentare situazioni errate, prima ha inizio il trattamento, maggiori sono le possibilità di poter raggiungere risultati importanti per il bambino e la sua famiglia.

  • Ci può spiegare brevemente in cosa consiste l’analisi del comportamento?

L’analisi del comportamento è una scienza che studia e mira a trovare strategie adatte per poter modificare comportamenti anomali, in eccesso (comportamenti autostimolatori, linguaggio ecolalico, atteggiamento auto ed etero aggressivi) o in difetto (deficit comunicativi, sociali, di gioco).

Alla base dei principi dell’analisi del comportamento, che chiameremo ABA, ci sono questi concetti fondamentali:

  1. individuare ciò che scatena un comportamento (antecedente), e comprenderne le conseguenze;
  2. individuare ciò che rinforza il comportamento, permettendogli di ripetersi in futuro, o ciò che lo punisce, limitando così la possibilità che si riverifichi in una situazione analoga.

È luogo comune di molti ritenere l’ABA un addestramento dei bambini, in quanto, talvolta, vengono utilizzati rinforzatori erogabili in maniera veloce e facilmente fruibili dai bambini come strumento per “fissare” il comportamento adeguato del bambino. In realtà tra bambino e terapista s’instaura un rapporto di estrema fiducia, in cui il bambino supera i suoi limiti per poter apprendere e il terapista per premiare tali sforzi, soprattutto con bambini molto piccoli e all’inizio del loro percorso, offre qualcosa di molto gratificante. Il terapista programma gli obiettivi da raggiungere ma in ogni sessione segue le motivazioni del bambino. Un bambino motivato è un bambino che può apprendere dai contesti in cui ci si aspetta che impari.

Grazie Greta, ovviamente non avevamo la pretesa di esaurire un argomento così vasto e variegato in un solo articolo, questo è solo l’inizio di un viaggio che ci porterà a conoscere meglio l’autismo.

Articolo di Adriana Cigni per Greta Napolitano

Greta Napolitano 

Educatrice, Terapista ABA

Centro Multidisciplinare KORU LAB

 

Via Santo Stefano 10

Cesano Maderno (MB)

Risposte semiserie a domande impossibili. Come gestire la dipendenza da cioccolata (anche di quella famosa spalmabile) e dagli ovetti con sorpresine.


Risposte semiserie a domande impossibili. Come gestire la dipendenza da cioccolata (anche si quella famosa spalmabile) e dagli ovetti con sorpresine.

La prima domanda che ci dobbiamo porre è:

come ci poniamo noi genitori rispetto alla cioccolata ?

Quanto siamo indulgenti con noi stessi e che tipo di modello siamo per i nostri figli?

Una volta effettuate queste riflessioni ampliamo l’analisi: che strategia usa “la casa” per gestire queste piacevolezze?

  1. Facciamo sempre delle provviste e le riponiamo in un apposito ripostiglio della cucina accessibile a tutti,   tutti i componenti della famiglia sono perfettamente in gradi di controllarsi e non esagerano.
  2. Si compra cioccolata solo quando è finito il barattolo, o la tavoletta fondente-o-al-latte, mai più di una al giorno. Se la quantità è superiore al consumo minimo giornaliero, viene subito intercettato il secondo barattolo o tavoletta e fatto sparire velocemente.

Ogni famiglia struttura il suo modus vivendi secondo le proprie “esigenze” e l’età dei componenti, spesso l’arrivo di un bambino cambia questa modalità per diverse ragioni, soprattutto quando il bambino ha qualche problema che rende nocivo l’abuso di dolci.

La domanda che vi pongo ora è qual è la funzione della cioccolata e degli ovetti?

  • Si comprano per premio?
  • Per calmare le giornate in cui i bambini sono particolarmente lagnosi?
  • Per sentire un senso di appagamento perché il bambino è felice perché gli è stata data una cosa buona?

Coerenza

Sì ci vuole coerenza e dipende tutto da quello che noi proponiamo.

Siamo noi che creiamo le abitudini.

L’abitudine di sbucciare e mangiare una mela per merenda ci vuole tantissimo per consolidarla.

L’abitudine di mangiare un ovetto di cioccolata si costruisce in due volte…

Spetta a noi decidere quale abitudine veicolare!

 

Articolo di Adriana Cigni per Simona Ius

Illustrazioni © di Simona IUS

Dottoressa Simona Ius  

Il suo Studio è a Roma

Smail Roma
Via Aurelia 376
00167 Roma 
(Metro A fermata Baldo degli Ubaldi)

[email protected]

                                       +39 3384375814

 

Viaggio nell’universo femminile: che rapporto abbiamo con il nostro corpo?

In questo articolo  affrontiamo, con la Dottoressa Anellina De Ponte,  un altro degli elementi della femminilità che avevamo citato in una precedente intervista :

Iniziamo un nuovo percorso: l’universo femminile

Che rapporto abbiamo, noi donne, con il nostro corpo?

Il corpo è l’informatore più sincero di noi stessi, si dice che il corpo è “noi stessi”. È la casa in cui si abita e quindi le emozioni, i pensieri e le sensazioni vengono espressi attraverso i movimenti, i gesti e le posture.

Il concetto di corpo e di immagine corporea comporta numerosi quesiti che ci portano a interrogarci su come noi percepiamo il nostro corpo, senza dimenticare ovviamente gli aspetti psicologici e sociali.

La percezione del proprio sé è ciò che un bambino pensa di sé stesso all’interno delle esperienze che fa nella sua vita.

Cosa pensa di sé nell’ambito familiare?

Cosa pensa di sé nelle attività scolastiche?

Cosa pensa di sé nelle attività sportive? Si sente adeguato o meno?

Cosa vede a livello dell’aspetto fisico?

Cosa pensa del proprio corpo in relazione ai compagni?

Questo sé corporeo ha un ruolo fondamentale soprattutto nell’infanzia e nell’adolescenza. Il corpo non è solo alto-basso, bello-brutto, grasso-magro, non ha solo la funzione qualitativa ma ha anche un ruolo funzionale è un corpo sicuro-insicuro, forte-debole.  Il giudizio che il bambino o la bambina ha del proprio corpo lo accompagnano per tutta la sua vita.

Spesso le crisi che avvengono durante l’adolescenza, nel momento del grande cambiamento corporeo, sono incentrate su una concezione negativa del sé corporeo, soprattutto le bambine sono insoddisfatte del proprio corpo, non si vedono “bene”.  Questo nasce dal fatto che nello specchio vedono un’immagine che non corrisponde alla propria immagine ideale. Pensano di dover essere in un altro modo, in un modo idealizzato che spesso non esiste, il paragone tra l’immagine idealizzata e quella reale che vedono nello specchio crea un conflitto interiore, l’insoddisfazione, il non piacersi.

Qual è l’immagine ideale?

Quella della perfezione e della bellezza.

Come possiamo difenderci e/o affrontare gli stimoli (non necessariamente positivi) che ci arrivano dall’esterno? Anzi più che stimoli le chiamerei sollecitazioni ad essere belle, sempre, in ogni luogo e in ogni momento della giornata; ad avere corpi perfetti, senza difetti.

Il “difetto” non è altro che il nostro modo di essere uniche, persone uniche con corpi unici.

Nella comunicazione mediatica, l’utilizzo del corpo della donna rimanda ad una questione sulla costruzione della rappresentazione culturale del femminile e veniamo bombardati dalle immagini. In quest’epoca l’immagine è l’interlocutrice principale, il corpo della donna viene usato per generare un modello attraente per gli uomini per le donne.  In queste immagini possiamo notare un elemento importante: viene negata, cancellata dal volto delle donne i segni dell’età, della maturità. Questa tendenza che porta alla diffusione di foto in cui il volto della donna appare senza rughe, eternamente giovane è anche favorito dallo sviluppo della chirurgia estetica. Sembra che la donna, per avere successo, debba cancellare sul proprio corpo e nel volto gli aspetti espressivi e comunicativi che testimoniano l’identità e l’età.

Mi domando: essere giovani, essere perfette, essere belle è forse più importante rispetto all’esperienza?

Io credo che se una donna famosa rimanesse sé stessa, mostrando le sue rughe, la sua età senza ricorrere né a “filtri”, né chirurgia estetica, senza cancellare gli aspetti espressivi che testimoniano la sua identità, sarebbe sicuramente altrettanto bella, perché il suo viso non ci mostrerebbe solo la sua età ma anche la sua esperienza.

Quindi Dottoressa  alcune donne adottano la prospettiva dell’osservatore, una sorta di “sono come tu mi vuoi”?

Esatto come se fossero definite dall’apparenza fisica e non dalle loro capacità, dall’esperienza. Molte donne trascurano i loro reali bisogni e sono indotte ad avere una costante attenzione per il loro corpo, alla ricerca di quel sé ideale di cui parlavamo prima a proposito dell’adolescenza.

In effetti oggi sembra che dobbiamo rendere eterna la nostra giovinezza anche nei tratti, le donne mature non si “lisciano” solo il volto eliminando ogni traccia del tempo, ma si fanno alzare gli zigomi, insomma trasformano completamente la loro identità per cancellare ogni traccia del tempo che passa.

Purtroppo, questo è un processo che diventa sempre più precoce e il bombardamento mediatico colpisce le adolescenti ma anche le bambine!

Come possiamo insegnare alle giovani donne ad amare il loro corpo non “malgrado” ma con tutte le sue caratteristiche, anche se non coincidono con i modelli imposti?

Per coltivare un senso di sé positivo, bisognerebbe avere un modello di vita positivo di riferimento, nella maggior parte dei casi questo modello è la madre: una madre che si ama realmente, che accetta il proprio corpo. Una madre che si ama, ama la figlia e insegna la figlia ad amarsi, attiva degli aspetti in sé di amorevolezza che portano la bambina ad un’apertura all’amore.

Il primo passo per l’accettazione di sé è amare sé.

Occorre avere consapevolezza rispetto al proprio modello femminile, ma soprattutto proporre un modello alternativo a quello della “donna oggetto”, una donna capace di amare e di amore, di sentimento, assertiva e con un corpo centrato sui propri bisogni, capace di esaltare e valorizzare la propria unicità e anche in grado di volersi bene e di voler bene a quelle parti che non ci piacciono.

Dobbiamo accettare i nostri difetti, i nostri difetti siamo noi. Siamo il frutto di tutto ciò che siamo al di là dell’etichetta, del brutto e del bello di cosa ci piace o non ci piace.

Anellina è tutto questo.

 

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 per Anellina De Ponte

 

 

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No, no e ancora no! Bambini arrabbiati – Intervista alla Dottoressa De Ponte

 

Domanda   Dottoressa De Ponte, da qualche tempo per motivi di lavoro, passo alcune ore al giorno con bambini della scuola Primaria e della Scuola d’infanzia,  e poiché giro in diverse scuole mi trovo ad affrontare situazioni e comportamenti sempre diversi. Ci sono due sentimenti-comportamenti su cui mi vorrei soffermare: la rabbia e l’aggressività.

Alcuni bambini sembrano sempre arrabbiati, imbronciati poiché li vedo fuori dall’ambiente classe non so se questa arrabbiatura dipende da episodi precedenti. Altri utilizzano come modalità di comunicazione lo scontro fisico se per la maggior parte delle volte è “gioco” e quindi magari si fanno male ma non lo danno a vedere, in altri casi purtroppo non è raro che l’aggressività sia l’epilogo di un litigio, si affrontano e poi dopo le parole arriva il colpo.  Mi chiedo spesso come arginare tutto questo, fino a che punto è giusto intervenire e/o a che punto è necessario farlo?

Altro livello di aggressività è quella rivolta verso l’adulto: ci sono alcuni bambini che non rispettano né l’età, né il ruolo cosa fare? Non consiglia di dire o come reagire? So che è un tema molto scottante ma il mio approccio è più soft, non parlo di una forma di aggressività fisica nei confronti di un adulto, o di patologie precise, mi riferisco a quei casi in cui l’adulto che in quel momento ha la responsabilità del bambino, si trova davanti un’opposizione verbalmente violenta.

Risposta Dottoressa De Ponte 

Una delle parti più difficili del lavoro degli insegnanti ma anche del “lavoro” dei genitori consiste nella comprensione e  nella gestione delle proprie emozioni e quindi di riflesso delle persone che hanno di fronte, perché se un adulto non le riconosce in se stesso è molto difficile che le riconosca in  un figlio o un allievo.

Io credo che non si debba mai dimenticare che la vita umana è un sistema integrato di emozioni e di pensieri, anche se nel mondo in cui viviamo il pensiero sembri essere dominante.

Cito Paolo Quattrini, uno psicoterapeuta, che descrive la relazione tra emozione e pensiero in questo modo: noi siamo come una macchina in cui il motore rappresenta le emozioni e lo sterzo il pensiero. L’uno ha bisogno dell’altro, se manca uno non si va da nessuna parte o al limite si va a sbattere. Quando si cerca di capire il comportamento di un bambino bisogna porre l’attenzione soprattutto sulle emozioni.

  • Domanda  Ci sono emozioni più facili da esprimere?
  •  Risposta      Esatto, ci sono emozioni socialmente più “accettate”, ed altre socialmente considerate “negative”, tra di esse, possiamo citare la rabbia e la paura.

Prendiamo ad esempio un bambino arrabbiato: l’adulto gli dice: “Non devi essere arrabbiato” reprimendo in quel caso la sua emozione di rabbia . Oppure se un bambino piange a volte gli viene detto: “Perché piangi, solo le femminucce piangono”.

  • Domanda     Quindi  è come se la rabbia e la paura siano due emozioni difficili da affrontare per un adulto. Sorvolo sul fatto che alcune reazioni vengano considerate prerogative delle “femminucce”, è un argomento molto più ampio che svilupperemo in altre sedi.
  •   Risposta    Noi adulti abbiamo difficoltà ad esprimere queste due emozioni, in un certo qual senso siamo noi che non ci diamo il permesso di esprimerle e di conseguenza non diamo il permesso al bambino di poterlo fare congruentemente alla situazione. Proprio per questo la rabbia e l’aggressività costituiscono un motivo di preoccupazione per gli adulti di riferimento al punto che il comportamento aggressivo viene definito spesso un comportamento-problema.

L’emozione- rabbia ha in sé un senso, il senso della difesa, per questo motivo quando il bambino è arrabbiato non dovremmo dirgli: “Non essere arrabbiato”. Tale intervento confonde il bambino perché gli fa vivere una contraddizione, la rabbia per lui è la sua difesa contro un mondo che in quel momento sente come pericoloso, e l’adulto invece gli dice che non DEVE essere arrabbiato quindi  non deve difendersi.

  • Domanda  Dobbiamo quindi lasciarli libero di sfogare la rabbia? Comprenderà che non è possibile, soprattutto gli insegnanti lavorano in classi affollate con diversi bambini problematici.
  • Risposta  So che molti educatori, insegnanti e genitori leggendo questa frase penseranno che non è applicabile alla realtà ed è ovvio che non intendevo che si dovrebbe fare lasciarli urlare, fare  del male agli altri e  se stessi, distruggere le cose, disturbare l’ambiente classe.

Sono perfettamente consapevole che il lavoro degli insegnanti è molto difficile e faticoso soprattutto quando devono far fronte alla rabbia o all’aggressività di qualche alunno e so che malgrado tutta la comprensione spesso risulta faticoso non gridare o non punire.

Credo che sia importante effettuare una distinzione tra l’agire  agire la rabbia e l’ esprimere la rabbia. Bisogna insegnargli a esprimersi piuttosto che agire.

Lasciar agire la rabbia: il bambino picchia un compagno, lancia oggetti,  insulta un coetaneo o un adulto.

Esprimere la rabbia: il bambino batte i piedi per terra, o strappa un foglio in mille pezzettini affermando di essere arrabbiato. In questo caso il bambino esprime la sua rabbia senza far del male a nessuno compreso sé stesso.

Bisogna, quindi che il bambino metta fuori la sua rabbia senza prendere a calci nessuno: sta agli adulti/ insegnanti/genitori/educatori/psicologi/psicoterapeuti insegnare ai bambini la differenza tra esprimere e agire. La differenza tra agire ed esprimere fondamentalmente è questa:

quando parlo di me mi esprimo, per esempio quando dico che sono arrabbiato mi esprimo, quando parlo dell’altro e per esempio gli dico che è un imbecille, agisco.

Esprimendosi si impara un linguaggio per il proprio mondo interno, si dà VOCE a quello che si sta sentendo, si impara un modo di comunicare, di farsi conoscere, di entrare in contatto con gli altri

In terapia uso spesso il sistema del foglio di carta. Ho sempre in studio dei fogli molto grandi e quando comprendo che un bambino ha bisogno di tirar fuori la sua rabbia, lo incoraggio per esempio a strappare il grande pezzo di carta e a mettere parole mentre lo fa.

Penso che sia importante lasciar esprimere la rabbia perché quando un bambino riesce a farlo, sta parlando di lui e può anche urlarlo: sono arrabbiato.  Dà voce al proprio mondo interiore , sta imparando  un modo di comunicare, di farsi conoscere  ed entrare in contatto con gli altri

Se invece offende o colpisce un suo compagno sta agendo la rabbia in maniera esplosiva, senza trarne altro risultato che quello di creare ostilità attorno a sé.

  • Domanda Dottoressa facciamo un esempio: un bambino in classe importuna i suoi compagni e disturba l’insegnante impedendole di svolgere il suo lavoro in un ambiente classe sereno.
  • Risposta  So bene che gli insegnanti normalmente stabiliscono precise regole di comportamento alle quali tutti devono attenersi, ma purtroppo non sempre questo è sufficiente per arginare alcuni comportamenti, ma se l’adulto utilizza l’aggressività per affrontare l’aggressività i comportamenti possono peggiorare.

Io penso che in primis l’insegnante debba osservare il bambino che si arrabbia per notare quali siano  i segnali che fanno scattare i meccanismi di aggressività ( se ad esempio viene istigato o escluso dai suoi compagni di classe)

La cosa importante è dirgli

– Vedo che sei molto arrabbiato –

detto possibilmente in contatto fisico, prendendolo  per mano e guardandolo negli occhi

– Sei arrabbiato, ed è molto importante che tu lo sia. Purtroppo, non posso stare con te,

ma la tua rabbia è molto importante e interessante –

perché tanta di quella energia va nell’affermare qualcosa che viene negata.

È come se gli venisse detto

– La tua rabbia non è importante –

 a questo punto lui risponderebbe ancora più arrabbiato

– Invece si, invece si –

 ma se gli si dice:

 – La tua rabbia è importante, ma io ora non posso –

questo ha necessariamente un altro effetto. E sicuramente dar voce alla rabbia del bambino che ha un senso per lui e prestare molta attenzione ai meccanismi di aggressività che possono nuocere fisicamente, psicologicamente, moralmente sé e gli altri.

 La sua emozione va supportata.

 

 

Le immagini sono state prese dal WEB

 

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Mutismo selettivo: il tempo e la pazienza

Il tempo e la pazienza.

Su una slide che le relatrici delle FORMAZIONI sul MUTISMO SELETTIVO ci mostrano c’è scritto « il problema non è il parlare, il problema è l’ansia » e invitano genitori e insegnanti a dimenticare il silenzio del bambino.

Difficilissima impresa, ma necessaria. Concentrarsi sulle capacità, ci dicono ; e mettere da parte le mancanze.

Il silenzio è un sintomo. Il sintomo di un disagio che è diverso per ogni bambino, perché ogni bambino ha una sua storia, è unico e irripetibile.

So che è difficile per un genitore e per un insegnante dimenticare « il silenzio », ci si sente persi, impotenti, si prova una sensazione di fallimento.  Non siamo abituati ad affrontare il silenzio. Si ha voglia di sfidare, di provare, come se far parlare il bambino sia una nostra vittoria e non un suo sollievo.

Ci vuole tempo e pazienza.

Il tempo necessario al bambino per abbassare la sua ansia. Ridotta l’ansia scompare mano a mano anche il sintomo.

I tempi quelli del bambino.

L’ansia è una difesa naturale per affrontare i pericoli, quando il livello di soglia in cui scatta è normale.

Quando la soglia è bassa, scatta anche in situazioni banali  come  come a scuola, o in presenza di estranei, o in luoghi e ambienti nuovi ed è difficile da controllare.

La parola si blocca si « incastra » nella gola e diventa impossibile parlare.  Si vorrebbe fortemente ma non c’è nulla da fare, non esce.

Non c’è nessun comportamento oppositivo, nessuna volontà.

Come si può pensare che un bambino o un ragazzino possa scegliere di non dire «devo andare al bagno  », di non urlare al suo compagno esagitato « smettila di darmi le gomitate », di non esprimere la sua felicità, la sua contentezza per un bel voto, la sua delusione, il suo affetto a parole.

Pensate a quanto deve essere forte il suo blocco per poter bloccare la verbalizzazione delle sue emozioni.

Questo ho imparato dalla Dottoressa Claudia Gorla e dalla Dottoressa Simona Ius durante le formazioni.

 

 

ll morso. Ne parliamo con la Dottoressa Marelli

IL MORSO

 Dottoressa Marelli ogni anno, in molti asili, si consuma sempre lo stesso “dramma”, mi riferisco al dramma del morso! Sono tanti i genitori disperati perché i loro bambini tornano a casa con segni evidenti dovuti a morsi di altri bambini. Questo tema è spesso fonte di preoccupazione sia per i genitori dei morsicati che dei morsicatori, , ammetto di essere stata io stessa anni fa uno di questi genitori, in classe di mio figlio c’era un bambino che invece del segno di zorro, lasciava “ l’impronta dentaria” sulle braccine di molti suoi compagni. Perché un bambino sente l’esigenza di mordere?

Per poter capire meglio il fenomeno è necessario tuttavia però fare delle premesse. La questione più importante è relativa all’età. Sebbene, nel primo anno di vita,  il morso sia una modalità fisiologica di entrare in relazione con il mondo, non tutti i bambini mordono, quelli che lo fanno possono cambiare l’intensità e la frequenza dei morsi.

Il morso consente al bambino di esplorare l’ambiente circostante, di valutare la consistenza dei materiali, il sapore degli oggetti, e gli permette di fare esperienza diretta delle cose che lo circondano.

La bocca è un organo di senso fondamentale, ed è anche attraverso essa che si fa esperienza del mondo, specialmente nei primi mesi di vita.

Sarà accortezza dei genitori favorire questo processo, evitando di mettere intorno al bambino oggetti pericolosi o facili da ingerire. Per il resto via libera all’esplorazione!!

Per i bambini poter fare esperienza di ciò che li circonda, attraverso la bocca, è un passaggio non solo importante ma fondamentale. Questo principio vale sia per gli oggetti  sia per quelli animali domestici per esempio e si estende anche ai pari e, a volte, anche agli adulti che stanno intorno al bambino.

È un processo che serve sia per conoscere l’altro sia per osservare l’effetto che fa il proprio morso, l’azione che ha sugli altri. Solitamente è una fase passeggera che fa parte dell’evoluzione stessa del bambino sotto l’anno di vita.

Ma se continua? Se il bambino continua a mordere appunto come abbiamo detto nell’incipit anche quando fa il suo ingresso nella  scuola materna?

Dopo il primo anno di vita  il morso ha un significato diverso?

Successivamente il morso può avere diverse funzioni, ad esempio può essere un monito, un avvertimento che il bambino può utilizzare come modalità comunicativa.

A due anni il bambino può utilizzare la modalità del morso per esprimere appunto la propria rabbia o per “attaccare” gli altri.

Occorre ricordare due cose:

  • L’emisfero sinistro del nostro cervello (quello deputato al linguaggio verbale, al ragionamento ed alla logica) raggiunge la sua maturazione verso i tre, quattro anni. Ciò vuole dire che i bambini piccoli non sono in grado di comunicare il loro disagio utilizzando le parole. Ecco perché ricorrono ad altri metodi, tra cui il morso.
  • Noi adulti abbiamo la funzione fondamentale di mediatori. Dato che né l’emisfero sinistro né tantomeno la COF (corteccia orbito frontale, deputata alla regolazione emotiva), sono totalmente funzionanti e sviluppate, siamo noi adulti che fungiamo da rispecchiamento. Pertanto sarà di fondamentale importanza il modo in cui noi gestiamo i nostri conflitti e come riusciamo a regolare i loro.

Il morso rappresenta per il bambino quindi anche una modalità di entrare in relazione con il mondo, ma che consigli può dare ai genitori e agli insegnanti? In pratica cosa si può fare? I bambini che mordono a volte sono isolati, esclusi come evitarlo? E come fare in modo che il bambino cambi la sua modalità di “comunicazione” ?

Prima di passare ai consigli pratici bisogna affrontare una questione importante: quella del giudizio dell’adulto.

Vorrei che fosse ben chiaro che NON CI SONO BAMBINI CATTIVI e BAMBINI BUONI. Chi morde non è il carnefice e, viceversa, chi viene morso, non è la vittima. Spesso si tende a consolare il bambino che ha subito un morso e a non curarsi del bambino che ha dato il morso. Questo è errato ed andrebbe evitato. Entrambi i bambini, dopo l’atto, hanno bisogno di essere aiutati a regolare l’accaduto. Hanno bisogno appunto che l’adulto funga da mediatore dei loro vissuti emozionali, senza sentirsi in colpa, o senza sentirsi giudicati. Spesso accade che gli stessi bambini, se l’adulto non interviene immediatamente, sono in grado di regolarsi e di ripristinare il rapporto con il loro pari.

Proprio perché è fondamentale per la crescita e la maturazione celebrale del bambino (0-3 anni), il modo in cui noi adulti interveniamo, ecco cosa VA EVITATO assolutamente.

  • punire il bambino che ha morso. Primo perché, come detto sopra, essendo la corteccia orbito frontale e l’emisfero sinistro ancora immaturi, i bambini non comprenderebbero assolutamente la ragione. Sarebbero sopraffatti dalla reazione dell’adulto senza comprenderne le ragioni;
  • mordere il bambino a nostra volta. Inutile dire che questo creerebbe ancora più confusione nel bambino e non servirebbe a niente, anzi peggiorerebbe la situazione. Le azioni dei genitori sono un esempio di comportamento per i bambini, se mamma e papà mordono anche loro allora …mordere si può;
  • mettere in castigo il bambino. Per lo stesso discorso di sviluppo delle funzioni cerebrali il castigo nella primissima infanzia (0-3 anni) è INUTILE.

Cosa allora fare? Come intervenire senza interferire con il normale sviluppo del bambino?

  • Se si assiste ad un morso, questo vale sia a casa, al nido, al parco, lo si deve interrompere con un netto NO.

  • Se il morso è rivolto a noi durante l’allattamento o durante il gioco, la nostra reazione non deve essere né di svalutazione o di derisione e né aggressiva. Se il bambino ci morde gli si comunica che “No”, non si fa, perché fa male e noi non intendiamo subire e ci si allontana qualche minuto, sia per calmarci se siamo arrabbiati sia per permettere a lui di cominciare a registrare che le azioni violente non sono gradite. Così facendo anche lui imparerà che ci si può difendere dalla violenza e che non deve necessariamente subirla.
  • Intervenire con fermezza senza però aggredire il bambino a nostra volta. Si può dire semplicemente “no, non si fa”. Molti genitori restano un po’ contrariati rispetto a quest’ultimo consiglio. Poiché dicono “io ho fatto così, ma X lo ha fatto di nuovo!” ciò che noi genitori dovremmo sempre tenere a mente è che il processo di crescita e di apprendimento è lungo. A noi spetta il compito di seminare. Non è detto che raccoglieremo i frutti il giorno dopo la semina, ma se abbiamo agito rispettando la natura del bambino, rispettandolo come individuo e indirizzandolo verso la propria AUTOREGOLAZIONE EMOTIVA, avremmo senz’altro cresciuto un adulto sano ed empatico.
  • Affrontare la cosa senza ansia e senza apprensione. NON è grave mordere o essere morsi. Cerchiamo al limite di comprendere come mai il morso ci attiva così tanto e se ha a che fare con qualcosa che riguarda noi, la nostra infanzia, più che nostro figlio.
  • Se il bambino è piccolo occorre fornirgli qualche gioco da mordere. Ne esistono moltissimi, di diverse forme e colori (ad esempio Sophie la giraffa).
  • Tradurre sempre al bambino (superato l’anno di età), con le parole, ciò che pensiamo volesse esprimere con il morso (sei arrabbiato? Volevi giocare con X? Ti sei fatto male?).

 E se continua? Il bambino di cui parlavo all’inizio, compagno di scuola di mio figlio, purtroppo si fece una vera propria nomina di morditore selvaggio, non ha smesso neanche alle elmentari.

Dopo i due/tre anni il discorso cambia. Superata la fase in cui il morso è esplorativo, conoscitivo e comunicativo,  se il bambino continua a mordere anche senza un apparente motivo, allora vale la pensa di interrogarsi e di fermarsi a riflettere. Il morso a quell’età può essere un campanello di allarme che indica un disagio. Se la modalità del morso continua ci si  dovrebbe rivolgere ad uno psicologo esperto di età evolutiva che aiuti i genitori  ma soprattutto il bambino. Spesso si sottovaluta il fatto che i bambini che mordono, specie, dai 2 anni in su, hanno anche loro un disagio o un malessere ma non hanno ancora gli strumenti per gestirlo in maniera differente, hanno solo bisogno di essere compresi e aiutati.

Dottoressa Alessandra Marelli

Studio a Senago

VIA SARAGAT, 11 – 20030 – SENAGO 20030 – SENAGO (MI)

333/2328688(DAL LUNEDÌ AL VENERDÌ)

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Studio a Bollate

Presso il Centro Pediatrico Itaca

VIA S. PELLICO 11/B,

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Compiti o non compiti NON è questo il problema. Ne parliamo con la Dottoressa Marelli

 

Dottoressa Marelli pongo anche a lei la domanda di rito del momento : compiti sì  o compiti no?

Compiti sì, compiti no … credo non sia questo il punto.

La domanda che farei è invece “che tipo di compiti?”, questa è la questione sulla quale ragionare.

L’ideale sarebbe assegnare dei compiti che agevolino il rientro a settembre, e penso sia ai bambini che ai ragazzi più grandi, una sorta di attività cognitiva che serva a non perdere il filo del lavoro fatto durante l’anno e che ponga le basi per quello che verrà.

Occorre però   fare delle distinzioni tra i bambini della scuola primaria e i ragazzini e ei ragazzi della scuola media e superiore. I compiti dei bambini dovrebbero tener conto di due fattori: del fatto che si è comunque in estate, che si parta o meno, prendere in considerazione anche i loro interessi. Quindi per stimolare la curiosità, l’osservazione, la manualità perché non assegnare un esperimento, che riguardi la fisica, la biologia o la zoologia?

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Per esempio, catalogare le foglie degli alberi, o gli animali che incontrano al mare, in montagna o nei parchi in città, o ancora la frutta e gli ortaggi di stagione, ormai ci sono anche gli orti cittadini in molte località.

Insomma, imparare divertendosi! Forse è questo il metodo più semplice, le conchiglie si possono classificare (per i più grandi) ma con le stesse conchiglie si possono usare per ripassare le 4 operazioni. Si può insegnare a rispettare il mare, si può parlare dell’inquinamento, della plastica, e se si è in montagna si avrà a disposizione forse ancora più materiale che la natura ci offre.

Ai bambini piace raccogliere, conservare, conoscere i nomi delle cose.

Sì, fare tutto con leggerezza e con il giusto dosaggio ma soprattutto nel momento giusto, perché i bambini hanno bisogno anche di riposare, di NON FAR NIENTE, di non pensare a nulla, di rilassarsi.

E cosa possiamo dire ai ragazzi più grandi?

Anche loro hanno bisogno di riposo ovviamente! Gli auguro di viaggiare, di aprire la mente a nuove esperienze

Ai ragazzi delle medie e delle superiori io dico che un ripasso ci vuole, su questo francamente non ho alcun dubbio, magari concentrandosi sulle materie nelle quali si hanno più lacune. Il concetto che vorrei fortemente trasmettere è che risulta assolutamente inutile copiare i compiti delle vacanze da un amico o trovarli magari su internet, è un discorso di responsabilità personale.  Rivedere alcune lezioni, svolgere qualche esercizio non è un favore che si fa a terze persone come genitori e insegnanti, lo fate per voi stessi, per cominciare l’anno con un po’ più di sicurezza e fiducia nelle vostre capacità, e non con lo stesso senso di panico del “non mi ricordo più niente”. Avere qualche strumento in più per approcciare nuove conoscenze fa bene all’autostima e vi fa sentire più sereni, e vi farà sentire meno la fatica del rientro.

E poi leggete, leggete tutti a qualsiasi età, gli ultimi dati ISTAT sono inquietanti, l’analfabetismo non è stato estirpato, anche a causa dei tablet e degli smartphone, ci sono tantissime persone che non sanno né leggere e né scrivere.

Leggete anche quello che vi viene assegnato o quello che  preferite, ma leggete.

 Dottoressa Alessandra Marelli

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ESTATE. Compiti sì, compiti no, ne parliamo con la Dottoressa Tagliabue

ESTATE. Compiti sì, compiti no, ne parliamo con la Dottoressa Tagliabue

I bambini d’estate hanno moltissimo tempo a disposizione.

Tempo per distrarsi, per “staccare” completamente dalla scuola, per viaggiare, andare in vacanza, giocare, divertirsi, stare in famiglia e con gli amici.

Tre mesi sono tanti e in questo lungo periodo oltre a tutto questo c’è sicuramente anche lo spazio per la lettura, per scoprire nuovi autori,  per visitare nuove librerie e  le biblioteche della propria città.

Il giovane Cicerone. Vincenzo Foppa 1464

È vero Dottoressa Tagliabue, a volte ci dimentichiamo anche che esistano, sia le librerie sia le biblioteche.  Instillare l’amore per la lettura non è cosa facile, ma non impossibile.

E i compiti?

Io credo che sia doveroso che gli insegnanti assegnino dei compiti durante la pausa per le vacanze estive,  ovviamente la mole di lavoro deve essere adeguata.

Si può dedicare un po’ di tempo ogni giorno ai compiti, ovviamente senza intralciare o sacrificare viaggi, divertimenti previsti o proposti sul momento. In questi mesi in cui non c’è alcuna ansia e non ci sono voti, valutazioni, né  orari precisi da rispettare,  i compiti serviranno a sviluppare l’autonomia del bambino, costituiranno l’occasione per rimettersi in gioco, per sperimentare le capacità di affrontare da solo le difficoltà,

Credo che quello che un genitore debba far passare è la motivazione: perché sono utili i compiti delle vacanze? Se si accetta che i bambini li facciano tutti subito, appena finita la scuola “per togliersi il pensiero”, o che si ricordino di farli solo una settimana prima del rientrok, allora certamente il messaggio che trasmettiamo è questo:

compiti = peso= fastidio= incombenza imposta.

Per la maggior parte delle volte vengono proprio percepiti in questo modo, come fare per cambiare tendenza?

Non è facile, ma credo che sia possibile far comprendere agli studenti che i compiti durante le vacanze sono una sorta di allenamento, così come lo sportivo deve allenarsi per non perdere la tonicità muscolare, così lo studente allena la mente, per non perdere le conoscenze acquisite.

Più precisamente quale potrebbe essere il ruolo dei genitori?

I genitori dovrebbero occuparsi dell’organizzazione e della pianificazione, accompagnare i figli in modo discreto:  mai sostituirsi ai bambini e  fare i compiti al loro posto! Non servirebbe a nessuno. Uno scopo dei compiti è proprio quello di far sperimentare ai bambini  le capacità di autonomia e poter pensare: “posso farcela anche da solo” . Tutto ciò sarà un ottimo nutrimento per l’autostima! Ovviamente queste indicazioni  vanno correlate in base anche all’età: i bambini piccoli hanno bisogno di una presenza più costante, una supervisione più attenta; mentre i più grandi possono lavorare in autonomia.

A mio avviso il messaggio che occorre far passare è che i compiti non sono una punizione e nemmeno una tortura, sono un mezzo per imparare a lavorare da soli, a gestire il proprio tempo senza alcuna pressione e per riprendere il concetto citato sopra, allenandosi non si rischia di arrugginire le competenze e le conoscenze acquisite durante l’anno.

Buone vacanze e buon allenamento!

Tutte le immagini sono prese dal web

 

 

 

Dottoressa Daniela Tagliabue

 

 

 

 

Daniela Tagliabue cel 340-7712729

[email protected]

sede di Cesano Maderno via Valgardena 3

sede di Milano via Zurigo 28 – piazza Wagner 2

 

Il trauma, le conseguenze neurobiologiche. L’EMDR Intervista alla Dottoressa Paola Cipriano

L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) definisce il trauma in questo modo:

“Il trauma è il risultato mentale di un evento o una serie di eventi improvvisi ed esterni, in
grado di rendere l’individuo temporaneamente inerme e di disgregare le sue strategie di difesa e di adattamento”.

Dottoressa Cipriano oggi parliamo di TRAUMA e delle nuove strategie per superarlo.

Possiamo definire due tipi di traumi:

il Trauma con la T maiuscola che è quello conseguente ad un evento ad impatto fortissimo: la morte, la malattia, abusi, violenze, il terremoto ecc.;

il trauma con t minuscola, cioè tutti quei traumi causati da esperienze stressanti nelle quali non c’è un pericolo fisico, non si rischia di morire, si vive però un’esperienza che disorganizza la mente, perché non è un attacco al sé fisico ma un attacco al sé psichico.

Il trauma con la t minuscola è altrettanto importante e impattante, bisogna comprendere che se un trauma non  viene elaborato rimane immagazzinato nella memoria, potremmo dire cristallizzato nella mente, intatto, così come l’abbiamo vissuto, come una sorta di dolore, di dispiacere perennemente rinnovato.

Oggi si può trattare il trauma con l‘ EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), una nuova terapia che integra la psicoterapia con le neuroscienze, inserendo cioè nella psicoterapia tutto quello che le neuroscienze ci hanno insegnato e dimostrato sulla mente. Siamo partiti dal presupposto che il trauma disorganizza la mente, ecco che il mio lavoro di psicoterapeuta EMDR è quello di integrare, desensibilizzare e riorganizzare la mente da quel preciso ricordo.

Dottoressa, un trauma non è solo un evento che provoca un danno psichico ed emotivo in quel momento della vita della persona, il trauma è ben altro, ha effetti che possono perdurare nella vita di un individuo, quali sono le conseguenze?

Possiamo avere come tipo di conseguenza del trauma una serie di disturbi tra i quali il disturbo post-traumatico da stress, ma esistono molti altri disagi psicologici, il DSM-5 (Manuale Di ) dimostra che lo stress vissuto in età infantile è legato ai disturbi mentali, al punto che l’OMS ha istituito un piano d’azione per la salute mentale fondato su alcuni concetti ormai consolidati da numerosi ricerche e cioè che l’esposizione a eventi stressanti in giovane età è un fattore di rischio per l’insorgenza di disturbi mentali e quindi può essere prevenibile. I gruppi vulnerabili sono: membri di famiglie che vivono in povertà, persone con malattie croniche, neonati e bambini sottoposti non solo a maltrattamenti fisici ma anche a trascuratezza emotiva.

Cos’è la trascuratezza emotiva?

È il non sentirsi visti per quello che si è, io uso la parola “sentire”, il bambino non si sente “sentito” da parte dei genitori, non c’è un’attenzione, una sintonizzazione sui suoi bisogni, sulle sue esigenze e quindi si sente poco visto, non riconosciuto.

Se si riflette sembra nulla di grave, non ci sono violenze fisiche, ma c’è un‘atmosfera emotiva di indifferenza, la tristezza del bambino, i suoi piccoli ma importanti problemi quotidiani non vengono considerati, non c’è conforto, rassicurazione, anzi da parte dei genitori c’è una banalizzazione.

Quei  “dai non fa niente”, “ma quanto la fai lunga”, “ora non ho tempo per queste stupidaggini”, in realtà costituiscono un trascurare emotivamente il bambino, un “mal uso” (un uso disfunzionale) della relazione.  In alcuni casi questa trascuratezza può avere conseguenze sul cervello e sul comportamento del bambino, ma ci sono anche altri gruppi vulnerabili che possono subire la “trascuratezza emotiva: gli anziani, i gruppi di minoranza, le persone discriminate, le persone esposte a catastrofi naturali.

Ci sono due momenti della vita in particolare in cui il trauma può avere un’influenza importante sul cervello, nei primi 5 anni di vita e verso i 12-13 anni.

Nei primi 5-6 anni di vita: subire un trauma, essere esposti ad un evento stressante in questi anni rende il cervello meno resistente agli effetti degli eventi stressanti successivi. Consideriamo un bambino maltrattato, il trauma è cronico, o la trascuratezza è cronica, è uno stile relazionale, il cervello produce livelli tossici di neurotrasmettitori, aumenta il cortisolo, detto anche ormone dello stress, a livelli esponenziali.

L’aumento di questo ormone produce una serie di conseguenze che riguardano l’ippocampo (un’area del cervello fondamentale per la memoria e la gestione delle emozioni).

In sostanza ci sarebbero dei cambiamenti nel cervello sia conseguentemente a dei traumi sia alla “trascuratezza emotiva”?

Sì,  degli studi hanno rilevato cambiamenti in alcune zone cerebrali in soggetti che avevano subito esperienze traumatiche, questi cambiamenti li rendono più sensibili, più vulnerabili rispetto agli eventi della vita, come se mancassero delle giuste risorse per affrontarli. Questi cambiamenti interessano queste zone del cervello:

a livello della corteccia prefrontale (la fronte) zona deputata alla logica e al ragionamento;

a livello del corpo calloso (una sorta di ponte che collega i due emisferi cerebrali destro e sinistro);

a livello dell’amigdala che è legata alla paura e al riconoscimento delle espressioni facciali;

a livello del lobo temporale.

Per questo è molto importante prevenire e aiutare i bambini, nei primi sei anni di vita il nostro cervello ha una iperproduzione dendritica (i dendriti sono delle ramificazioni che partono dal neurone = cellula nervosa) di connessioni, è un’attività intensa specifica di questo periodo di crescita, non succederà mai più che in tempi così brevi ci sia una così intensa attività neuronale.

L’altro momento importante è verso i 12-13 anni, periodo durante il quale avviene il “pruning”, quella che potremmo definire una “potatura” dendritica (NdA: i dendriti sono delle ramificazioni che partono dal neurone = cellula nervosa ed entrano in contatto con altri neuroni tramite le sinapsi), cioè alcune sinapsi vengono eliminate. Potremmo definirla una ristrutturazione della “casa” cervello, un riassetto, l’eliminazione di tutte quelle connessioni che non serviranno alla vita di adulto. Si tratta quindi  di un momento delicatissimo in cui un evento traumatico ha un impatto maggiore e più grave e  duraturo rispetto ad un adulto.

Le esperienze dei ricordi non verbali rimangono frammentati, decontestualizzati come se fossero intrappolati nelle reti neuronali, ed è questa la base dei sintomi che ne derivano. Il trauma quindi non è solo emotivo, cognitivo, ma ha anche una base neurobiologica.

Il trauma e le esperienze molto intense creano dei circuiti di memoria implicita che rimangono chiusi come in una “bolla”, il compito dello psicoterapeuta è quello di aprire questa “bolla” e far sì che quei dati vengano integrati in tutto il sistema neuronale e cerebrale.

L’EMDR  è efficace a qualsiasi età, questi cambiamenti possono interessare anche gli adulti?

Sì, il cervello in questo senso è plastico e l’EMDR ha effetti anche sugli adulti e con questo metodo si possono far tornare allo stato normale quelle parti del cervello che si erano rimpicciolite.

Cos’è quindi L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing)?

L’EMDR è una psicoterapia legata all’elaborazione dell’informazione e si basa su un processo fisiologico naturale, è la terapia più studiata al mondo ed è quella che ha più ricerche che ne dimostrano l ‘efficacia. È stata dichiarata dall’OMS il trattamento di elezione per la risoluzione dei traumi, un modo nuovo di considerare la patologia, in pratica il trattamento terapeutico può provocare cambiamenti neurofisiologici e biologici e quindi è in grado di rimodellare il cervello. Gli effetti sono evidenti, una volta che l’esperienza è stata integrata si sta molto meglio, non si hanno sintomi e la qualità della vita migliora. Il paziente attraverso la terapia dell’EMDR impara a creare una storia di vita della sua infanzia più coerente, con una prospettiva più costruttiva, e acquisisce una maggior sicurezza emotiva e autonomia. Per chi ha figli si ha anche una migliore relazione con essi perché si interrompono quei meccanismi ormai dimostrati di trasmissione transgenerazionale dei traumi, si interrompono quei disturbi e quelle caratteristiche che vengono spesso ereditate.

L’EMDR permette quindi al cervello di ricominciare da dove si era “inceppato” il meccanismo, attraverso i movimenti oculari vengono attivati in materia contemporanea i due emisferi, destro e sinistro, lavorando su episodi precisi della propria vita, la riattivazione provoca il ricollegamento e la comunicazione tra i due emisferi dà il via all’elaborazione che era stata interrotta in passato.

Perché è così importante questo collegamento?

Perché per elaborare un ricordo è necessario, a livello neurobiologico, che i due emisferi possano comunicare tra di loro in maniera equilibrata in modo che non predomini il destro (legato all’emozione, all’istinto, all’aspetto creativo), né il sinistro (legato alla razionalità della logica), l’EMDR permette di ristabilire questo equilibrio.

La Dottoressa Paola Cipriano riceve
in Viale Ungheria, 28
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Santa Giulia
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L’aggressività nei bambini – una fiaba per aiutarli a comprenderla e gestirla

Alcuni bambini manifestano un comportamento aggressivo, non solo a casa ma anche a scuola, come reagire e come arginare questo comportamento?

La Dottoressa Marelli ci spiega che :

“L’aggressività nei bambini non è qualcosa di patologico né tantomeno di raro. Non si dovrebbe negarla fingendo che non esista, occorrerebbe invece legittimarla senza farla coincidere con la totalità del bambino.

Ciò che sarebbe utile fare quando i bambini reagiscono, oppure si comportano in maniera aggressiva, è cercare di contenere l’angoscia che sta dietro alla loro reazione aggressività. Porsi oltre ciò che sembra. Naturalmente se l’aggressività è agita fisicamente questa va necessariamente contenuta per evitare che il bambino faccia male a sé o agli altri e per fare in modo che si senta protetto.

Il tumulto psichico che spesso i bambini attraversano, le sfide evolutive che devono quotidianamente affrontare, i cambiamenti che di sovente accadono nelle loro vite (arrivo di un fratellino/sorellina, cambio casa, passaggio scuola, separazione genitori ma anche litigi tra coetanei, rimproveri degli adulti, piccole frustrazioni) contribuiscono spesso a rendere l’aggressività un evento piuttosto frequente. È assolutamente fisiologico e auspicabile che un bambino la possa sentire e non la debba reprimere (segno di un ambiente non facilitante). Tuttavia noi adulti abbiamo il compito di contenerla e di fare sì che questa forte sensazione non fagociti il bambino e soprattutto non lo faccia sentire sopraffatto da essa.

Uno strumento molto utile che si utilizza in terapia, ma che consiglio a tutti i genitori, è la fiaba, in questo caso una fiaba che ho scritto, che racconta, nel linguaggio dei bambini, come l’aggressività ci possa fare sentire “squali” e far sì che gli altri si allontanino da noi perché impauriti dalle nostre reazioni. Tuttavia il messaggio è che è possibile contenerla e gestirla. E, come deve essere in ogni fiaba, il lieto fine è garantito. Ci sarà sempre qualcuno che non si farà spaventare dalle apparenze, che non si fermerà ad esse, ma che saprà cogliere l’interezza del nostro essere. E anche, ciò che sentiamo noi, è spesso un sentimento che anche gli altri provano.

Potete leggere questa fiaba, impararla a memoria e raccontarla ai vostri bambini quando sentite che stanno affrontando questa sfida. 

È adatta a bambini a partire dai due anni.

Lo squalo Piero

“C’era una volta un signore che si chiamava Giovanni ma per tutti era il Signor Giò.

Il Signor Giò era un uomo buono e gentile ma aveva un difetto: era molto sbadato e distratto, un giorno decise di fare un viaggio in nave, destinazione l’isola Blu, ma una volta in viaggio si accorse di aver  preso la nave sbagliata e si ritrovò su un’isola molto strana, sperduta nel mare, piena di foglie di palma era l’isola Verde. Le foglie erano davvero tantissime e lui si divertiva tanto a giocarci, un po’ le buttava nel mare e un po’ le teneva per sventolarsi perché sull’isola faceva molto caldo. Dopo aver passato molto tempo  a giocare  cominciò ad annoiarsi, si sentiva solo voleva tornare a casa! Ogni tanto sull’isola Verde si fermavano delle navi, una attraccò proprio davanti al Signor Giò e lui felice  riprese il viaggio ma all’improvviso la nave si trovò in mezzo ad una forte tempesta, come spesso accade nella natura, e naufragò. Fortunatamente Il Signor Giò  in mezzo a quel mare gelido e profondo, vide scintillare uno scoglio tutto d’oro   lo raggiunse a nuoto  e vi si aggrappò.

Intorno non c’era nulla e il Signor Giò era molto triste e spaventato, ad un certo punto a peggiorare la situazione arrivò un grosso squalo dall’aspetto spaventoso che cominciò a girare attorno allo scoglio mostrando i suoi denti aguzzi! 

Che spavento: “Vattene via squalaccio! Lo so che sei cattivo! Mi mostri quei dentoni perché vuoi farmi male!” gridava disperato il Signor Giò, ma lo squalo restò lì, alzò lo sguardo e, piangendo gli disse “Perché mi mandi via anche tu? Tutti scappano da me perché ho un aspetto spaventoso ma io in realtà sono molto buono! È vero, a volte mostro i denti, ma non voglio fare male a nessuno. Mi sento solo e non ho amici perché tutti hanno paura! Scusa, non volevo spaventarti è solo che pensavo potessimo diventare amici, ma se vuoi vado via”.

Il Signor Giò rimase stupito, non se lo aspettava, pensava che sarebbe stato mangiato in un sol boccone, restò un momento a pensare in silenzio, si ricordò di quando era capitato anche a lui di essere stato giudicato perché nessuno lo capiva veramente  e disse: “Mi dispiace per le cose che ti ho detto. Ho sbagliato a giudicarti solo perché sei grosso e hai tanti denti aguzzi. In fondo tutti noi abbiamo dei denti. Io voglio diventare tuo amico e per dimostrartelo ti chiederò di portarmi in salvo a terra.”

Lo squalo  gli fece un grandissimo sorriso mostrando tutti i suoi denti aguzzi e disse: “ Va bene , mi presento io mi chiamo Piero! Vieni, sali su di me, ti porterò in salvo”. Il Signor Giò gli salì sulla schiena e Piero lo squalo, come promesso, lo portò sull’isola più vicina, l’isola Dei Pesci. Da quel giorno Piero  e il Signor Giò diventarono  grandi amici, passavano molto tempo a giocare e a pescare! Lo squalo non era mai stato così felice in vita sua finalmente aveva un amico! E anche il Signor Giò non aveva mai avuto qualcuno con cui passare il tempo.

Arrivò però il tempo della nostalgia,  il Signor Giò aveva una famiglia che lo aspettava e che gli mancava molto, era tempo di tornare a casa così chiese a Piero di portarlo su una nave giusta questa volta, che lo avrebbe riportato a casa. Vedendo la tristezza di Piero gli  disse: “tu sei un amico speciale per me! Non ti dimenticherò mai e ti verrò a trovare ogni anno su questa isola”. Piero  era felicissimo di aver trovato un amico e non solo uno, perché la sua vita ormai era cambiata, vedendolo giocare con il Signor Giò  gli altri pesci non avevano più paura di lui e ormai aveva tanti amici fra di loro. Piero non era cattivo, anzi era un simpaticone!  I due amici, un po’ commossi, si salutarono e da quel momento in poi si ritrovarono tutti gli anni sull’isola Di Pesci per passare del tempo insieme!”

 

 

 

 

 

 

 

Le immagini sono prese dal web, io ho curato l’editing di questa storia scritta dalla Dottoressa Marelli

 

 

 

Dottoressa Alessandra Marelli

Studio a Senago

VIA SARAGAT, 11 – 20030 – SENAGO 20030 – SENAGO (MI)

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Come aiutare una persona che sta avendo un attacco di panico. Dottoressa Alessandra Marelli

Come aiutare una persona che sta avendo un attacco di panico

Molti di noi ne soffrono di frequente, ad altri l’attacco arriva così improvvisamente e spaventa ancora di più. Cosa sono, come si manifestano? Quali sono i sintomi?

La Dottoressa Alessandra Marelli  ne parla in questo suo articolo.

“Innanzitutto occorre chiarirsi su cosa sia un attacco di panico. Credo sia importante farlo per distinguerlo da altre manifestazione ansiose che, sebbene perturbanti, non hanno lo stesso impatto di un vero e proprio attacco di panico.

Il termine “panico” deriva dal nome del dio greco Pan, per metà uomo e per metà caprone, capace di suscitare repentino e inspiegabile terrore nell’animo umano (Francesetti, “Attacchi di panico e postmodernità”).

Già dalle origini del nome possiamo cogliere una caratteristica imprescindibile dell’attacco (per essere definito di panico) ovvero la sua imprevedibilità.

Un attacco di panico è un’improvvisa paura molto intensa e totalizzante che raggiunge un picco in pochi minuti, durante i quali si verificano quattro (o più) dei seguenti sintomi (DSM V):

  1. Palpitazioni;
  2. sensazione di cuore in gola o tachicardia;
  3. sudorazione;
  4. tremori o agitazione;
  5. sensazioni di mancanza di respiro o di soffocamento;
  6. dolore o fastidio al petto;
  7. nausea o disturbi addominali;
  8. sensazione di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento;
  9. brividi o sensazioni di calore;
  10. parestesia (intorpidimento o formicolio);
  11. derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi);
  12. paura di perdere il controllo, impazzire, morire.

Le caratteristiche sopra elencate possono portare quindi il soggetto, ma soprattutto i soggetti che assistono all’attacco, a confonderlo con un infarto o con una condizione medica differente.

Se si è a conoscenza del fatto che il soggetto soffre di attacchi di panico oppure di disturbi d’ansia si può intervenire efficacemente per aiutare la persona ad uscire dall’attacco di panico. Scriverò di questo in seguito.

Gli attacchi di panico possono manifestarsi in vari disturbi d’ansia. In relazione alle modalità ed alle cause si possono distinguere 3 tipi di attacchi di panico:

  1. Attacco di panico inaspettato, quindi improvviso, senza nessuna causa apparente. Il soggetto, in questo caso, non è in grado di prevederne l‘insorgenza.
  2. Attacchi di panico conseguenti ad una data situazione. La sintomatologia si presenta in seguito all’esposizione. Ad esempio assisto ad una scena violenta (rapina, incidente, crollo, sparatoria, ecc.) e manifesto la sintomatologia sopra descritta.
  3. Attacchi di panico sensibili alla situazione, ovvero l’attacco di panico può manifestarsi o meno in seguito alla situazione temuta.

Una volta che il soggetto ha sperimentato un attacco di panico è facile che si sviluppi poi una paura molto forte legata al fatto che possa accadere nuovamente. Questo forte terrore, a volte, porta la persona ad avere condotte evitanti e ad avere pensieri intrusivi di scenari catastrofici di morte.

I soggetti che hanno avuto attacchi di panico riferiscono molto spesso di avere avuto la sensazione di “stare per morire” oppure di “stare per impazzire”. Questa sensazione acutizza la sintomatologia in una spirale crescente di terrore.

La notizia che può tranquillizzare i soggetti che ne soffrono è che l’attacco di panico è una condizione clinica che si può affrontare con successo con una buona psicoterapia (a volte anche senza il supporto farmacologico. Questo aspetto tuttavia verrà valuto dal professionista della salute mentale).

Ma ciò che spesso mi viene chiesto dai familiari, siano essi, genitori, figli, compagne/i, amici/che è : “cosa posso fare io quando XXX ha un attacco di panico in corso? Come posso aiutarla/o? Devo fare (o non fare) qualcosa?”

Proverò a rispondere a questa domanda, ricordando che, quanto dirò, non serve a curare gli attacchi di panico (per questo occorre necessariamente rivolgersi ad uno psicoterapeuta), ma è utile agli astanti per gestire al meglio l’attacco.

CONSIGLI UTILI

segue http://www.psicologomilanonord.it/attacchi-di-panico-milano.html

 

 

Dottoressa Alessandra Marelli

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Cominciamo dalla parola “BULLYING”. Il bullismo è … ne parliamo con la Dottoressa De Ponte

Cominciamo dalla parola “BULLYING” e dalla sua definizione :  Bullying is unwanted, aggressive behavior among school aged children that involves a real or perceived power imbalance. The behavior is repeated, or has the potential to be repeated, over time. Both kids who are bullied and who bully others may have serious, lasting problems.

“Il bullismo è un comportamento indesiderato e aggressivo tra i bambini in età scolare che comporta uno squilibrio di potere reale o percepito. Il comportamento è ripetuto, o ha il potenziale per essere ripetuto, nel tempo. Entrambi i bambini che sono vittime di bullismo e che fanno il prepotente possono avere problemi seri e duraturi.”

La definizione è tratta da un sito governativo americano ( www.stopbullying.gov)  che si occupa proprio di questo tema. Nella cronaca le notizie di casi di bullismo sono frequenti, ho chiesto alla Dottoressa De Ponte di analizzare questo tema da un punto di vista un po’ diverso dal solito, cominciano con una sua definizione potremmo dire “tecnica”, cos’è il bullismo e chi è il bullo?

Nella mia pratica clinica ho avuto ed ho avuto diversi pazienti coinvolti in casi di bullismo, sia vittime che bulli. Se vogliamo inquadrarlo clinicamente il bullismo si può definire come un comportamento sociale di tipo violento e intenzionale, la violenza può essere di natura fisica o psicologica. Il termine  bullismo come lei ha ben spiegato nella premessa  viene dall’inglese “bullying”,  e  proprio come nella definizione che lei ha dato si  caratterizza con una situazione relazionale in cui sono presenti un soggetto prevaricatore e un soggetto prevaricato, cioè il bullo e la vittima.

Tra i due c’è uno squilibrio di potere, il bullo si sente potente, sicuro di sé, si mostra all’altro superiore  e sottolineo si MOSTRA così, dall’altra parte c’è la vittima che non riesce a ribellarsi a  questa prevaricazione e  si mostra all’altro come una persona debole.  Nel fenomeno del bullismo, generalmente, non sono coinvolti solo il bullo o i bulli e le/la vittima/e, sono coinvolti tutti coloro che fanno parte integrante del loro mondo: i compagni che tacciono per timore assistendo ai soprusi, i genitori, i docenti.

È indubbio che a pagarne il prezzo è la vittima che va aiutata, sostenuta e supportata, ma in questo articolo cerchiamo di prendere in considerazione il bullismo osservando entrambe le prospettive, cioè analizzando anche il comportamento del bullo.

Perché un bambino, un ragazzo diventa bullo?

Credo che alla base di tutto ci sia la ricerca del POTERE, il bullo ha un potere sull’altro, il potere di provocare uno stato d’animo di paura, di ansia, di preoccupazione, di umiliazione e sottomissione. Provocare la paura fa sentire potenti. Nell’immaginario collettivo il bullo è rappresentato come un ragazzo sicuro di sé, spavaldo; questo è vero fino ad un certo punto perché nella mia esperienza ho incontrato bulli che dietro questa facciata erano ragazzi immaturi con una scarsa stima in se stessi. Per questo penso che nei casi di bullismo bisogna agire su entrambe le parti e coinvolgere il contesto familiare, scolastico e sociale, laddove sia possibile ovviamente.

Dottoressa immagino che sia una domanda “impossibile” chiederle: quali sono le cause del bullismo?

Sì, se non proprio impossibile quasi perché è un fenomeno complesso e multifattoriale che dipende da diversi fattori: sociali, familiari, dalla personalità del soggetto, dalle dinamiche del gruppo. Oggi poi al bullismo propriamente detto si è aggiunto anche il cyberbullismo in cui l’aggressione non è fisica, ma si svolge tutto in rete, attraverso il web e i social, e la vittima viene colpita tramite la diffusione di materiale denigratorio o creando gruppi di vero e proprio accanimento contro la persona. Bullismo e cyberbullismo non sono diversi, cambiano solo le modalità con cui le prepotenze e a volte vere e proprie violenze vengono veicolate.

Cosa fare?

Prima di tutto bisogna agire con interventi preventivi attraverso la sensibilizzazione e l’informazione. In questi interventi   rivestono un ruolo fondamentale i genitori e gli insegnanti.

I genitori posso monitorare i comportamenti del figlio all’interno del gruppo dei coetanei e rivolgersi agli specialisti e/o agli insegnanti quando vedono che ci sono comportamenti o manifestazioni insolite.

In classe gli insegnanti  possono favorire una “politica del rispetto” facendo in modo che tutti gli allievi vengano riconosciuti per quello che sono; inoltre possono segnalare precocemente episodi che vanno nella direzione della prevaricazione e del bullismo.

È necessario aiutare e sostenere la vittima, ma anche lavorare sul bullo e sulle sue fragilità, e sull’amore e la stima in se stesso. L’unico modo per indurre l’amore verso l’altro è cominciare ad amare se stessi.

Dottoressa ci parli di qualche sua esperienza sul campo.

Ho partecipato a diversi progetti nelle scuole, nella fattispecie, vi parlo di una esperienza in una scuola secondaria di secondo grado.

Alcuni insegnanti avevano individuato nella loro classe, la presenza di alcuni alunni che avevano comportamenti aggressivi e prevaricatori nei confronti dei loro compagni e in alcuni casi anche verso i docenti, quindi tutto faceva temere la possibilità di futuri atti di bullismo. Il nostro intervento è partito dal presupposto che la scuola non è solo un luogo dove imparare, ma  un posto dove relazionarsi, dove imparare a convivere con gli altri, è il luogo dove si vive la socialità con i propri coetanei, quindi abbiamo pensato che per ristabilire un clima di benessere e serenità fosse necessario mettere in atto delle esperienze di peer  education, educazione tra i pari. Questo progetto ha coinvolto sia studenti che docenti inserendoli in attività di formazione-informazioni, e laboratori di gruppo, all’interno dei quali i venivano affidati ai ragazzi dei ruoli precisi.

Ogni ruolo puntava sulla valorizzazione delle risorse interne e delle abilità di ciascuno, indipendentemente dalle caratteristiche (cioè erano coinvolti i possibili bulli, le probabili vittime e l’intero gruppo classe). Il fine era quello di valorizzare il “buono” e le risorse di tutti indistintamente. In virtù di questo ai cosiddetti bulli (io non amo questa parola) sono stati affidati ruoli di responsabilità; il ragazzo con atteggiamenti prevaricanti nei riguardi dei loro amici diventava per un certo tempo e per determinate attività, il tutor, il leader del gruppo classe. Il risultato è stato positivo, erano tutti molto soddisfatti! Gli adulti (i docenti e gli psicologi) gli avevano affidato un ruolo importante, avevano riposto in loro la fiducia (forse era successo raramente nella loro vita). I ragazzi che di solito venivano  considerati come quelli “da cui stare lontani”, erano ora considerati  “affidabili”.  Quindi per un certo tempo e in un certo momento era  stata tolta loro l’etichetta con cui andavano in giro per il mondo.

L’adulto che ha fiducia nel ragazzo, fa in modo che anche lui  possa avere fiducia in se stesso, è come dire:  “Se io (adulto) credo in te (ragazzo) realmente, anche tu puoi credere in te. Puoi iniziare a costruire dentro di te uno spazio d’amore per te”.

Alla fine del progetto abbiamo rilevato un cambiamento in tutte le dinamiche: alunni-alunni, alunni-insegnanti, insegnanti-insegnanti. Ognuno di loro ha sperimentato un ruolo diverso, ognuno ha incrementato il rispetto per le proprie risorse e abilità. Credo che sia un’esperienza da ripetere.

Al MIO STUDIO:

Per quanto riguarda la mia esperienza clinica in  studio  seguo pazienti sia  “bulli” che “vittime”.

Il lavoro che effettuiamo insieme, io con loro all’interno della relazione terapeutica,  è quello di costruire un percorso che li aiuti ad assumere comportamenti alternativi, ad uscire dal “ruolo” abituale; è come se avessero un “marchio”,  come se fossero “imprigionati” in un dato  “personaggio” per esempio ci sono ragazzi che hanno il “marchio del bullo” o ragazzi che “marchio della vittima”. Cerco quindi di fargli immaginare quale sia la reazione degli altri ad un loro cambiamento; io credo in un loro cambiamento di ruolo e credo che loro possano, in un certo senso, liberarsi del marchio che hanno. Metaforicamente possano, cioè, “spogliarsi”  dei panni di bullo o “spogliarsi” dei panni della vittima. Se aumenta il grado di consapevolezza rispetto ai propri vissuti, l’ aggressività, per esempio, può prendere una forma meno disfunzionale e può non essere direzionata contro le persone che vengono viste come le più deboli. Per fare ciò occorre fare un‘ azione di “alfabetizzazione emozionale”, attraverso la quale comprendano che tutte le emozioni hanno un senso, una funzione, un peso importante.

È un lavoro in cui bisogna costruire, ma anche smontare false idee e apprendimenti distorti che i ragazzi hanno interiorizzato. Spesso ho riscontrato che questi ragazzi hanno interiorizzati un messaggio del tipo: “Per affermarti devi combattere altrimenti gli altri ti schiacciano” oppure: “Se non sei forte il mondo ti mangia”, il concetto principale è quindi che “gli altri sono tutti contro di te e tu devi combattere e quindi vivere ‘contro’ anche tu

Grazie al lavoro terapeutico tutto questo può essere modificato in: “Puoi fidarti degli altri perché TU SEI IMPORTANTE per gli altri e anche loro lo sono per te”.

Per fare ciò il terapeuta deve mostrare di avere molta fiducia nel ragazzo e deve fare in modo che il ragazzo si affidi a lui. Il terapeuta si  muove con dedizione, interesse e desiderio in modo da stabilire un clima di fiducia nella relazione terapeutica. Se il ragazzo apprende che si può fidare del terapeuta,  e che il terapeuta si fida di lui, può portare la stessa fiducia fuori, nel suo mondo. Per esempio può sperimentare di sentire che un suo amico si fida di lui e che lui si fida una altro amico ancora.

La fiducia che si costruisce gradualmente durante la relazione terapeutica, consente di accompagnare il ragazzo in un viaggio,  con una continua attenzione nei suoi confronti, in modo da poter in ogni momento cambiare rotta, invertirla, verificare il percorso, per poi giungere alla meta stabilita.

La ringrazio Dottoressa De Ponte ovviamente in questo articolo abbiamo dato solo “un assaggio” di un tema difficile e molto dibattuto, non esistono formule magiche e soluzioni uniche come avviene sempre quando si parla di ragazzi, di persone bisogna agire insieme, ognuno con le sue competenze, ognuno con il suo ruolo per dare a tutti i ragazzi la possibilità di crescere, studiare e socializzare e affermarsi con serenità e nel rispetto di tutti.

Le immagini sono prese dal web.

 

La dottoressa Anellina De Ponte riceve a:

  • Via Nazionale delle Puglie 51

Cimitile (NA)

Tel. 3288493076

Mutismo Selettivo? Mai obbligare i bambini a parlare. Ne parliamo con la Dottoressa Trivelli

Dottoressa Trivelli ritorniamo ancora sul tema “Mutismo Selettivo”, molti chiedono: perché  i bambini che soffrono di questo disturbo non  devono essere sollecitati o obbligati  a parlare?

Credo che sia sempre utile spiegare ancora che il silenzio dei bambini non è un comportamento volontario e che obbligarli a parlare oltre che peggiorare il sintomo, procura loro molta sofferenza.

Credo anch’io che sia necessario ribadire alcuni concetti riguardanti il Mutismo Selettivo (in seguito MS). In breve, ricordo che il MS è un disturbo d’ansia dei bambini che si configura come la persistente impossibilità di parlare in situazioni sociali specifiche, come ad esempio a scuola, o con estranei, mentre in altre situazioni quando il bambino si sente tranquillo e a proprio agio, parlare risulta possibile.

Mutismo selettivo:raccolta degli articoli pubblicati su YOUR EDU ACTION

Il MS è un disturbo dell’infanzia diagnosticato nel DSM-5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) all’interno della grande categoria dei disturbi d’ansia, quindi pur avendolo già precedentemente affermato, il DSM-5 sottolinea e afferma che alla base del MS ci sia l’ansia.

Come viene sperimentata l’ansia in questi bambini?

L’ansia

Ansia e paura. Tre domande alla Dottoressa Trivelli

si manifesta sia attraverso le reazioni tipiche che noi tutti, bambini e adulti sperimentiamo attraverso cioè un insieme di reazioni somatiche, fra le quali : sudorazione, tachicardia, respiro corto e affannoso. I bambini spesso riportano come sintomo anche mal di stomaco e mal di testa,  e a livello muscolare la tensione a livello delle braccia e dell’addome. Ma l’ansia agisce e influisce molto sui pensieri.

Dottoressa credo che sia una specie di circuito chiuso i pensieri generano la paura, la paura genera il sintomo.

Esatto l’ansia è un’emozione che sollecita il corpo alla vigilanza e all’attenzione, il bambino rivolge e concentra tutta la sua attenzione e i pensieri al controllo dell’ambiente circostante, al cercare tutti i possibili pericoli e minacce. Il pensiero nutre l’ansia perché più che alla situazione che vive in quel momento, il pensiero immagina quello che potrebbe accadere.

È soprattutto l’ansia anticipatoria che fa sì che il bambino fissi il suo pensiero, sulle situazioni difficili che dovrà affrontare e non pensi ad altro, non prospetti minimamente la possibilità di avere delle risorse per superarle. 

In bambini molto piccoli  è assolutamente giustificata la mancanza di consapevolezza delle proprie risorse, e noi sappiamo che il MS può insorgere già dai 3 anni, per questo motivo i pensieri spaventosi, supportati dall’ansia anticipatoria, li convincono che si trovano davanti a situazioni insuperabili. In genere l’ansia provoca in tutti noi la voglia di scappare a gambe levate,  o di prendercela con qualcuno, in questi bambini l’ansia è talmente alta da superare la soglia di tolleranza e l’unica strategia che sperimentano è l’evitamento, evitano di parlare e in alcuni casi l’inibizione è anche fisica, si muovono poco e mantengono una postura rigida.

Le pongo le domande tipiche di genitori e insegnanti:

ma con il tempo passa?

una volta abituati alla classe e alla maestra non dovrebbero parlare?

Certo l’abituazione  e l’adattamento sono concetti che  valgono per quasi tutti i bambini all’ingresso della scuola d’infanzia o delle elementari, si attende un periodo di adattamento che può andare da qualche settimana fino ad un mese, alla fine di questo periodo in genere i bambini si assestano su una situazione di accettazione del cambiamento. Per il bambino che soffre di MS non è così, per lui la paura è contesto-dipendente, ma non va incontro ad adattamento e abituazione, pur essendo sottoposto alla stessa situazione tutti i giorni (classe, compagni, insegnanti), per lui è come se fosse il primo giorno di scuola tutti i giorni, con il suo carico di ansia, angoscia e pensieri e paura di quello che lo aspetterà.

Come per tutte le emozioni l’ansia e il suo sintomo più eclatante, il SILENZIO, non può essere controllata volontariamente, quindi vi esortiamo a NON DIRE AL BAMBINO:

TRANQUILLIZZATI

NON DEVI AVER PAURA

NON DEVI ESSERE IN ANSIA

ADESSO PUOI PARLARE

Sono sollecitazioni da evitare. La paura porta all’evitamento e questo è una grande trappola, un circolo vizioso, perché se l’evitamento fa diminuire l’ansia, il sollievo che ne consegue suggerisce al cervello che la situazione evitata è davvero pericolosa e che non si hanno le risorse necessarie per poterla affrontare. Bisogna spezzare questo circolo vizioso.

È evidente, che in questa situazione, forzare il bambino a parlare non è mai la soluzione giusta anzi peggiora la sintomatologia, inutile cercare di convincerli, non riflettono sulle loro reali capacità di far fronte alle situazioni.

Non incitateli davanti alla classe: provano livelli altissimi di vergogna. Non vogliono stare al centro dell’attenzione sia negativa (perché non parli? Dì qualcosa ai tuoi compagni), che positiva (bravo che bel disegno che hai fatto, lo facciamo vedere a tutti!).

Alcuni non vogliono cimentarsi nelle attività scolastiche perché sono convinti di non riuscire, di non saper fare, di sbagliare. Si sentono inadeguati e se una volta sbagliano, quell’errore rimane nella loro memoria, solo l’errore, mentre tutte le cose belle e giuste che vivono e fanno quotidianamente scompaiono.Ecco perché è importante non pressarli affinché parlino, come potrebbero farlo con tutta questa cascata emotiva che provano? Non rispondere alle sollecitazioni li espone inutilmente alla sensazione di fallimento confermando quello che già pensano di sé stessi: sono incapace.

Penso che ormai sia chiaro che le pressioni e le aspettative aumentino l’ansia del bambino, ma ribadiamolo ancora Dottoressa, sono in contatto con molti genitori e insegnanti e da entrambe le parti ci sono ancora degli “scettici”.

E allora spiegamolo ancora che obbligare il bambino a parlare o aspettarsi che lo faccia in determinate situazioni, rinforza l’ansia. Pensare che il suo silenzio sia intenzionale colpevolizza il bambino, è come dirgli: ci riesci benissimo solo che non vuoi parlare, quindi è colpa tua”, questo non solo aumenta il disagio ma ostacola la costruzione di un’ambiente sereno favorevole all’emergere della comunicazione verbale.

E allora Dottoressa Trivelli qual è l’ambiente favorevole?

L’ambiente favorevole è quello che non colpevolizza, è un ambiente emotivamente caldo in cui il bambino senta di essere compreso, nel quale sia possibile nelle condizioni giuste e nel momento giusto, fare delle richieste al bambino leggermente più alte rispetto alla situazione in cui si trova. Richieste semplici che chi segue il bambino sa che può tollerare e per le quali gli sono stati forniti gli strumenti utili per affrontarle e tollerarle, piccoli passi avanti che faranno comprendere al bambino che è in grado di fronteggiare anche situazioni che a lui sembravano spaventose. Questo aumenterà i livelli di autoefficacia e di autostima. Con il tempo, con il lavoro dello psicoterapeuta e dell’insegnante, il livello d’ansia diminuirà e solo così le “paroline” potranno riemergere.Permettiamo al bambino di ampliare gradualmente luoghi, contesti, situazioni sociali diverse.

Per concludere vorrei rispondere alla domanda che mi pongono spesso insegnanti e genitori: ma se io non forzo il bambino a parlare, se gli concedo il non verbale non è che poi si adagia in questa situazione e quindi non vorrà più parlare?

La mia risposta è NO!

Il Mutismo selettivo non è un disturbo oppositivo-provocatorio, né vuol dire essere asociali, anzi al contrario sono  bambini per i quali la relazione con gli altri è importantissima.

BISOGNA LAVORARE SULL’ANSIA!

  • Lavorare sull’ansia (e non sul farli parlare ad ogni costo), permette di vivere l’estrema sensibilità di questi bambini non come una fragilità ma come una risorsa, che può essere utilizzata in molti ambiti e con tantissime modalità differenti. E gli permette anche di accettarsi, di imparare che come tutti hanno delle caratteristiche positive e negative, che possono sbagliare e hanno dei punti di debolezza ma anche tanti punti di forza. L’importante è saperli riconoscere e utilizzare nel modo adeguato.
  • Lavorare sull’ansia vuol dire passare da un senso di vulnerabilità estrema ad un graduale incremento dell’autostima, cambiare la visione del mondo che da qualcosa di minaccioso deve invece essere un luogo in cui vivere serenamente, avendo fiducia nelle proprie capacità di affrontarlo, insieme agli altri con cui relazionarsi.
  • Lavorare sull’ansia vuol dire abbandonare pian piano l’eccessivo sostegno e l’iperprotezione, vuol dire  lasciare posto all’esplorazione e alla scoperta e questo vale sia per i bambini che per gli adolescenti.

Quindi per concludere,  lavorare sull’ansia e non concentrarsi sul parlare non fa adagiare il bambino, non lo fa abituare al silenzio, al contrario lo aiuta a crescere.

 

 

 

 

 Dottoressa Trivelli
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Test cognitivi e test proiettivi. Come, quando e perché vengono utilizzati? Ne parliamo con la Dottoressa Tagliabue

Test cognitivi e test proiettivi.

Spesso si ha una visione semplicistica dei test, pensiamo che sia tutto limitato alla risposta giusta o sbagliata. Come, quando e perché vengono utilizzati? Ne parliamo con la Dottoressa Tagliabue

 I test, così come il colloquio, l’intervista, l’osservazione e il questionario sono uno degli strumenti che lo psicologo ha a disposizione nel suo lavoro per diversi scopi, per esempio decodificare la richiesta di un soggetto o per contestualizzare il disagio o il sintomo di un paziente.

Dottoressa Tagliabue, spesso si ha una visione semplicistica dei test, pensiamo che sia tutto limitato alla risposta giusta o sbagliata. Lei può spiegarci come vengono utilizzati i test nella realtà?

Nessun test e nessuna batteria di test di per sé può dare da solo un quadro del soggetto, è lo psicologo che elabora e interpreta i dati che sono emersi dai test e li organizza all’interno di un quadro significativo, all’interno della relazione terapeutica e di diversi colloqui. La scelta di utilizzarli deriva da diversi criteri, spesso il motivo per cui si introducono è quello di fare chiarezza in un tempo breve, proprio perché con i test si possono ottenere molti elementi e informazioni  in più che permetteranno di  avere un quadro diagnostico più completo.

A me piace molto utilizzare questa metafora: il test è come una sorta di fotografia istantanea della persona scattata in un preciso momento, in una specifica situazione di vita. Continuando con la metafora, guardando la fotografia e osservandone i dettagli, lo psicologo può avere una visione globale di tutti gli elementi che sono in gioco. I test quindi costituiscono, a mio avviso, un valore aggiunto alla terapia, la possibilità di poter fare “un’istantanea” di ogni tappa del percorso e poter confrontare ad esempio la prima con l’ultima fatta alla fine della terapia.  Per essere utilizzati in campo psicologico, i test devono avere una validità scientifica e statistica solo con queste garanzie si può affermare che i dati che emergono sono attendibili e reali.

La scelta del tipo di test da utilizzare dipende da tante variabili, prima di tutto dal fine, dall’obiettivo, dal disturbo in atto, dall’età del paziente e dall’orientamento teorico dello psicologo. Esiste una vasta gamma di test, in questo articolo prenderò in considerazione le macrocategorie più utilizzate.

Qual è lo scopo dei test?

Soprattutto indagare su vari aspetti della personalità. Ci sono, ad esempio, test cognitivi che ci danno un quadro delle risorse cognitive della persona e i test proiettivi che vanno invece ad indagare gli aspetti emotivo-relazionali. Ci sono anche le cosiddette “prove standardizzate” che vengono utilizzate per approfondire la diagnosi di un particolare tipo di problematica e che comprendono i test per appurare la presenza di una difficoltà di apprendimento, oppure difficoltà visuo-spaziali, o vanno a verificare altre capacità del soggetto.

Dottoressa Tagliabue può parlarci più in dettaglio dei TEST COGNITIVI?

I test cognitivi riguardano l’intelligenza e varie abilità cognitive, ne esistono di diversi tipi sono test detti di Livello perché alle prestazioni e ai compiti che vengono affidati al soggetto viene attribuito un punteggio, il risultato viene confrontato con un campione di riferimento di pari età e da questo si può rilevare se la prestazione del soggetto è nella media, inferiore o superiore.

I test cognitivi possono essere anche suddivisi in test verbali (domande e risposte verbali) e test non verbali, cioè quelli in cui il soggetto può rispondere scrivendo o indicando la risposta.

Tutti i test di livello vanno a verificare l’intelligenza, sappiamo che il costrutto dell’intelligenza non è unico ma è multifattoriale quindi per valutarla si utilizza una batteria di test.  Le più famose sono le Scale  Weschsler , suddivise in Scala Wais per gli adulti (dai 18 anni in su), la Scala Wisc per l’età scolare (dai 6 fino ai 16-17anni), e la scala Wippsi  per l’età prescolare. Sono tutti test che valutano il famoso Q.I. (quoziente intellettivo). Altri tipi di test d’intelligenza sono le matrici di Raven, che a seconda dell’età si suddividono in matrici progressive colorate e standard. Altri strumenti per indagare l’intelligenza sono: TINV (Test di Intelligenza Non Verbale), la  Vineland Adaptive Behavior Scales e il test Leiter-R.

 

Dottoressa passiamo ora ai test proiettivi

I test proiettivi indagano gli aspetti emotivo-relazionali della persona, non sono test di livello e i risultati non vengono confrontati con un campione di riferimento, ma sono tecniche che consentono di avere una visione d’insieme della personalità e le varie tappe dello sviluppo dal punto di vista della psicologia proiettiva.

In pratica come si distinguono dai cognitivi?

Alla persona sottoposta al test vengono presentati stimoli poco strutturali o ambigui, il soggetto attribuisce a questi stimoli un significato che sarà poi utilizzato per rivelare parti della sua personalità, gli aspetti emotivi, emozionali e affettivi. Per citarne qualcuno: i classici test di Rorschach,

Hermann Rorschach

Black Pictures, il T.A.T (Thematic Apperception Test).

Ma anche test più semplici effettuati con metodi espressivi come quelli “carta-matita” nei quali viene chiesto di disegnare, ad esempio il test della figura umana, il test del disegno dell’Albero o il test Wartegg.

In conclusione, di questa brevissima panoramica sui test vorrei ricordare i test specifici cioè quelli che rilevano capacità particolari della persona, per fare qualche esempio, se facciamo riferimento ai bambini si usano le prove standardizzate per verificare la capacità d’apprendimento, la lettura-scrittura-calcolo, la concentrazione e l’attenzione.

Infine, Dottoressa Tagliabue ci dica gli aspetti fondamentali della valutazione testistica.

Credo che gli aspetti fondamentali siano due:

IL CRITERIO DI SCELTA DEL TEST

Il test viene scelto per un perseguire un obiettivo e un fine specifici.

LA RESTITUZIONE

Dopo tutto il lavoro fatto, i test, l’analisi dei risultati, i colloqui, e gli incontri arriva il momento in cui questo grande bagaglio d’informazioni deve essere elaborato e discusso con il paziente e da qui arriva la restituzione. Quel momento può essere vissuto non come un arrivo, ma una vera nuova partenza data dalla scoperta di nuove informazioni su di sé ed eventualmente dalla possibilità di intraprendere un nuovo percorso, sicuramente più profondo ed efficace.

Tutte le immagini sono prese dal web

 

 

 

Dottoressa Daniela Tagliabue

 

 

 

 

Daniela Tagliabue cel 340-7712729

[email protected]

Centro   Multidisciplinaire Koru Lab Via Santo Stefano 10 [email protected]

sede di Milano via Zurigo 28 – piazza Wagner 2

Un bambino vive un momento di difficoltà, il genitore chiede aiuto… cosa avviene da quel momento in poi? Ne parliamo con la Dottoressa De Ponte

Dottoressa De Ponte nel corso dell’intervista che potremmo definire di presentazione  (la trovate qui nel blog), lei ha affermato che si occupa anche di Psicoterapia dell’età evolutiva e quindi di sostegno psicologico per i bambini. Cosa succede quando un genitore si accorge che il proprio bambino sta vivendo un momento di difficoltà, di disagio?

Iniziamo da: lei riceve una telefonata da un genitore 

Esatto, tutto inizia con una telefonata durante la quale uno dei genitori mi spiega la situazione, poi si fissa  il primo appuntamento.

In genere richiedo la presenza di entrambi i genitori (a meno che non ci siano degli impedimenti), poi in seguito decido se vedere o meno il bambino anche in rapporto alla sua età. Il percorso terapeutico prevede degli incontri alternati   bambino-genitori, di solito dopo tre incontri col bambino uno avviene con i genitori, ma non c’è mai nulla di fisso, tutto è dinamico e dipende dal percorso, dalla disponibilità dei genitori e dalla problematica.  La seduta dura circa   50 minuti con una frequenza che varia caso per caso.

So che non è facile decidere di “di andare dallo psicologo”, in virtù della sua esperienza cosa spinge un genitore a chiedere finalmente aiuto?

Il bambino viene in terapia dopo un fatto eclatante, in seguito ad episodio molto forte, come lei ha detto nella premessa, i genitori non sempre si attivano in tempi veloci per verificarne la causa.  Fra i motivi da lei enunciati aggiungerei che spesso si pensa che portare il bambino dallo psicologo sia automaticamente indice di una “carenza” come genitore. Una sorta di: se il bambino ha qualcosa che non va è sicuramente “colpa” mia, sono un cattivo padre o una cattiva madre.  Da qui nasce la resistenza del genitore a chiedere aiuto. Generalmente in questi casi, rimando ai genitori un messaggio di incoraggiamento, so bene che fanno del loro meglio, e sicuramente il loro bambino è amato e  le difficoltà che sta vivendo sono  probabilmente momentanee.

Quindi a volte le arrivano bambini con situazioni anche gravi perché immagino che il fattore “tempo” sia importantissimo, forse possiamo approfittarne per lanciare una specie di appello: procrastinare, rimandare non aiuta a far superare i problemi, al contrario aggrava le situazioni e rischia di cronicizzarle. C’è anche la possibilità che sia un disagio passeggero, un momento di difficoltà ma anche che sia un problema più complesso che va considerato seriamente.

Lo so che è una domanda “impossibile” ma molti mi chiedono “quanto dura il percorso terapeutico?”, immagino che sia impossibile rispondere.

Infatti non è definibile a priori, ogni bambino è una caso a sé, ha una sua storia e volta per volta insieme anche ai genitori valutiamo la situazione e gli obiettivi terapeutici.

Ora entriamo nel suo studio, come interagisce col bambino?

Lo strumento principale d’intervento è il Colloquio in base anche al mio orientamento terapeutico, ma soprattutto il gioco! Non potrebbe essere altrimenti trattandosi di bambini. Il percorso terapeutico è finalizzato al conseguimento della realizzazione di sé stessi e delle proprie capacità e potenzialità, all’aumento della conoscenza di sé, all’accettazione dei propri limiti, sia da parte del bambino che da parte dei genitori, e alla riduzione della sofferenza psicologica.

Quindi per costruire la relazione con il bambino utilizzo i giochi di ruolo, le fantasie guidate, le storie, la musica, l’argilla, il disegno, la lettura, i peluche, i burattini, il colore.

Nella mia vita privata faccio anche teatro e quindi porto nello studio questa esperienza lavorando sulla drammatizzazione delle fiabe, le metto in scena insieme ai bambini; è una pratica che li aiuta tantissimo ad aumentare la crescita e lo sviluppo della coscienza[1].

Ma la tecnica e la procedura non sono fine a sé stesse, la tecnica e il metodo sono catalizzatori perché ogni seduta è imprevedibile tutto dipende da me, dal bambino, dalla situazione; il processo creativo che ne deriva è aperto a 360 gradi, perché è questo il mio compito: aprire sia le porte che le finestre del loro mondo interiore.  È necessario offrire al bambino tutti i mezzi che gli permettano di poter esprimere le proprie emozioni e di tirar fuori ciò che è nascosto e che spesso fa soffrire. Si può lavorare insieme su questo materiale che emerge. Il mio intervento permette di aiutare ad aprire le porte della autoconoscenza e della padronanza di sé, con dolcezza e delicatezza.

Quando entro in relazione con un bambino attivo il mio bambino interiore, detto in termini di Analisi Transazionale, cioè attivo una parte di me, di Bambino Libero che va verso la creatività, verso la spontaneità tipica dei bambini e poi attivo anche una parte Genitoriale.

Concluderei con un pensiero fondamentale: il presupposto di base per lavorare con i bambini è non solo attivare questa parte libera di sé (il Bambino Libero di cui dicevo), ma è fondamentale AMARLI, stabilire con loro un rapporto di accettazione e di fiducia, seguirli nella crescita e nel loro apprendimento. Il bambino deve sentirsi accettato per quello che è, solo amandolo e accettandolo è possibile aiutarlo. L’amore cura.

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Come metodo mi ispiro a quella di Viole Oaklander una terapeuta Gestalt che ha scritto” Il gioco che guarisce”

La dottoressa Anellina De Ponte riceve a:

  • Via Nazionale delle Puglie 51

Cimitile (NA)

Tel. 3288493076

“Capiamo il bambino, i capricci a tavola” ne parliamo con la Dottoressa Paola Cipriano

“Capiamo il bambino, i capricci a tavola”

ne parliamo con la Dottoressa Paola Cipriano

In questo articolo cercheremo di approfondire due tematiche sempre attuali : il rapporto tra bambini e cibo e i capricci a tavola .

Nelle conversazioni tra genitori le frasi che ricorrono spesso sono “mio figlio non mangia nulla, non so più cosa far; fa i capricci; serra la bocca pur di non mandar giù il boccone; per farlo mangiare non so cosa inventarmi”, associate ovviamente ad uno stato d’ansia e preoccupazione (del genitore, non del bambino).

Dottoressa Cipriano, questo rifiuto di mangiare secondo lei è veramente solo e semplicemente un capriccio?

No, assolutamente no.

Ma prima di entrare nel dettaglio vorrei sottolineare che in Italia l’obesità infantile è in forte incremento, i bambini mangiano troppo e male, accanto a questo bisogna considerare anche un fattore “culturale” che porta a considerare il mangiare più del necessario una qualità positiva, di conseguenza si crede ancora oggi che il bambino che mangia tanto è sano, più è “rotondo” più sta bene. Tutto questo viene considerato valido fino alla prima infanzia perché poi successivamente nell’adolescenza il modello di riferimento cambia e lascia il posto al “più sei magro e perfetto”, più sarai accettato. Eppure, malgrado questi dati allarmanti, a meno che non sia il pediatra a segnalare il problema, i genitori non considerano il sovrappeso del bambino   un vero problema, al contrario si preoccupano e  si concentrano sul “mangia poco”.

Nella mia esperienza sia di psicoterapeuta nelle sedute individuali e/o nei gruppi post parto, sia nella quotidianità di mamma, parlando con le madri alle prese con lo svezzamento mi sono resa conto che quello che crea più problemi sono le dinamiche che scattano durante i pasti: i bambini non mangiano o mangiano poco e soprattutto fanno i capricci.

Ha perfettamente ragione, spesso il pasto diventa un vero tormento ci si inventa di tutto, si inseguono i bambini in giro per la casa senza alcun risultato, si creano giochi nuovi, si leggono favole, vengono implorati, pregati, minacciati e poi alla fine di tutto questo teatrino mangiano la metà di quello che viene proposto.

Quando c’è un problema col cibo il problema non è mai il cibo, quando i bambini fanno i “capricci” dobbiamo stare molto attenti, dobbiamo pensare anche a cosa proponiamo, cosa gli diciamo, ai messaggi che veicoliamo, perché il bambino associa la nostra reazione al cibo e la mantiene per sempre:

Cibo = senso di colpa

  • Ma come non mangi? La mamma l’ha fatto con tanto amore.
  • Se non mangi la mamma è triste.

Al bambino arriva questo messaggio “io ti amo tanto e tu non mangiando mi rifiuti”, probabilmente mangia ma non per voglia, per non far soffrire la mamma.

Cibo= inganno

  • Per esempio, al bambino non piace il pesce, la mamma lo inserisce nelle polpette pensando che non se ne accorga.

Al bambino arriva il messaggio che l’inganno è lecito.

Cibo= punizione

  • Se non mangi non ti compro non ti porto al parco, ti tolgo il gioco preferito.

Il bambino probabilmente mangia ma assocerà il cibo alla punizione

Cibo= premio

  • Se mangi tutta la pasta dopo ti do il tuo dolce preferito.

Il bambino non dovrebbe mangiare su ricatto di un premio, una punizione o un senso di colpa, il bambino deve mangiare perché ne sente il bisogno.

Dottoressa quindi non serve assolutamente  a nulla tenere il bambino davanti al piatto “finché non mangia”, il che spesso quel finché può risultare un tempo interminabile. È un momento di grande stress per il bambino e per il genitore.

No, non serve a nulla, se non a far odiare quel cibo in particolare.

Noi genitori siamo responsabili della nutrizione del bambino che deve essere sana e varia, ma dobbiamo anche avere fiducia nelle sue capacità di autoregolarsi.  Il bambino deve “sentirsi”, deve percepire sé stesso, se noi decidiamo al suo posto, se ci sostituiamo alle sue esigenze (che sono solo sue) effettuiamo un’azione molto pericolosa, gli togliamo la capacità di imparare ad ascoltarsi. Questo è molto grave perché la capacità di auto ascoltarsi diventa per un bambino un vantaggio, una protezione di fronte ai pericoli.

I bambini ci fanno sempre domande di presenza associate al bere o al mangiare, la sera per esempio ci chiamano, chiedono l’acqua, gliela portiamo e poi magari ne bevono solo un sorso perché?

Dottoressa Cipriano cosa intende per domande di presenza?

Vuol dire qualcosa di più dell’attenzione.

Hanno bisogno di sentirci non solo fisicamente ma soprattutto mentalmente, hanno bisogno di sentire loro dentro di noi. Hanno bisogno di sentirsi sentiti.

Credo che sia capitato ad ogni genitore di vivere un momento di difficoltà a causa del quale siamo meno disponibili, passiamo meno tempo con loro  per una serie di motivi che fanno parte del quotidiano, stress da lavoro, problemi economici, problemi di salute, in questi momenti il bambino pur sentendosi comunque amato, ha la percezione dell’assenza del piacere di stare con lui, e allora può chiedere l’acqua, oppure fare i capricci al momento del pasto.

Qual è la relazione tra capricci e il cibo allora?

I bambini possono manifestare il disagio nel rapporto col cibo anche quando ci sono cambiamenti in atto: un trasloco, l’ingresso al nido, la mamma che riprende il lavoro, problemi di coppia, problemi di salute.

L’importante è interrogarsi sempre e capire che ogni volta che ci sono dei grandi cambiamenti nelle dinamiche riguardanti il cibo bisogna considerare come soggetti attivi sia i genitori sia il bambino che è parte integrante di questa dinamica, proporzionalmente alla sua età e alla sua crescita psichica.

Il rapporto col cibo ha diversi significati e cambia anche in base allo stadio evolutivo, per esempio inizia dall’allattamento momento in cui c’è una grande simbiosi con la madre, prosegue  con lo svezzamento momento in cui avviene la prima vera separazione e spesso le ansie e le difficoltà insorgono perché non sono solo i bambini a dover essere “svezzati” ma anche  le madri, perché devono abituarsi al passaggio da soggetti indispensabili a soggetti disponibili e utili. SI tratta di fare un passo indietro, tra la madre e il bambino comincia ad esserci qualcosa che li separa, che li distingue : un cucchiaino, il piatto. Il rapporto cambia e diventa diverso dal quel sentirsi un tutt’uno come nell’allattamento. La crescita e i cambiamenti non sono processi lineari e scontati, ci possono essere delle battute d’arresto, degli assestamenti, degli adattamenti,  non è solo questione di diversa consistenza del cibo in rapporto al latte, alcuni bambini con lo svezzamento possono avvertire maggiormente la  paura della separazione  e viverla come abbandono. DI solito non è vero che non mangiano in assoluto perché un bambino amato, protetto, accudito non si lascia morire fame, quello che vorrei far capire è che le mamme non devono proiettare  e codificare il mangiar poco, il serrare la bocca come un messaggio di non amore da parte del bambino, come fallimento personale ma piuttosto come richiesta di altro.

I capricci

Per noi adulti rappresentano un comportamento provocatorio, quasi una sfida che ci mette in difficoltà e che hanno lo scopo di crearci disagio.

Per me meglio sono qualcosa di ben più articolato, il bambino attraverso il capriccio ci sta dicendo qualcosa, il capriccio in sé è un atto comunicativo, lo fa con i suoi strumenti quelli che ha disposizione un bambino di 2-3-4 anni che a noi adulti risultano fastidiosi e reagiamo perdendo la pazienza o con le punizioni.

Tutto questo è molto umano io non voglio assolutamente proporre un modello ideale, capita prima o poi a tutti i genitori perché a nostra volta subiamo pressioni, siamo all’interno di un sistema che ci chiede ritmi che sono lontani dalla fisiologia e dai tempi normali di un bambino, torniamo a casa siamo stanchi, abbiamo poco tempo da dedicargli e  quel poco ci auspicheremmo di passarlo in armonia e non reagendo a dei capricci.

L’importante è esserne consapevoli, questo ci permette di aggiustare un po’ il tiro, la domanda che ci deve sempre guidare nel momento in cui vediamo che il bambino fa” capricci” a tavola è: che cosa mi sta comunicando, che messaggio mi sta lanciando?

Ricordatevi che il rapporto con il cibo ha a che fare con l’amore.

La prima esperienza relazionale che facciamo appena nati è all’interno di un’esperienza di nutrimento. Quando nasciamo innanzitutto viviamo quello che alcuni psicologi considerano il trauma della nascita, passiamo  da una situazione omeostatica dove tutto è stabile, i suoni sono attutiti, la percezione di fame non c’è perché abbiamo il cordone ombelicale, la temperatura è costante, ad una situazione, la nascita, in cui tutto questo viene meno.

Però l’istinto del bambino è geneticamente determinato per andare verso il seno materno, ci sono dei video bellissimi in cui si vede che se si posa il bambino appena nato sulla pancia materna , pian piano migra verso il seno e si attacca. Questo fenomeno di migrazione avviene non per fame ma per recuperare quel paradiso perduto, l’omeostasi, la simbiosi. Quando nasce non ha la consapevolezza di sé, la raggiunge in maniera graduale, nel corso di mesi attraverso un’alternanza tra separazione e simbiosi.

La simbiosi si ripropone durante l’allattamento,in quel momento la mamma e il neonato sono un tutt’uno e poi quando finisce la poppata ci si separa, da questa continua alternanza di contatto e separazione, nasce la mente da un punto di vista psichico e quindi la capacità di pensare su di sé e questa nascita psichica sarà la base che ci accompagnerà all’obiettivo massimo che si raggiunge nell’adolescenza: la separazione e l’individuazione di sé rispetto alle relazioni familiari.

Nasciamo psichicamente quindi proprio all’interno della prima esperienza che ci coinvolge di più: la nutrizione. Saremo nutriti al seno o col biberon tante volte al giorno per giorni e per mesi e questa esperienza è la più forte che leghi mamma e figlio, ed è lì che nasce già il concetto di cibo = amore, cioè di comunicazione non verbale, attraverso il cibo passano molte cose, non passa solo l’aspetto nutritivo dei grassi, delle proteine e degli zuccheri passa anche un nutrimento emotivo.

Uno psicologo dei primi del ‘900, Spitz, osservò che i neonati di un orfanotrofio di un paese dell’est che non erano mai stati presi in braccio, mai coccolati ma solo nutriti fisicamente, andavano incontro a gravissimi ritardi psicomotori e alcuni si lasciano morire. Questo dimostra quanto siano intrecciati i bisogni emotivi e nutritivi, quindi il bambino non deve mangiare per soddisfare le aspettative dei genitori, altrimenti si allontana dalla percezione di senso di sazietà che solo il suo corpo può dargli, e allontanandosi non sarà più capace di “sentirsi”.

L’incapacità di percepire il senso di sazietà lo ritroviamo nei disturbi alimentari, quindi è importante ascoltare, è importante non confondere i bisogni emotivi da quelli fisiologici, non diamo il cibo come premio, non diamo il cibo perché il bambino è annoiato  o per farlo stare buono, non utilizziamo queste strategie confusive , il momento del pranzo e della cena devono essere molto chiari, poniamo delle regole, perché le regole danno sicurezza al bambino ma non bisogna insistere né entrare in uno stato d’ansia perché l’insistenza genera resistenza,  e l’ansia è molto contagiosa, spesso i genitori, in particolare le madri caricano di ansia e  di molte aspettative il momento del pasto e il bambino per proteggersi non mangia.

La parola d’ordine è fidarsi della capacità di autoregolazione del bambino e anche accettare il fatto che il discorso del cibo in realtà è qualcosa che riguarda prima di tutto LUI, anche la mamma più brava del mondo non può sapere quello che prova il suo bambino, la fame è una sensazione che ha il bambino.

Vorrei che sia chiaro che percepire il reale bisogno del bambino non  è sinonimo di lassismo, al contrario è importante “creare” il momento del pranzo o della cena come ritmo giornaliero, preparare i pasti insieme, pensarci insieme, andare al supermercato magari scegliendo quelli in cui ci sono anche i carrelli piccoli per coinvolgerli di più, sfidarli per gioco a trovare per esempio” la verdura più rossa di tutte “,inserendo anche la parte sensoriale del cibo.

Facciamoci aiutare nella preparazione, tutti i bambini possono far qualcosa a seconda della loro età, creiamo un clima emotivo positivo, gli rimarrà come modello fino all’età adulta. Non piace forse a tutti noi preparare la cena con gli amici, cucinare insieme, utilizzare quel momento per stare insieme e raccontarsi?

Se iniziamo ad abituarli fin da piccoli alla condivisione della preparazione del pasto creeremo un un momento rilassante e sereno, per far mangiare il bambino non occorre riempire troppo il suo piatto perché il mangiare non è un fatto educativo “finisci tutto per educazione”, ogni porzione deve essere adeguata alla sua età di un bambino e nel momento in cui non gli va più, è inutile insistere.

All’inizio ho affermato che nella dinamica con il cibo sono coinvolti sia il bambino  che i genitori, aggiungo per concludere che ai genitori  spetta il 50% di responsabilità di proporre un’alimentazione sana e di porre delle regole e dei limiti,  ai bambini spetta il restante 50%: la possibilità di essere lasciati liberi di autoregolarsi chiaramente rispettando le regole .

 

Dottoressa Cipriano la ringrazio per questo interessante articolo, so che è molto difficile sradicare l’ansia che attanaglia ogni genitore quando il bambino “mangia poco”, so anche che per abitudine, per stanchezza, per non sentirli urlare prima o poi tutti abbiamo usato il premio, la punizione, la favola, il teatrino per “convincerli” a mangiare.  Gli articoli servono ad informare non a giudicare, in questo difficile-meraviglioso mestiere di genitori si impara strada facendo, si diventa consapevoli a furia di prove ed errori.

Lei ci ha fatto comprendere che il bambino è un soggetto attivo nella dinamica col cibo, insieme a noi, che ha una capacità di autoregolazione, che il rifiuto del cibo va interpretato, che dobbiamo stabilire delle regole e nello stesso tempo permettere al bambino di imparare a percepire la fame, la sete, la sazietà  “ascoltando” sé stesso .

La consapevolezza è sempre il primo passo verso il cambiamento, ora conosciamo meglio questo meraviglioso universo tutto da scoprire che è il bambino.

Adriana Cigni

 

 

 

 

 

Tutte le immagini sono prese dal web.

Dottoressa Paola Cipriano riceve
in Viale Ungheria, 28
20138 Milano
Zona Milano Sud, Corvetto, Corso Lodi.
Santa Giulia
Milano
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Il Valore dell’Arteterapia nei Bambini con Mutismo Selettivo

Scrivendo l’articolo una delle tante cose che mi ha colpito intervistando Matteo Corbetta, è questa: nessun* bambin*, nessun* ragazzin* ha mai sentito il bisogno di abbandonare la sala di arteterapia, anche il più chiuso, il più silenzioso, il più bloccato…
sono rimasta conquistata dalla delicatezza dell’approccio, dalla sensibilità con cui si accoglie
“Per prima cosa mi presento al bambino e spiego in breve il lavoro che verrà fatto, con parole comprensibili e adatte all’età del bambino. Questo è l’impatto, in seguito preferisco comunicare con un canale non verbale e potete immaginare quanto questo sia fondamentale nel caso di bambini con mutismo selettivo. È mia premura rendere il setting in cui “lavoriamo” un luogo accogliente, dove vengano favorite le interazioni e nel quale ci si possa esprimere attraverso il disegno, la creazione di forme e la produzione di immagini. Devo dire che l’approccio ha sempre un esito positivo ed è spesso empatico, malgrado le normali difficoltà di essere in un luogo nuovo con un estraneo. Nessun bambino, in questi anni, ha mai sentito la necessità di uscire dalla stanza di arteterapia. È necessario rispettare i loro tempi, è probabile che in una prima fase il bambino abbia la necessità di tenere sotto controllo ogni movimento del terapista e sia attento agli stimoli contestuali. Con il trascorrere del tempo nella stessa seduta, o in quelle successive, si instaura in modo naturale la relazione con i materiali e con il terapista stesso.

http://www.youreduaction.it/valore-arteterapia-bambini-con-mutismo-selettivo/

Ansia e paura. Tre domande alla Dottoressa Trivelli

Continua il viaggio nel “pianeta ansia”, un tema che riscuote sempre un grande interesse.

Dottoressa Trivelli l’ansia cos’è?

L’ansia è un’emozione secondaria caratterizzata da una serie di sensazioni fisiche come l’aumento della pressione, della tensione muscolare, la sensazione di minaccia, la preoccupazione.  Sia chiaro che di per sé l’ansia non è qualcosa di negativo, al contrario è utile all’adattamento, infatti nel corso dell’evoluzione se l’uomo non avesse mantenuto attive emozioni quali l’ansia e la paura, non si sarebbe evoluto perché non sarebbe riuscito a far fronte a nessuna situazione. Una totale mancanza di paura ne avrebbe provocato l’estinzione e, ancora oggi, non riuscirebbe ad attraversare una strada trafficata se non avvertisse un po’ di paura e di ansia.

Quindi l’ansia in tutti quei momenti in cui dobbiamo affrontare una prova, una situazione in cui sono necessarie concentrazione e attenzione, è una vera e propria un’alleata, perché entro certi limiti     ha la funzione di ottimizzare le funzioni psicofisiche.

Ansia e paura: che cosa le distingue?       

Parliamo di ANSIA quando le persone credono di essere esposte ad una minaccia, più o meno imminente o grave, quando in realtà non è generata specificamente dall’evento minaccioso, ma scaturisce da tutti quei pensieri che facciamo su quello che sta accadendo, su quello che accadrà, o su quello che potrebbe accadere. Inoltre, l’ansia dipende anche da come ci sentiamo noi: adatti o efficaci ad affrontare quella possibile situazione.

Quando invece siamo esposti ad una minaccia reale l’emozione che si scatena viene definita PAURA. Per intenderci se ci troviamo in casa, di notte, sentiamo una finestra sbattere e un tonfo, segno che qualcuno è entrato la sensazione che proviamo è la  paura. Se invece usciamo dimenticando di attivare l’allarme antifurto e con l’incertezza di aver chiuso le finestre, la sensazione che proviamo è ansia.

Ansia e paura differiscono, anche se le reazioni a livello fisico sono più o meno le stesse : tachicardia, sudorazione, respirazione affannosa, nodo alla gola, molto caldo, molto freddo, nel caso del nostro esempio quello che percepiamo nel primo caso è la reazione, la paura di fronte ad un pericolo reale, mentre l’altra è la reazione ansiosa di fronte ad un pericolo percepito.

 

La paura

La paura è sicuramente l’emozione più antica ed è fondamentale per la sopravvivenza, motivo per cui non è stata eliminata nell’evoluzione e nemmeno l’ansia, o la rabbia. La paura la proviamo quando siamo di fronte ad un pericolo e dobbiamo proteggere la nostra vita fisica e psichica, è una risposta mirata e diretta ad un evento specifico o ad un oggetto specifico, e di solito la persona è completamente consapevole della situazione minacciosa.

Dottoressa quindi la paura è qualcosa di tangibile, di più reale  mentre l’ansia?

L’ansia è diversa dalla paura perché si pone l’obbiettivo di affrontare una preoccupazione sulla verificabilità e sull’affrontabilità di un evento futuro,  ma anche se faticose da sperimentare  e da tollerare ansia e paura non sono sensazioni negative, ma hanno un ruolo adattivo.

L’ansia ci aiuta ad individuare   minacce future, e in un ipotetico scenario ci aiuta  premunirci contro di esse progettando le strategie che ci aiuteranno ad affrontare la situazione particolarmente temuta.

Quando sperimentiamo un giusto livello di ansia che rimane nella nostra finestra di tolleranza, questo stato ci permette di essere più performanti, perché produce un effetto di ottimizzazione delle risorse psico-fisiche della persona. Tuttavia nell’uomo, ma anche negli animali, accade che l’ansia superi soglia  di tolleranza, quando è eccessiva anziché ottimizzare le risorse psicofisiche, tende a bloccare l’individuo fino a trasformarsi in panico, diventando quindi patologica perché   la reazione viene generalizzata anche a situazioni neutre, che in realtà non costituiscono affatto una minaccia. Quindi a questo punto usciamo dall’ansia fisiologica ed entriamo nel campo dell’ansia patologica, che va affrontata dal punto di vista clinico e psicoterapeutico

Dottoressa Trivelli in sostanza l’ansia mantenuta a livelli diremmo “normali”, è un’ottima compagna, sollecita le nostre capacità psico-fisiche, ci dà una spinta in più nella concentrazione e nell’affrontare situazioni di lavoro, di studio o di vita quotidiana.

Quando invece per vari motivi, l’ansia supera la soglia di tolleranza allora invece di essere una sollecitazione diventa un blocco che condiziona tutta la nostra vita. Quindi non riusciamo più ad affrontare neanche le minime difficoltà, anzi come dice lei stessa anche le situazioni apparentemente neutre e innocue diventano ostacoli insormontabili.

Alla prossima tappa del nostro viaggio nel “pianeta ansia”.

Articolo di Adriana Cigni

 

 Dottoressa Trivelli
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Conversazioni con la Dottoressa Cipriano: chiedere aiuto non è mai un atto di impotenza ma di responsabilità.

Forse è il caso che ti fai aiutare,

forse dovresti andare da uno psicologo”,

questa è la frase che a volte abbiamo detto, a volte ci siamo sentiti dire.  Qual è la reazione a questo consiglio?

  • Non sono mica matto/a!
  • Non ho bisogno di nessuno, risolvo tutto da solo/a.
  • E poi col tempo tutto si risolve…
  • E che bisogna fare, non c’è soluzione.

Le risposte sono frutto di pregiudizi assurdi che ancora nutrono l’idea che chi va dallo psicologo sia pazzo da legare;

Derivano da un senso di autosufficienza: non si accettano i limiti e il bisogno di aiuto, come se chiedere aiuto fosse sinonimo di debolezza.

Sono anche frutto dell’illusione che il tempo cancelli tutto, mentre spesso il tempo diventa come un tappeto sotto il quale si nasconde la polvere, alla fine diventa una montagna invalicabile.

Il senso di rassegnazione, le cose vanno così, si deve soffrire.

Dottoressa Cipriano cosa possiamo rispondere alla rassegnazione, alla diffidenza e anche alla richiesta di risposte  immediate?

È impossibile dare una risposta netta, precisa “ la sua terapia durerà tot tempo!” Non si può prevedere quanto durerà il lavoro fatto insieme, perché occorre considerare diversi fattori, per esempio se la persona è realmente motivata, se sia venuta da me realmente intenzionata a seguire un percorso e quanto sia forte la sua resistenza al cambiamento; altro elemento importante è la complessità della problematica che non è possibile valutare al primo incontro.

Quando una persona decide di consultare uno psicologo ha già fatto un passo nella consapevolezza e nella cura di sé: si è assunto la  responsabilità della propria vita. Ha preso in mano la propria vita con l’intenzione di agire per cambiarla, senza aspettare che sia gli altri, la famiglia, il compagno lo facciano per lei , è nel circuito della propositività, del possibile, dell’autonomia.

Chiedere aiuto non è mai un atto di impotenza ma di responsabilità.

 

 

 

 

 

 

 

 

Dottoressa molti pensano che l’analisi procuri dipendenza e hanno paura che possa distruggere la vita presente, gli affetti, che possa mettere in discussione i loro rapporti con la famiglia, il marito, la moglie, i figli cosa può rispondere come rassicurare?

Molti  pensano che con il tempo si superi tutto, il tempo inteso come panacea per guarire ogni male questa è una convinzione molto comune e anche molto sbagliata.

Quando ci sono  questioni emotive, delle ferite psicologiche avviene proprio il contrario, le cose non vanno “ a posto da sole”, anzi non c’è alcuna azione dinamica: il tempo lascia le cose ferme.  Se una persona ha  delle cose irrisolte che la fanno star male ogni volta che emergono, non le risolve  mettendole in stand by,  restano e anche se non se ne accorge, continuano  a condizionare la vita, i comportamenti, perché non sono mai state elaborale. Il tempo cronicizza, non cancella.

Uno dei motivi per il quali mi sono realmente appassionata all’EMDR è stato proprio il fatto che questo orientamento riconosce la capacità di autoguarigione del cervello. Se ci pensiamo anche il nostro corpo ha questa capacità, quando siamo attaccati da un virus il corpo automaticamente aumenta la temperatura per distruggere il virus, quindi fa di tutto per riportare tutte le funzioni alla situazione iniziale equilibrata, sana, questo è il compito del sistema immunitario.

Ma anche la mente funziona così! Quante volte la nostra mente si riempie di pensieri negativi, ripercorrendo i  ricordi che ci fanno ancora molto male, perché succede? Perché questa ripetitività? Perché cerca continuamente  di risolverli ! Sono tentativi di  autoguarigione che non vanno a buon fine perché quell’evento probabilmente è stato talmente stressante o traumatico da interrompere il processo di elaborazione. Ecco perché a questo punto  la psicoterapia integrata con l’EMDR, può riattivare quel principio di autoguarigione, e la persona si renderà conto che è la sua mente che risolve il problema, è la mente che riuscirà a portarlo verso  la guarigione e questo che un grande riconoscimento dell’autonomia personale che è in totale contrapposizione con l’idea che la psicoterapia crea dipendenza, si mette in luce questo meccanismo di grande capacità che ha la mente . Tutto il non detto , i segreti familiari creano tantissima sofferenza interiore, è necessario dire, liberarsi, lasciare andare.

 

Tutte le immagini sono state prese nel WEB

 Articolo di Adriana Cigni
Dottoressa Paola Cipriano riceve
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“Il vero sapere è dentro il paziente” Dottoressa Paola Cipriano

È ormai chiaro che il mondo della Psicoterapia mi interessa molto, ho anche la fortuna (non credo sia un caso!)  di conoscere molti/e Psicoterapeuti/e che mi onorano della loro amicizia. Grazie a loro sto esplorando e sviluppando tematiche e argomenti che possono interessare non solo me e la mia crescita personale, ma un po’ tutti coloro che leggono i miei articoli.

Oggi vi presento la Dottoressa Paola Cipriano, io e la Dottoressa ci conosciamo virtualmente e telefonicamente da qualche anno, non ci siamo mai viste ma l’empatia, la simpatia e la mia sana curiosità sul suo lavoro sono scattate subito, con lei svilupperò temi che forse fino ad oggi non ho mai preso veramente in considerazione: quelli riguardanti la psicologia perinatale.

È un viaggio molto interessante parleremo di futuri genitori, o come dice la Dottoressa “del momento in cui il bambino è pensato”,  di gravidanze, di post parto, affronteremo anche temi difficili come il lutto. Ma oggi mi limiterò a presentarla.

D. – Dottoressa Cipriano qual è il suo orientamento terapeutico?

Il mio modello di riferimento è la psicoterapia ad orientamento psicoanalitico relazionale, integrato con la tecnica EMDR.

In questo tipo di psicoterapia si lavora sulla relazione, si pone il focus sulla relazione, su quello che accade tra il terapeuta e il paziente. È inevitabile che all’interno della relazione con il paziente, il terapeuta sia coinvolto, che si metta in gioco come il paziente, ma sia chiaro non allo stesso modo, la relazione ovviamente non è mai simmetrica, il terapeuta è e rimane l’esperto.

Per poter fare un esempio pratico potrei dire che se lo strumento di lavoro del chirurgo è il bisturi (che fra l’altro mette anche il suo modo di operare, modus operandi, che sarà sempre diverso da un altro), lo strumento di lavoro dello psicoterapeuta è sé stesso.

D. – Dottoressa ci spieghi meglio questo concetto.

Per fare questo lavoro ho dovuto seguire un percorso di formazione, un percorso di terapia che mi ha resa consapevole di tutte le mie parti (emozioni, personalità, individualità ecc.), e mi ha dato gli strumenti giusti per poter coinvolgere queste parti nella relazione col paziente, senza che ci siano interferenze negative o disfunzionali.

Io dico sempre al paziente:

Io non ne so più di lei su sé stesso, ma è lei che ne sa di più, il mio obiettivo è aiutarla a tirar fuori quelle consapevolezza e quelle risorse che lei non vede o non riesce a ricontattare in questo momento. Il vero sapere è dentro il paziente.

 D. – Per alcune persone è difficile “guardarsi dentro”, scavare in sé stessi, nel passato, andare a cercare le ragioni del loro malessere, del loro disagio. Preferiscono non andare oltre la propria sofferenza alla quale si sono abituati, che considerano quasi rassicurante, hanno paura di scoprire verità che possano distruggere o rovinare i rapporti sia familiari, sia di coppia. È difficile affrontare a viso aperto la verità, anche se si eviterebbe tanta sofferenza.

Cosa direbbe a queste persone?

La Persona che viene da me è un soggetto responsabile, libero e portatore di risorse e possibilità. Qualcuno ha detto che nessun uomo è un’isola ed è vero, ciò che siamo, quello che viviamo oggi dipende dalla nostra storia personale, dalle relazioni che abbiamo costruito con le nostre prime figure di riferimento e dal nostro personale modo di filtrare tutte le esperienze che abbiamo incontrato nel nostro cammino.  Quando iniziano a manifestarsi sintomi psicologici come attacchi di panico, fobie pensieri ossessivi e ansia vuol dire che la parte più profonda di noi ci sta avvertendo, è un campanello d’allarme, un grido di aiuto interiore, la prova che stiamo soffrendo e quella parte profonda bisogna ascoltarla, farla uscire allo scoperto e prenderne cura. Ecco cosa posso rispondere a queste persone: il sintomo non dovrebbe essere considerato come una maledizione ma come un’opportunità di crescita personale. Se ci si prende cura della propria sofferenza si scopriranno risorse e tesori inestimabili.

Da tempo integro al mio lavoro anche la tecnica dell’EMDR che  permette di dare la giusta importanza anche agli eventi oggettivi che ha vissuto la persona nella sua vita.  A volte ci portiamo dietro problematiche che non sono veramente nostre, disagi e sofferenze e anche eventi traumatici, segreti che si tramandano da genitori e figli,  con l’EMDR si interrompono queste  catene transgenerazionali,si riesce a risolvere in maniera profonda  quegli aspetti traumatici che hanno “attaccato” la sicurezza  di base del nostro sé , e grazie a questa tecnica è  possibile lasciare il passato nel passato e  vivere una vita con le proprio risorse e con maggior libertà rispetto alle ferite del passato

L’EMDR permette di elaborare nel profondo i ricordi traumatici coinvolgendo anche il corpo e le sue sensazioni, favorendo l’integrazione di tutte le componenti del nostro mondo interno: pensieri, emozioni e sensazioni corporee.

D. – So che lei è anche specializzata in psicologia perinatale e poiché per me è un argomento del tutto nuovo, sono veramente felice di poter iniziare con lei un viaggio molto importante che coinvolge sicuramente entrambi i genitori, ma forse ancor più, se mi è concesso un particolare interesse come donna e madre, coinvolge moltissimo il mondo femminile.

Per ora non entriamo nello specifico, come ho detto questa è solo la sua presentazione, in modo che il nostro pubblico sappia di chi stiamo parlando e chi svilupperà i vari argomenti.

Da cosa nasce questo interesse per la psicologia perinatale?

Una donna in gravidanza non è una donna “nuova” che nasce il giorno in cui scopre di essere incinta e diventa “donna in gravidanza”, è una persona, è una  donna che si porta già dentro una sorta di fatica personale, la propria storia di donna e di  figlia,  capita che tutte queste componenti e le  ferite antiche si possano riattivare con la gravidanza e la donna è sì contenta del proprio stato, ma può anche provare altri sentimenti. La nostra società non prende in considerazione, non legittima quest’ambivalenza , facendo sentire spesso le mamme “sbagliate”, basta guardare la pubblicità,  i mass-media , spesso anche il giudizio di altre mamme, tutti si aspettano che la futura mamma sia SEMPRE E COMUNQUE felice, serena .

Ma non si è mai SOLO felici nella gravidanza, si possono provare vari sentimenti : di nostalgia, di malinconia e di fatica,  dubbi, paure, senso di inadeguatezza. Questa parte meno luminosa della gravidanza, questa parte che molte donne si vergognano di far emergere,  per timore del giudizio, mi ha invece stimolata ad approfondire l’area della psicologia perinatale, per contribuire a svilupparla e ampliarla con il mio pensiero . Il mio obiettivo è quello di far venire “alla luce”  (la parte non luminosa esiste e non deve essere nascosta) una visione un po’ più realistica della gravidanza, meno idealizzata e più vicina alle donne , con il mio lavoro e la mia ricerca cerco di  rendere legittima anche la parte non espressa e più faticosa . Incontrando le mamme e ascoltandole tocco da vicino questa discrepanza tra quello che vivono, e quello che la società si aspetta che siano.

Ho così fondato due associazioni, iniziando a collaborare con servizi territoriali di Milano, occupandomi di sostegno in gravidanza, nel post parto e alla coppia genitoriale. Incontrando molte mamme in difficoltà mi sono specializzata anche nella cura della depressione post parto e nella risoluzione del trauma da parto. Proprio per questo nel 2014 ho fondato Asipp-Associazione scientifica italiana psicologia perinatale (www.asipp.it) con la quale mi occupo di formazione per operatori del settore materno infantile conducendo lezioni in corsi di alta formazione e master e interventi di prevenzione, sostegno o psicoterapia per donne e mamme. E sono socia fondatrice di Mei-Mamma e io (www.mammaeio.it) associazione che offre sostegno alla maternità. Conduco gruppi mamma bambino e spazi allattamento oltre che corsi di massaggio infantile.  Sono membro dell’associazione EMDR Italia poiché specializzata nel trattamento dei traumi e del lutto attraverso la tecnica Emdr.

D.- Dottoressa ora le faccio una domanda che pongo sempre, “cosa l’ha spinta a scegliere questa professione?” Sembra una domanda banale ma a mio avviso non lo è, credo che sia un lavoro difficile che coinvolga molto la persona e sono convinta che dietro questa scelta ci siano sempre motivazioni particolari.

Si sceglie una strada, un percorso di vita, una professione per le ragioni più diverse: io ho scelto di diventare psicoterapeuta perché posso tranquillamente affermare che la psicoterapia mi ha salvato la vita. All’età di 18 anni ho sofferto di attacchi di panico, sono andata in terapia, gli attacchi di panico passarono dopo pochi mesi, la terapia è durata anni.

Durante questi anni ho compreso che la comparsa degli attacchi aveva un senso, uno scopo, non erano una disgrazia. Il mio stato di disagio era una delle cose più sane che la mente potesse escogitare in quel momento, era un’opportunità, un segnale, l’ansia arrivava per portare un messaggio. Avevo la possibilità di decifrarlo con l’aiuto di uno psicoterapeuta, da sola non ce l’avrei fatta.

E ci sono riuscita.

Per questo ho deciso che quella sarebbe stata la mia strada.

 

La ringrazio Dottoressa Cipriano so benissimo questo articolo ci dà  solo un’idea del suo lavoro, credo che in futuro potremo sviluppare tantissime tematiche che qui abbiamo solo accennato.

Credo che sia proprio il caso di dire un “a presto”!

Articolo di Adriana Cigni

La dottoressa Paola Cipriano, ha il suo studio a Milano, zona Santa Giulia Rogoredo e Viale Ungheria 28.

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Mutismo selettivo: conosciamolo meglio

Intervista alla Dottoressa Federica Trivelli

Ho già scritto alcuni articoli sul Mutismo Selettivo su Your Edu Action, li ho scritti come persona che si occupa di questo disturbo da molti anni, come traduttrice, editrice e come organizzatrice di Formazioni. Ho sempre specificato che tutte le informazioni e i consigli che diffondo sono il “frutto” di tutto quello che ho imparato dalle Psicoterapeute con le quali ho l’onore di collaborare. Ora credo sia arrivato il momento di approfondire il tema del Mutismo Selettivo, stavolta però intervistando direttamente gli esperti e poiché l’argomento è vastissimo ne parleremo in una serie di articoli. continua su

http://www.youreduaction.it/mutismo-selettivo-questo-sconosciuto/

 

Mutismo selettivo B.E.S. e P.D.P.

 Per la diagnosi di Mutismo Selettivo il P.D.P. non è obbligatorio ma lo ritengo uno strumento veramente importante, una grande opportunità soprattutto per i bambini, perché nel momento in cui viene redatto, vengono stilate tutte quelle modalità operative da attuare in classe, per favorire il benessere del bambino e per aiutarlo a progredire. Ad esempio, ai fini della valutazione possono essere introdotte interrogazioni scritte al posto di quelle orali; può essere introdotto l’uso delle registrazioni; si può dispensare il bambino da prove a tempo; si possono evitare domande troppo aperte o anche dare delle indicazioni molto dettagliate e verificare che la consegna sia stata compresa, perché questi bambini non riescono a chiedere delle spiegazioni. Un’altra modalità operativa efficace è l’introduzione di prove con una gradualità nella difficoltà, detta anche “partenza facilitata”, inserire un esempio nei primi esercizi in modo che possano avere un modello di riferimento. E nelle valutazioni di fine ciclo consentire l’utilizzo del Power Point, con la voce registrata.

continua su

http://www.youreduaction.it/piano-didattico-personalizzato-mutismo-selettivo/

 

Mutismo selettivo e scuola

Intervista alla Dottoressa Federica Trivelli

Questo è un concetto molto interessante, infatti mi capita spesso di ricevere mail e messaggi di genitori e/o insegnanti che non riescono a comprendere come mai il bambino parli appena varcata la soglia della classe, a mensa, oppure addirittura con una compagna solo nel cortile ma non in classe. Che strategie devono attuare gli insegnanti per aiutare i bambini?

Ci sono diverse strategie che gli insegnanti possono mettere in atto per aiutare i bambini ad abbassare i livelli d’ansia e per far uscire le parole, ma ci sono anche comportamenti che gli insegnanti devono evitare e forse potremmo iniziare da questi: continua su

http://www.youreduaction.it/migliori-consigli-esperta-superare-il-mutismo-selettivo/

Studio S.m.a.i.l. (Selectiv Mutism and Anxiety Italian Lab) conosciamoli meglio

https://ilblogdiadri.altervista.org/2018/01/larteterapia-ovvero-disegno-non-peculiarita-dei-bambini-riappropriamoci-della-nostra-creativita/

https://ilblogdiadri.altervista.org/2018/01/sintomo-visto-la-miglior-soluzione-possibile-trovata-dalla-persona-mantenere-equilibrio-sistema/

La dottoressa Daniela Tagliabue, una vera e propria professionista multitasking, ci spiega alcuni concetti importanti.

“…ho capito che questo, è l’unico lavoro che avrei voluto fare.” Dottoressa Federica Trivelli Psicoterapeuta a Torino

La dottoressa Daniela Tagliabue, una vera e propria professionista multitasking, ci spiega alcuni concetti importanti.

Dottoressa Tagliabue continuo con lei la serie di interviste che aiutano me e i lettori a comprendere meglio il mondo della Psicoterapia, lei è una Psicologa Psicoterapeuta a quale approccio terapeutico fa riferimento?

Si, io sono Psicologa Psicoterapeuta, la mia specializzazione è la Psicoterapia breve integrata, intendiamoci breve non è sinonimo di “corta” ma di “focale”. Mi spiego meglio: questo tipo di psicoterapia si basa sul riconoscimento e sull’individuazione di un focus e la risoluzione di questo, sicuramente non è una psicoterapia che dura in maniera continuativa per tutta la vita, io la considero pratica e moderna.

Dottoressa cosa s’intende per focus e per integrata?

Per focus s’intende un momento di bisogno, di impasse del paziente, di difficoltà emotiva e si lavora per la sua risoluzione. Integrata perché si rifà al modello della psicoterapia breve post –freudiana dinamica e al modello di riferimento teorico della psicoterapia cognitivo comportamentale e infine al modello integrato secondo la teoria del ciclo di vita di Ericksonn. Senza entrare troppo nel dettaglio, questa pratica mi permette di effettuare una psicoterapia dinamica breve, o cognitivo comportamentale breve o una terapia integrata, a seconda della situazione della personalità del paziente e della fase del ciclo di vita che sta attraversando.

Per prima cosa cerco di individuare la problematica, il bisogno del paziente, quello che chiamo “focus”, circoscritto alla personalità del paziente; alla sua situazione in quel momento e alla fase del ciclo di vita e nella terapia posso utilizzare le tecniche appartenenti ai diversi orientamenti teorici, calibrandole a seconda del momento e dell’utilità. Io la ritengo una metodologia molto moderna e vincente perché mi permette di ritagliare, modellare sul paziente il tipo di terapia più adatta, senza rinchiuderlo e fissarlo in una pratica rigida e specifica. I primi incontri sono quelli che aiutano a riconoscere la problematica del paziente, il motivo per cui ha fatto ricorso alla Psicoterapia, per velocizzare i tempi si possono usare i test che danno un “fotografia” attuale del paziente e mi permettono di capirlo meglio,inoltre mi forniscono elementi essenziali per arrivare al focus  e per poterlo poi risolvere. È evidente che data la mia formazione ho scelto un tipo di psicoterapia che mettesse in risalto l’efficacia degli strumenti testistici. È una psicoterapia di tipo individuale ed è rivolta sia ai bambini, agli adolescenti che agli adulti.

Dottoressa Tagliabue come è nato l’interesse, possiamo definirla “passione”, per la psicoterapia? Cosa o chi l’ha spinta a svolgere questa professione? Lei lavora molto con la psicodiagnostica che utilizza i test, possiamo tranquillamente affermare che è un’ esperta in questo campo, ci racconti come è scaturita questa specifica.

Il mio interesse per la Psicoterapia è nato già dal liceo, infatti non ho avuto esitazioni e mi sono iscritta subito a Psicologia, ero spinta dalla passione per le relazioni, le dinamiche affettive e tutto quello che c’era dietro. Ovviamente ero anche attirata dalla prospettiva di poter aiutare persone in condizioni di disagio. Dopo diversi anni di studi, sono entrata nel mondo della testitica, grazie alla tesi sperimentale, per la laurea magistrale in Psicologia Clinica, con la quale ho contribuito alla standardizzazione del test TEMAS (Tell me a story). Un test proiettivo rivolto a bambini dai 6 agli 11 anni per l’analisi delle personalità e delle emozioni, un lavoro che mi ha appassionata, interessante e anche molto attuale perché questo strumento ha la caratteristica di essere multiculturale. Quindi da questo lavoro sul campo effettuato durante la tesi ho capito che dovevo sviluppare e perfezionare la mia passione per i test e infatti è diventato il mio ambito di lavoro: la psicodiagnostica e l’uso degli strumenti testistici. Ho perfezionato questo mio interesse con alcuni master e scuole di specializzazione perché il mio scopo era poter utilizzare differenti test sia cognitivi sia proiettivi. Solo per citarne alcuni:

le Scale Wechsler per la valutazione dell’intelligenza, WAIS (Wechsler adult intelligence scale) per adulti. WISC (Wechsler intelligence scale for children) per 6 – 16 anni e per i più piccoli sotto 6 anni WIPPSI.

 

 

Altri test cognitivi: le Matrici Progressive di Raven e il test TINV (test intelligenza non verbale). Alcuni test proiettivi per personalità : Blacky Pictures, TAT (Thematic apperception test) e il più famoso il test delle macchie di Rorschach.

La ringrazio Dottoressa Tagliabue credo che abbiamo materiale per tantissimi articoli che dovremo sicuramente sviluppare. In quali altri ambiti si sviluppa il suo lavoro?

Oltre alla psicoterapia vera e propria mi occupo anche di consulenze psicologiche, negli ultimi anni sto lavorando moltissimo sull’ansia, problematica dei nostri tempi che riguarda tutti, sia i bambini che gli adulti . Proprio rispetto all’ansia ho ampliato le mie competenze, non utilizzo solo la Psicoterapia, infatti, da circa 5-6 anni ho intrapreso un percorso di formazione nell’ambito delle tecniche  di rilassamento come il Training Autogeno e ora ricevo sia in sedute individuali che collettive (è già in programma un altro articolo su questo argomento!). Poi ovviamente mi occupo di psicodiagnostica con i test che è veramente quello che potrei considerare il mio “pane quotidiano”, da test cognitivi di livello (quelli per intenderci che valutano il QI, il quoziente intellettive della persona) a test della personalità, anche i test della carta e matita e proiettivi.

Ci sono migliaia di test, io credo che non esista un test migliore di un altro; quello che rende efficace un test è la persona che sottopone il test al paziente, questo è  l’elemento più importante, più che buon test parlerei di buon diagnosta. Il buon testista deve essere sicuramente, preparato, specializzato nell’utilizzo, nell’ interpretazione, nell’analisi e nello scoring perché questa parte è rigorosamente scientifica, ma accanto a questo il “buon diagnosta” deve anche sapere quando, come e con chi utilizzare il test, deve avere ben preciso lo scopo. I test ampliano la conoscenza, possono darci tantissime informazioni, dipende da quello che cerchiamo e come lo cerchiamo!  È un modo molto veloce per entrare nel profondo del paziente, per tirar fuori non solo delle  problematiche, ma anche risorse che spesso neanche lui conosce, ma bisogna avere la capacità di interpretare i risultati del test.(La dottoressa Tagliabue è una fonte inesauribile di nuovi spunti! nota di Adriana).

Nella mia pratica quotidiana applico i principi dell’ Assessment (s’intende la valutazione globale della persona) in un ottica collaborativa: il test deve avere un carattere collaborativo, ossia il paziente non è una cavia, ma è il protagonista principale ed è coinvolto al 100%, non c‘è un testista che sta in alto e il paziente che sta in basso, la relazione deve essere collaborativa  e simmetrica, solo in questo modo riesco a lavorare con il paziente.

Altro argomento di cui mi occupo e che spero approfondiremo con altri articoli sono i D.S.A., i Disturbi Specifici dell’Apprendimento. Una tematica che negli ultimi anni è oggetto di moltissimi dibattiti e discussione e di grande attenzione.  C’è una legislazione a riguardo ed è la prima volta che una tematica del genere, abbia avuto un tale risalto all’interno delle scuole al punto da diventare l’oggetto di una legislazione scolastica. Se ne parla tanto ma forse non tutti ne conoscono veramente i particolari.

In Lombardia le ASL hanno decretato che per stabilire l’effettiva presenza di un disturbo dell’apprendimento occorre un’equipe multiprofessionale rappresentata da uno psicologo, uno neuropsichiatra infantile e un logopedista, e quindi io a Milano e nella provincia di Monza e Brianza  collaboro con vari gruppi di lavoro. Io non ho uno studio “mio”, preferisco il lavoro di squadra: la mia è una vera e propria scelta e filosofia di vita, è il mio modo  d’intendere il lavoro. Collaboro con tantissime figure professionali, mie colleghi, psicomotricisti, psichiatri, logopedisti, in vari studi sparsi tra Milano e Monza, per me lavorare è scambiare informazioni con altre discipline, conoscere diverse prospettive. Penso che questo renda sicuramente più complesso il mio lavoro, ma al contempo lo semplifichi, sicuramente lo arricchisca!

E per finire vorrei parlare di un’altra attività che è ultima  nel senso cronologico perchè è cominciata da poco, ma  non certo per importanza: insegno all’interno del corso “Esercitazioni pratiche guidate (EPG)”, all’Università Cattolica del Sacro Cuore  di  Milano, agli studenti del 3 anno della Facoltà di Scienze e Tecniche Psicologiche. Mi piace molto perché ho la possibilità di confrontarmi con le future generazione di psicologi e poi il fatto di lavorare nell’Università mi permette di  restare sempre aggiornata e al passo con le novità della mia professione.

Lei si occupa anche di Mutismo Selettivo (MS), non sono moltissimi gli Psicoterapeuti esperti di questo disturbo poco conosciuto, qual è stato il percorso che l’ha portata ad occuparsene?

Il mio incontro con il MS è stato casuale, nel 2012 ho incontrato la Dottoressa Claudia Gorla (psicoterapeuta massima esperta in Italia di MS) in situazioni extra- lavorative e da una piacevole conversazione ho scoperto che stava cercando un’esperta di testistica e psicodiagnostica nell’ambito del MS, così ho iniziato ad affiancarla, a collaborare con lei fino ad prendere in carico direttamente i pazienti.

Per quanto riguarda i bambini con MS  oltre  alla terapia pongo particolare attenzione anche l’impatto che ha l’ansia sul rendimento scolastico.

Lei sa che l’informazione sul Mutismo Selettivo è ancora insufficiente, non crede che sarebbe utile organizzare dei seminari in modo da avere un diretto contatto con i docenti e con i genitori?

Sicuramente! Il MS è una tematica purtroppo ancora poco conosciuta. A Milano è già in programma una Formazione il 3 marzo a cui prenderò parte.

Ma in una città così grande e in un hinterland così importante un solo seminario non potrà certo essere sufficiente, sollecitiamo le scuole a contattarci per invitarci a parlare di Mutismo Selettivo.

Per contattare la Dottoressa Tagliabue            

3407712729

Cesano Maderno, presso il centro Mediplus via Val Gardena 2

Milano,     Studio 3 in Piazza Wagner 3

Spazio Zurigo 28, in via Zurigo 28

Scrivere a

[email protected]

Per organizzare seminari sul Mutismo Selettivo e altri argomenti potete scrivere anche a me

[email protected]

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A.A.A. Una storia di un ragazzino o di una ragazzina cercasi

Si leggono tante cose sugli adolescenti. Io che vivo un po’ sospesa tra il paese in cui risiedo e il mio, quello a cui appartengo per nascita e per radici, leggo, cerco di conoscere, informarmi e non assorbire solo la negatività, i pericoli, i rischi che una giovane persona può vivere oggi.
Ho un figlio adolescente devo credere in lui, devo capire. È difficile per me come per qualsiasi genitore, tutto quello vissuto prima sembra facile, eppure avevamo la responsabilità totale di una vita.
Oggi guardavo mio figlio, e pensavo che tutti i ragazzini della sua età vivono un momento delicatissimo, se si voltano indietro intravedono ancora l’infanzia, la grande protezione , i giochi, i viaggi, le vacanze , mamma e papà presenti, solidi, perfetti.
Dall’altra parte c’è l’indipendenza, la fatica  e il piacere di dover cominciare scegliere, il mondo, la scoperta di cose nuove belle, brutte, oscure, luminose. Mamma e papà non sono più perfetti e nemmeno immortali e non capiscono sempre tutto che provano, non anticipano più ogni minimo respiro. Sono altro da loro.
C’è la scoperta dell’amore per alcuni, per altri ancora no c’è l’amicizia come grande sentimento.
Se chiudo gli occhi io MI ricordo a 14 anni, perfettamente.Kandinsky "Arco e freccia"
L’adolescenza è una fase naturale della vita, non una patologia, è l’età in cui sono tesi come le frecce, come dice Gibran, pronti a  lanciarsi verso la vita. Non possono essere simili a noi ma possiamo ricordare come eravamo per comprenderli.
Sappiamo cosa c’è là fuori, ricordiamo come noi stessi siamo riusciti a camminare nella vita evitando (o meno) come in uno slalom i vari pericoli.
Se siamo qui, io a scrivere e voi a leggere vuol dire che ce l’abbiamo fatta. Non siamo guerrieri nel senso estremo della parola, o meglio siamo guerrieri armati di fantasia, di voglia di vivere e di sana curiosità e di quel minimo di amore per noi stessi che ci ha permesso di non gettarci in avventure senza ritorno.
Rappresentare la realtà è giusto, ma mettere il luce solo quello che c’è di inquietante, preoccupante, pericoloso tra i giovanissimi non credo che sia giusto. Non credo che sia la strada giusta. C’è un mondo non parallelo, ma qui presente, abitatissimo di ragazzini che vivono situazioni di quotidiana normalità,  che sembrano non esistere nell’immaginario mediatico. Io credo nella forza del messaggio positivo e so quanto possa essere incisivo. Ho contatti giornalieri con genitori e insegnanti conosco le difficoltà, le conosco benissimo. Non ho voglia di vendere libri che vadano a nutrire l’incertezza e la tristezza. Cerco una storia che parli di un ragazzino o una ragazzina  come tutti, che abbia gli occhi bene aperti sul mondo ma che non sia forzatamente sempre vittima, vorrei che si parlasse di bullismo che non è solo rappresentato dal compagno che ti picchia, o ti ricatta ma anche da quello che pratica un bullismo meno violento ma quotidiano, che ti chiede il foglio, la penna, che ti macchia la giacca col bianchetto (si usa da voi? Io vivo in Francia). Vorrei raccontare la storia di un ragazzino ironico e sensibile  che non sopravvive al suo tempo ma vive, combattendo la sua battaglia giornaliera.
Non è vero che tutte le storie a lieto fine sono irreali!
Che messaggio inviamo ai giovani, che non c’è speranza? Che si vive perennemente infelici?
Se qualcuno ha voglia di provare a scrivere una storia, anzi tante storie di un unico personaggio  A.G.Editions sarà felice di leggere la vostra proposta editoriale.
I vostri figli
I vostri figli non sono figli vostri… sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.
Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell’avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.
Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tiene tesi con tutto il suoi vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell’Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l’arco che rimane saldo.

Raccolta di articoli sul mutismo selettivo: l’adolescenza

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“È difficile sentirsi come gli altri, fare le cose che fanno gli altri quando non si ha la voce per esprimersi: è difficile avere degli amici, uscire, andare al cinema. Un giorno anch’io avrò diritto alla felicità, vivrò come tutti gli altri. Sono una giovane donna che ha tante passioni (la danza, la pittura), dei sogni, una voglia di vita come tutte le ragazze della mia età. Vorrei essere indipendente, libera disinvolta e invece mi sento invisibile agli occhi del mondo

“Non so perché ma sono prigioniera di questo silenzio profondo e malsano, di questa paura di parlare che mi fa sentire sola e indifesa.

Quando devo parlare la mia voce si ferma, sale la paura, mi ritrovo chiusa in una bolla… Mi sento diversa, strana, diversa, diversa da tutti a volte mi sento frustrata ma anche arrabbiata, soffro e sono triste. Vorrei tanto parlare, rispondere alle vostre domande senza avere paura, senza dover scrivere le risposte anche per un sì o un no. È come se avessi dentro un mostro che mi trattiene e mi chiude in una scatola chiusa a chiave che non riesco ad aprire: ma dov’è questa chiave? Mi sento inutile.”

Chi parla è A. una ragazza francese, la conosco da tempo ho avuto il suo consenso per riportare le sue parole in questo articolo. Sono parole troppo pesanti per una giovane ragazza che dovrebbe vivere la vita ancora con leggerezza. Sono parole che evocano solitudine e una vita anacronistica rispetto alla propria età.”    CONTINUA LA LETTURA SU       http://www.youreduaction.it/quando-mutismo-selettivo-oltrepassa-adolescenza/

 

 

Cos’è il Mutismo Selettivo?

Il Mutismo Selettivo (in seguito MS) è un disturbo d’ansia dell’infanzia. Un bambino con MS, sebbene in casa o in contesti familiari riesca a parlare normalmente, non riesce farlo in altre situazioni nelle quali ci si aspetterebbe lo facesse. Ad esempio a scuola presenta difficoltà nell’iniziare spontaneamente la conversazione o nel rispondere alle domande poste dagli altri.

Il Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali, quinta edizione, DSM-5, Raffaello Cortina Editore, 2013 e la “Classificazione Statistica Internazionale delle Malattie e dei Problemi Sanitari Correlati” (ICD-10) descrivono l’incapacità di esprimersi liberamente come non dovuta a particolari deficit cognitivi o a immaturità del sistema linguistico, né ad inabilità legate al processo di articolazione ed espressione linguistica. L’anomalia interferisce con i risultati scolastici e con la comunicazione sociale. (da Senza parole – Bambini diversi in contesti diversi – mutismo selettivo -Libro pratico per genitori e insegnanti)

Gentili Insegnanti, il mutismo selettivo è….

Gentili Insegnanti,
l’insegnante è colui che “insegna ad imparare” ovunque nel mondo. E’ il primo approccio con il mondo esterno, è l’autorità extrafamiliare. A volte laddove c’è un vuoto culturale, uno sfascio familiare siete l’unico riferimento “sano” del bambino o del ragazzo.
Conoscevo già la vostra importanza e ora che lavoro sia in Francia che in Italia, scopro che non vi è differenza. La scuola è cruciale. Un bambino in difficoltà è un cucciolo smarrito, un ragazzo o una ragazza in difficoltà “sono anime perse”.

Da anni mi occupo di mutismo selettivo, un disturbo legato all’ansia che si manifesta nel bambino, nell’adolescente o nel ragazzo nell’impossibilità di parlare in alcune situazioni  in cui non si sente a suo agio, in particolare modo la scuola, mentre può farlo senza problemi  in famiglia o in situazioni in cui invece è perfettamente a suo agio.

Nel mio “viaggio” nell’universo del mutismo selettivo incontro bambini senza alcun problema di apprendimento non valutati, perché non si sono trovate alternative all’interrogazione orale, adolescenti isolate in classe, che interrompono gli studi alle medie. Leggo di ragazzi rosi dalla fobia sociale, impossibilitati a parlare costretti a chiedere scusa.
Un’azione così banale che per loro è come scalare l’Everest soffrendo di vertigini.
Care/cari insegnanti, lo so che avete classi sovraffollate, che lavorate tantissimo ma senza la vostra collaborazione i bambini, i ragazzi in difficoltà non ce la possono fare. Quel bambino là in fondo alla classe che non parla, che non gioca , che non partecipa, che non riuscite a “valutare”, quella ragazza che vuole scrivervi le risposte, anche se si trova proprio davanti a voi, dietro il loro silenzio hanno miliardi di parole che si rifiutano di uscire, arcobaleni di emozioni, desideri di vita immensi. E’ sacrosanto, è normale che non siate informati , ma se i genitori vi danno informazioni, valutatele. Se vi consigliano dei libri LEGGETELI!

Questi bambini e ragazzi voi li vedete come i loro genitori non li hanno visti, probabilmente, mai. Voi conoscete il loro silenzio. Il vostro è un mestiere difficilissimo, con un grande carico di responsabilità. Ci vuole un equilibrio psicologico immenso per gestire tante vite in ebollizione e certo i bambini con difficoltà non vi rendono la vita facile. Ma se vi scrivo è perché sono convinta che se esiste una collaborazione stretta e attiva tra voi-famiglia -terapeuta, il bambino in questione o il ragazzo avranno molte più possibilità di progredire nella vita. Non dico di parlare, ma progredire, acquistare fiducia in se stessi.

Adriana Cigni

Il libro sarà disponibile tra qualche giorno potete prenotarlo

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Come un corridore

Sono genitore di una bambina dell’età di 6 anni che soffre di Mutismo Selettivo.

All’inizio non sapevo cosa fosse questo disturbo e quando ho iniziato a documentarmi  il primo pensiero è stato: non è possibile sarà un altro problema, mia figlia non può soffrire di questo disturbo.

In realtà, molte cose coincidevano, molti comportamenti della mia bambina corrispondevano alla sintomatologia tipica del disturbo, non restava quindi che chiedere il parere e la conferma da un’esperta, mi sono rivolto ad  una Neuropsichiatra che ha confermato i miei dubbi.

Non mi sono scoraggiato, a differenza di mia moglie che si sentiva demoralizzata perché cercava  di trovare le risposte o le cause che avessero determinare tutto questo, come accade spesso quando un figlio vive una difficoltà, si cerca le responsabilità nell’uno o nell’altro di noi genitori.

Non potevo stare fermo, ho  cercato su Internet i migliori specialisti, ho letto libri sull’argomento.

Una grande forza mi spingeva a dire a me stesso: non arrenderti, ci riuscirai.

Ho incoraggiato mia moglie, le ho detto restiamo uniti e fiduciosi, prima o poi nostra figlia uscirà dal suo silenzio, ho cercato a modo mio di applicare piccole tecniche riportate sul libro della Dottoressa Shipon- Blum,   per esempio al risveglio per mitigare l’ansia prima di andare a scuola,  quando non aveba molta voglia di andare,  facevamo una gara scherzosa in bagno per  chi riusciva a vestirsi per primo.

È ormai un anno che la mia bambina è seguita da una Dottoressa e i progressi si vedono, inutile negarlo è un percorso faticoso per noi e per lei, che spesso si sente demotivata ci sono dei momenti in cui vorremmo mandare  tutto in aria, perdiamo la speranza. Ma sono momenti, poi passano.

Continuo a credere che tutto si risolverà a volte mi viene in mente la corsa di un corridore bendato che non si rende conto del tempo e della distanza che deve ancora percorrere per raggiungere il traguardo, ma corre perché ha fiducia e sa che ci arriverà. Ecco io mi sento un po’ così senza misurare il tempo o le difficoltà che trovo sul percorso so che  la mia bambina parlerà .camminata

E trasmetto questa certezza anche a lei. Almeno ci provo.

Da qualche tempo qualcosa è cambiato, l’incontro con l’associazione Milla ONLUS e il Mutismo Selettivo In-Formazione TOUR mi  ha fatto capire che non siamo soli,   da questo incontro per ora virtuale  è nato  un meraviglioso progetto che vede realizzarsi per la prima volta in Sicilia a Palermo una giornata di formazione, sembrava quasi impossibile da realizzarsi e invece a due mesi dall’evento abbiamo avuto un’adesione straordinaria.

Questa è la mia esperienza, spero che possa risultare utile anche ad altri genitori.

Vincenzo Petitto

 

Immagine presa dal web

 

Senza parole #Mutismo selettivo #StudioSmail

Libri e Mutismo selettivo

Per me tutto è cominciato nel 2010 anno in cui è uscito il primo libro della scuola americana, libro che ho avuto il piacere di tradurre in italiano nel quale finalmente il MUTISMO SELETTIVO veniva considerato un disturbo legato all’ansia. Da allora ne sono accadute di cose: ko creato la mia casa editrice e ho pubblicato altri  libri su su questo argomento che spero abbiano contribuito a diffondere l’informazione sull’MS.

 

Senza parole

Bambini diversi in contesti diversi

Mutismo Selettivo

Libro pratico per genitori e insegnanti

Autrici

Claudia Gorla          Simona Ius      Federica Trivelli

Alle dottoresse ho fatto solo due semplici domande.

Perché avete deciso di scrivere questo libro?

A chi è rivolto?

“Nel nostro lavoro di terapeute crediamo fermamente nella necessità di fare squadra con genitori, insegnanti e altri adulti di riferimento dei bambini. Spesso ci viene chiesto di fornire strumenti per raggiungere tutti; da qui l’idea di un libro che descriva il sintomo e proponga strategie pratiche che possano essere adottate da tutti gli attori del sistema che include il bambino. Abbiamo scelto di dare un taglio divulgativo perché il nostro principale interesse è raggiungere non solo l’insegnante specializzato, ma anche il nonno pensionato, la mamma, il papà e l’allenatore di calcio… e contemporaneamente risponde alla necessità di noi terapeute di andare oltre il perché e concentrare gli sforzi su come stare meglio.

Il ms a volte viene erroneamente attribuito ad un comportamento di opposizione e rifiuto, con questo libro proseguiamo lo sforzo, che portiamo avanti da anni, per aiutare a leggere questi silenzi come effetto di un’ansia paralizzante.

Durante la stesura spesso avevamo la sensazione che i nostri piccoli pazienti facessero capolino dalle pagine che stavamo scrivendo e abbiamo deciso di lasciarglielo fare, perché speriamo che in questo libro si leggano la passione per il nostro lavoro e l’affetto per le famiglie che abbiamo seguito e che seguiamo.”

Ringrazio la Dottoressa Gorla, la Dottoressa Ius e la Dottoressa Trivelli per questa risposta semplice e significativa.

Spero che questo libro trovi spazio nelle biblioteche delle scuole, nelle sale d’attesa degli Psicoterapeuti, dei Pediatri, dei Medici in generale, nelle librerie degli insegnanti, degli studenti di Psicologia, delle famiglie che hanno un figlio o una figlia che soffre di mutismo selettivo.

Ora tocca a voi.

il libro potete ordinarlo in libreria

su amazon.it

 

Adriana Cigni

Ringrazio le Dottoresse Gorla-Ius-Trivelli per aver riposto la loro fiducia nella mia casa editrice.

Ringrazio Matteo Corbetta per le illustrazioni del libro e per quella della copertina che con semplicità e tratto delicato è riuscito a darci l’espressione e la postura del bambino in contesti diversi.

Ringrazio Open Art di Chiara Bruti che collabora con me con una pazienza incredibile e una gentilezza assai rara .

Ringrazio Giuseppe Testi per il suo occhio infallibile, e la sua capacità di scorgere errori che nessuno nota, oltre che un sostegno affettivo è anche un valido collaboratore.

Ora tocca a voi.

Riccardo, una storia di mutismo selettivo a lieto fine.

Una storia vera, quella di Riccardo, raccontata da chi ha una vasta esperienza di MS.
Valérie Marschall è la Presidente di Ouvrir la voix, l’associazione francese che per prima credo in Europa ha riunito genitori e  dato il via all’informazione sul MS.
Riccardo è suo figlio, non che lui ami essere ricordato o citato, i disegni e gli pseudonimi in francese e in italiano ne proteggono  l’identità. Oggi ha quasi 15 anni, ha altro a cui pensare il mutismo selettivo è qualcosa che interessa sua madre ormai…lui l’ha superato da tanti anni che forse l’ha anche un po’ dimenticato.

                                               CARISSIMI INSEGNANTI

mutismo selettivo 05

Se in classe avete alunni che non parlano, se il silenzio perdura per molto tempo, dopo aver letto questo libro potrete avere almeno il sospetto che si tratti di ms, certamente non sta a voi diagnosticare  e non dovete caricarvi di altre responsabilità.
Avvertite i genitori, consigliate loro di rivolgersi ad uno specialista, fate equipe, fate in modo che il bambino si senta compreso, come diciamo sempre “il problema non è parlare, il problema  è l’ansia”.
 Il libro lo potete ordinare in libreria
direttamente a me scrivendomi a [email protected]
oppure su amazon.it
dove trovate anche la version e-Book
Il costo ?
12.50€ per il libro
7€ per la versione e-Book

 

Quando la coppia non riesce più a parlare: 5 cose che devi sapere. Dr. Claudio Cecchi

Quando la coppia non riesce più a parlare: 5 cose che devi sapere

Uno dei metodi più efficaci per imparare a dialogare efficacemente con il nostro partner consiste proprio dal trarre profitto dai nostri errori comunicativi più frequenti. In altri termini, come suggerisce l’anitica saggezza cinese, “se vuoi drizzare una cosa, devi prima imparare tutti modi per storcerla di più“. Quali sono gli errori comunicativi più diffusi all’interno della coppia? Ecco alcuni degli ingredienti considerati perlopiù fatali:njetwork182

  • PUNTUALIZZARE: Poche cose sono così fastidiose come sentirsi sempre spiegare e precisare come stanno le cose e come dovrebbero essere per funzionare meglio. Analizzare e discutere a livello razionale qualcosa che ha a che fare soprattutto con le sensazioni, le emozioni ed i sentimenti, impoverisce il legame;
  • RECRIMINARE: Quando ad essere puntualizzate sono le responsabilità e le colpe del partner, si può parlare di recriminazione. Chi recrimina, il più delle volte, finisce per colpevolizzare. E poiché nessuno desidera sentirsi puntualmente in colpa, tali tentativi finiscono per essere spesso vani e distruttivi;
  • RINFACCIARE: Rispetto alle precedenti, colui che rinfaccia si pone spesso come vittima e utilizza la propria sofferenza per indurre l’altro al cambiamento. Poiché chi si pone come vittima crea spesso i suoi aguzzini, anche questo intento risulta frequentemente vano, inasprendo il disagio emotivo;
  • PREDICARE: Chi si avvale della predica trasporta nella relazione i canoni del sermone morale e religioso. Spesso parte da ciò che è giusto o no a livello morale e lo utilizza per criticare il comportamento altrui, finendo per provocare nel partner rabbia e ribellione;
  • BIASIMARE: E’ un ottimo modo per non far senire mai sufficiente la propria dolce metà. Colui che biasima è solitamente una persona perfezionista ed ha come una lente d’ingrandimento su tutto ciò che si distacca anche minimamente dai propri standard o dalle proprie aspettative.

Dialogare efficacemente è una vera e propria arte e, come tale, può essere quotidianamente allenata. Magari cominciando proprio con quelle persone che sono più facilmente sotto tiro. La nostra relazione ed il nostro partner ne saranno enormemente grati.

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L’egoismo non consiste nel vivere come ci pare, ma nell’esigere che gli altri vivano come pare a noi” O.Wilde

Famiglia: Di che modello sei? Dr. Claudio Cecchi

Già nel 1948, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo definiva la famiglia come “l’elemento fondamentale e naturale della nostra società“. Se a ciò aggiungiamo che l’essere umano è per natura sociale, quindi non programmato per stare solo, dovremmo considerare la famiglia addirittura come parte della natura stessa dell’uomo.association-des-familles-de-roubaix-et-environs

La descrizione delle varie tipologie di famiglia, in relazione ai diversi stili educativi nei confronti dei figli, è stata ampiamente studiata. Le ultime ricerche-intervento in materia hanno individuato alcuni modelli che non possiamo definire sani o patologici di per sé, bensì in grado di rappresentare una risorsa per la crescita e lo sviluppo dei figli, così come un ostacolo o un impedimento se irrigiditi nelle loro caratteristiche interattive e relazionali.

Da un punto di vista psicologico orientato alle soluzioni, se è vero che modalità comunicative e relazionali irrigidite possono portare alla “malattia” del sistema familiare, è altrettanto vero che riorientando tali modalità è possibile arrivare rapidamente alla “salute” del sistema stesso e dei suoi protagonisti, andando a riequilibrare ciò che prima sembrava totalmente compromesso.

Ma quali sono e che caratteristiche hanno i modelli familiari maggiormente diffusi nel nostro Paese? Dal mio punto di vista, ne esistono 4 ben più diffusi rispetto agli altri. Proviamo a fare un piccolo passo all’interno di questo Universo, cercando di suggerire una riflessione sul proprio modello e stile familiare, così da poter scoprire non come cambiarlo, ma come utilizzare al meglio le nostre risorse.

  • Modello Iperprotettivo: Il vero obiettivo dei genitori è cercare di rendere più facile possibile la vita dei figli. Babbo e mamma si adoperano per eliminare loro ogni ostacolo, affiancandoli o sostituendoli nel fronteggiamento delle difficoltà, al fine di poterli far vivere al meglio. Non sono rare espressioni quali: “Dicci cosa ti manca e te lo procureremo noi” oppure “Lascia stare, ci pensiamo noi“. Generalmente, dietro a queste buone intenzioni, si cela un messaggio piuttosto pesante e squalificante per il figlio. Se da un lato, questo può percepire amore e protezione – dall’altro – il costante aiuto alimenta il suo senso d’incapacità personale, per il quale non riesce più a fare niente senza l’intervento dei suoi cari. Alla lunga, questi ragazzi possono sviluppare disturbi d’ansia, senso d’insicurezza personale, bassa autostima e scarsa fiducia nelle proprie capacità;family
  • Modello Permissivo: Genitori e figli sono dei veri e propri amici in cui domina la totale assenza di gerarchia familiare. Al fine di preservare e mantenere l’armonia del sistema, si concordano delle regole che possono essere violate e rinegoziate se giudicate troppo rigide dai figli. I genitori non riescono ad essere delle guide, né a supportare i figli nel loro percorso di vita: sono percepiti perlopiù come degli amici con cui confidarsi. Nel tempo, i figli possono sviluppare forte intolleranza alle regole sociali, oppositività, violenza, scarsa capacità di resilienza personale e frustrazione.
  • Modello sacrificante: I genitori esonerano i figli da qualunque dovere e responsabilità, sacrificandosi per soddisfare ogni loro piacere e desiderio. Babbo e mamma danno ai figli senza chiedere mai nulla in cambio, coltivando l’idea di esser prima o poi ricompensati. Sacrificando se stesso, a discapito della propria identità personale, il genitore non viene percepito come modello da seguire, fallendo miseramente la missione di voler trasmettere ai figli il valore del sacrificio. Il figlio impara molto difficilmente a meritarsi le cose e a credere che sia necessario lottare per ottenere ciò che si vuole. A lungo andare, chi cresce in un modello simile, può sviluppare scarsa capacità di “lotta” e di conquista, capitolando spesso di fronte alle difficoltà. Può manifestare problemi di natura relazionale e sociale, facendo molta fatica a discrimanare le situazioni e a pianificare il da farsi.images
  • Modello delegante: I genitori delegano ai nonni o alla scuola le decisioni relative ai propri figli, abdicando spesso per il troppo lavoro o per il poco tempo a disposizione. I figli imparano ben presto tutte le strategie per poter ottenere ciò che vogliono dai delegati, facendo leva sulle loro peculiarità emotive e caratteriali. Avendo molte/troppe figure di riferimento, le regole acquistano un valore a seconda delle situazioni e dei protagonisti in gioco, finendo molto spesso col risultare una sorta di “torna comodo”. I figli appartenenti ad un modello delegante possono sviluppare scarsa capacità di rispettare le regole e di trovare punti di riferimento stabili. Possono fare molta fatica a confrontarsi con gli altri, creando rapporti occasionali o opportunisti.

Dr. Claudio Cecchi

Email: [email protected]

Non c’è niente che ti rende più folle del vivere in una famiglia, O più felice. O più esasperato. O più sicuro” J.Butcher

Le parole che si “incastrano” in gola

Le parole che si “incastrano” in gola

Il tempo e la pazienza.

Su una slide che le relatrici delle formazioni sul Mutismo selettivo ci mostrano c’è scritto « il problema non è il parlare, il problema è l’ansia » e invitano genitori e insegnanti a dimenticare il silenzio del bambino.

Difficilissima impresa, ma necessaria. Concentrarsi sulle capacità, ci dicono, e mettere da parte le mancanze.

Il silenzio è un sintomo. Il sintomo di un disagio che è diverso per ogni bambino, perché ogni bambino ha una sua storia, è unico e irripetibile.

So che è difficile per un genitore e per un insegnante dimenticare « il silenzio », ci si sente persi, impotenti, si prova una sensazione di fallimento. 

Noi adulti non siamo abituati ad affrontare il silenzio di un bambino.

Il silenzio fa venir voglia di sfidare, di provare tecniche e sistemi complicati.

Piccoli ricatti : se non parli non ti porto…

Piccole seduzioni: se parli ti compro…

Piccole provocazioni.

EVITATE !!! RICATTI, SEDUZIONI, PROVOCAZIONI

Ci vuole tempo e pazienza.

Il tempo necessario al bambino per abbassare la sua ansia.

La pazienza di attendere senza caricarlo del peso dell’aspettativa.

Ridotta l’ansia scompare mano a mano anche il sintomo.

I tempi quelli del bambino.

L’ansia è una difesa naturale per affrontare i pericoli, quando il livello di soglia in cui scatta è normale.

Quando la soglia è bassa, scatta anche in situazioni banali  o in presenza di estranei, o in luoghi e ambienti nuovi e ovviamente a scuola ed è difficile da controllare.

La parola si blocca, si « incastra » nella gola e diventa impossibile parlare.  Si vorrebbe fortemente, ma non c’è nulla da fare, non esce.

Non c’è nessun comportamento oppositivo, nessuna volontà.

Come si può pensare che un bambino o un ragazzino possa scegliere di non dire «devo andare al bagno  », di non urlare al suo compagno esagitato « smettila di darmi le gomitate », di non esprimere la sua felicità, la sua contentezza per un bel voto, la sua delusione, il suo affetto a parole.

Pensate a quanto deve essere forte il suo blocco per poter impedire la verbalizzazione delle sue emozioni.

Questo ho imparato dalla Dottoressa Claudia Gorla e dalla Dottoressa Simona Ius durante le formazioni.

 

Adriana Cigni

Abbiamo creato un gruppo chiuso dove potrete porre delle domande e scambiare opinioni con le Psicoterapeute dello Studio S.M.A.I.L.

Ci ritroviamo là

https://www.facebook.com/groups/1032410690182373/?fref=ts

Ordinare le parole, ordinare la mente

Ordinare le parole, ordinare la mente

Una frase ripetuta con le medesime parole, ma in ordine diverso, non è più la stessa frase. Questa sorta di assioma può risultare assai banale ai nostri occhi e, ancor più sottovalutato, potrà sembrarci l’effetto che determinate espressioni linguistiche, ordinate in maniera diversa, possono produrre nella nostra mente e sui nostri pensieri.

Si consideri, ad esempio, una situazione di questo tipo:

«Due novizi si recarono dal padre spirituale. Il primo novizio chiese: “Padre, posso fumare mentre prego?“. E fu cacciato per la sua insolenza. Il secondo novizio chiese: “Padre, posso pregare mentre fumo?”. E fu lodato per la sua devozione».

Il nostro linguaggio verbale, così come la nostra comunicazione non-verbale, influenza gli altri, così come noi stessi. Se da un lato comunichiamo continuamente, al punto che molti dei nostri processi linguistici avvengono in modo semi-automatico, dall’altro avremo certamente notato come, nelle nostre interazioni, il risultato cambia in base ai toni, ai sorrisi, agli sguardi e a tutto ciò che influenza e classifica il nostro messaggio. E questo vale anche nella comunicazione con noi stessi! La nostra percezione delle cose cambia a seconda di come costruiamo le nostre realtà.

A tale proposito, il grande filosofo e matematico B.Pascal, nella sua famosa opera “Pensieri”, ha evidenziato come nel linguaggio scritto e parlato “è l’ordine delle parole a determinare il prodotto finale“. Le stesse parole, in ordine diverso, creano qualcosa di nuovo: anche per noi.

Parla con me di Claudio Cecchi e Chiara Mercurio

 Comunicato  A.G.Editions

Per la nuova

Collana  « Orizzonti psicologici »

il nuovo libro 

PARLA CON ME

Comunicare con i vostri figli è difficile?

Consigli, situazioni e soluzioni per un dialogo sereno

 

Autori

Claudio Cecchi   Chiara Mercurio

 

Perché questo libro in un momento social-culturale in cui si dibatte molto di genitorialità?

Ho posto la domanda agli autori.

 Dottor Cecchi:

 “Parla con me” nasce dall’esigenza di rispondere a tanti genitori che, preoccupati dall’assenza di dialogo con i propri figli, ci hanno più volte chiesto spiegazioni circa il “ben parlare” ed il “ben operare” con loro.

Perché mio figlio non mi parla più?”, “Perché mia figlia è così preoccupata?”, “Perché sei sempre così arrabbiato?”, e via discorrendo… Quante volte ci siamo fatti queste domande, provando a trovare delle risposte più o meno possibili? E quante volte abbiamo provato a capire cosa potesse esserci dietro quel preciso comportamento? Ecco, “Parla con me” vuole andare in aiuto di tutti coloro non hanno ancora trovato risposta alle loro domande, seguendo un’ottica costruttiva e cercando di dare dei piccolissimi suggerimenti in merito alle varie situazioni genitoriali.

Rabbia, paura, dolore, senso di colpa… I nostri modi di comunicare e relazionarci con i nostri familiari sono spesso in grado di creare situazioni e realtà basate su emozioni ben poco piacevoli! Se, quindi, la nostra comunicazione è in grado di costruire dinamiche familiari “colpevolizzanti” o in cui sentirsi spesso “tesi o allarmati”; è altrettanto vero che sempre dal nostro linguaggio e dal nostro comportamento passano le possibili soluzioni. “Parla con me”, a questo proposito, fornisce dei piccolissimi suggerimenti – indicati sotto forma di psicosoluzioni – in grado di rispondere alle situazioni in esame.

Uno dei paradossi dei nostri giorni è che, se da un lato le occasioni di comunicazione e scambio sono decisamente aumentate con l’avvento ed il progresso della tecnologia, dall’altro, le occasioni di crescita, conoscenza reciproca e confronto attraverso il dialogo, sono paradossalmente diminuite. Troppo spesso, soprattutto nell’ambiente familiare, assistiamo ad espressioni poco eleganti e che a volte ci sembrano inevitabili di fronte alla forte incapacità di stabilire un contatto, una relazione, tra genitori e figli. Ci sentiamo sempre più frequentemente non capiti, fraintesi ed incapaci di creare una relazione funzionale.

 Dottoressa Mercurio:

 “Parla con me” nasce dall’osservazione nella nostra pratica clinica, e non solo, che la difficoltà di comunicazione tra genitori e figli molto spesso è fonte di sofferenza e di stress per entrambi. Ecco che nascono incomprensioni, litigi frequenti, la sensazione di non essere sostenuti, protetti, appoggiati, capiti, amati, rispettati, stimati; e questo è, frequentemente causa di molti scontri e problematiche sia a livello personale che familiare. Il testo vuol mettere in luce alcune delle problematiche legate alla comunicazione e offrire, senza la pretesa di dare la soluzione definitiva e assoluta, indicazione concrete e mirate per affrontare l’impasse in modo più funzionale alla relazione affettiva.

“Parla con me” non vuol essere certo un manuale “perfetto genitore” e neanche una dispensa di “buoni consigli”. Prende in considerazione, a partire dalla nostra esperienza professionale e personale, le sempre più complesse relazioni tra genitori e figli. Ciò su cui abbiamo ritenuto importante e necessario concentrare il focus non è tanto la comunicazione in sé, ma quella particolare comunicazione che trasmette accettazione, comprensione, senso di sicurezza e appoggio: quella che si fonda sulle emozioni.

Come sottolineato nel testo “non si può non comunicare”, perciò quello che resta da fare è essere un po’ più consapevoli di ciò che stiamo comunicando ai nostri figli, partendo dalla domanda: “cosa vorrei insegnare e trasmettere a mio/a figlio/a?”.

Il primo obiettivo che ci siamo posti è proprio quello di aiutare il lettore ad osservarsi e prendere coscienza di ciò che sta comunicando. Questo è il punto di partenza per qualsiasi cambiamento si voglia apportare alla propria comunicazione, e non solo.

Grazie! Certamente non sarà un manuale  “del perfetto genitore” come dice la Dott.ssa Mercurio, ma è pur vero che spesso noi genitori ci sentiamo inadeguati, non all’altezza del nostro ruolo e avere qualche consiglio, qualche pista da seguire ci può essere molto utile. Quindi  è un libro per tutti? A chi è rivolto?

 Dottor Cecchi:

Il testo si rivolge principalmente a tutti i genitori, siano essi separati che coniugati. In secondo luogo, considerando che i protagonisti dell’educazione dei nostri figli sono anche gli insegnanti, gli educatori, gli animatori dei centri ricreativi e/o sportivi ecc, e tenendo presente che tutti coloro che operano con i ragazzi di oggi non possono non considerare il loro mondo emotivo, il loro linguaggio, il loro tessuto relazionale, “Parla con me” è fortemente consigliato anche a tutti coloro che si occupano di educazione.

Dottoressa Mercurio:

 “Parla con me” è rivolto a chiunque voglia, a poco a poco, prendere consapevolezza del proprio modo di comunicare, senza colpevolizzazione o recriminazioni, ma semplicemente con l’intento ultimo di modificare, poco alla volta, cosa e come stiamo comunicando; con lo sguardo rivolto alle conquiste future e non agli errori passati.

Questo libro è rivolto a tutti coloro che si relazionano quotidianamente con bambini e adolescenti. Certo, si rivolge prevalentemente alla comunicazione tra genitore e figli ma lo riteniamo un validissimo supporto anche per coloro che per motivi lavorativi sono coinvolti nell’educazione dei minori, e che spesso trascorrono molte ore con loro: parliamo di insegnanti, educatori, allenatori, ecc.

Ovviamente non dimentichiamo altri familiari come nonni, zii, ecc.

Parla con me

Claudio Cecchi Chiara Mercurio

A.G.Editions

12.50 €

Il libro è disponibile, lo potete acquistare su amazon.it 

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copertina finale 2

Le 5 frasi in grado di far sentire sempre in colpa tuo figlio. Dr. Claudio Cecchi

Le 5 frasi in grado di far sentire sempre in colpa tuo figlio

Se continui così tua madre si ammalerà a causa tua!

Frasi come questa e come altre che vedremo in seguito sono perfettamente in grado di far leva emortivamente su quello che comunemente viene chiamato “senso di colpa” e che, ancora oggi, continua a influenzare significativamente la crescita, lo sviluppo ed i comportamenti di molti bambini. In parole povere, come tutti noi sappiamo, il senso di colpa funziana in questo modo: qualcuno di per te significativo (o comunque in ambiente significativo, come a casa o sul luogo di lavoro) ti invia un messaggio per il quale tu, facendo o non-facendo, dicendo o non-dicendo, sei destinato a risultare “cattivo”. Qualunque risposta o non-risposta da parte tua non riesce a placare quell’emozione negativa che ormai il messaggio ricevuto ha scatenato in te stesso. Se poi pensiamo che spesso i destinatari di questi messaggi sono perlopiù i bambini e che quindi fanno molta fatica a replicare nei confronti dei loro genitori o di persone con cui hanno un legame significativo, eccoci spiegata l’enorme frustrazione che emerge in loro. Non soltanto hanno ricevuto un messaggio negativo, ma a dirlo (magari più volte) sono state le persone che in realtà dovrebbero dare e far sentire loro amore e protezione.

Detto ciò, è bene sottolineare che il senso di colpa, sebbene possa avere origini lontane come nell’infanzia o nell’adolescenza, può avere evidenti conseguneze anche nel presente. E questo non soltanto come residuo infantile, ma come una vera e propria modalità ricorrente a cui genitori e adulti fanno spesso riferimento nei loro tentativi “educativi”. Ecco perché ci si può sentire spesso irritati, offesi e depressi per una cosa già succesa o per ogni richiamo presente ad una modalità ormai consueta e che ci ferisce fin da piccoli.

Immagine Piero Vanessi

Ma quali sono le frasi più ricorrenti di un genitore in grado di far sentire in colpa i propri figli?

  1. IO MI SONO SACRIFICATA PER TE! SEI UN’INGRATA!“: Con questa frase il genitore richiama alla tua mente e alla tua memoria tutte le volte in cui ha dovuto sacrificarsi per te, rinunciando alla sua felicità per il tuo bene. Il genitore vuole quindi sottolineare come abbia subito tale scelta e come sia stato costretto a rinunciare a tutto ciò di cui avrebbe potuto godere. Nel frattempo, tu ti domandi come hai potuto essere così egoista, “obbligando” i tuoi genitori a non-avere una vita libera;
  2. 17 ORE IN SALA PARTO E QUESTO E’ IL RISULTATO!“: Ed ecco che la tua colpa è ancora più evidente… Per uscire dalla pancia di tua madre hai impiegato davvero troppo tempo e, con la vita che senso-di-colpastai conducendo, non la stai ripagando di cotanta fatica;
  3. SONO RIMASTO CON TUA MADRE SOLO PER TE!“: Il matrimonio di tuo padre non sta funzionando e la colpa è anche e soprattutto tua;
  4. CI HAI FATTO FARE UNA BRUTTA FIGURA… ORA COSA PENSERA’ LA GENTE DI NOI?“: Ogni probabile/possibile errore viene puntualmente demonizzato, al punto tale che il problema non è più l’eventuale errore commesso (per cui magari stai anche soffrendo), ma il senso di vergogna che stai facendo provare ai tuoi cari a causa tua;
  5. MI FARAI MORIRE!” O “MI VERRA’ UN ESAURIMENTO NERVOSO!“: Il tuo modo di fare, così poco condivisibile, non soltanto viene puntualmente disapprovato, ma è causa di un probabile infarto o esaurimento dei tuoi cari.

 

Il senso di colpa può alla lunga determinare vari disturbi di carattere psicologico, come ad esempio l’indecisione, l’insicurezza, l’ipocondria, paure di varia natura e bassa autostima. Per fronteggiare e risolvere tali disagi psicologici è spesso necessaria una psicoterapia focale, volta al superamento di tai difficoltà che, in un copione ridondante come quello descritto, non possono esser risolte se non attraverso l’aiuto di qualcuno.

 

La nostra colpa maggiore sta nel preoccuparci delle colpe degli altri” K.Gibran

Immagine PIETRO VANESSI presa dal WEB

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L’ansia di affrontare la giornata. Dr. Claudio Cecchi

Ogni mattina vi svegliate con una certa preoccupazione per la giornata che dovete affrontare? Vi sentite battere forte il cuore o il magone in gola fin da quando aprite gli occhi? Avete perso ogni entusiasmo e ogni piacere nel fare il vostro dovere?

Beh, se vi trovate in questa situazione significa che l’ansia e la preoccupazione stanno condizionando in maniera significativa la vostra quotidianità e, nonostante i vostri sforzi e i vostri tentativi di controllarle, si sono mantenute al punto tale da diventare delle costanti nelle vostre giornate. Il senso di invalidità che ne deriva può essere più o meno elevato, con frequente nervosismo, sbalzi d’umore, cali di concentrazione o di attenzione, costante stato di allerta e allarmismo, irrequietezza e impulsività.

Spesso, le persone in questo stato non riescono a fare le cose che vorrebbero e soprattutto come vorrebbero. Anche il compito più facile può diventare difficoltoso a causa della costante tensione, arrivando talvolta ad evitare o delegare i propri doveri, oppure ad adempirvi con tempi decisamente più lunghi rispetto alla norma.

Inoltre, le conseguenze che ne derivano possono essere significative anche per le persone affettivamente o lavorativamente vicine. Amici, colleghi, genitori o partner sono spesso costretti ad assorbire tale nervosismo, faticando a capire cosa sta succedendo.

Ad ogni modo, l’aspetto più comune e preoccupante che si riscontra in queste persone è la rassegnazione a questa condizione di vita, come se fosse ormai un qualche cosa che appartiene alla loro esistenza, come se avessero accettato di vivere una semi-vita.

E cosa si può fare allora? Beh, se voi non avete trovato risposta a questo interrogativo, non è detto che non la possa trovare qualcun altro! Oppure la rassegnazione è tale da non contemplare più la possibilità di uscire definitivamente da questo stato e riassaporare ogni piacere della vita?

 

L’indecisione, l’ansietà sono per lo spirito e per l’anima quello che la tortura è per il corpo” N. De Chamfort

 

Dr. Claudio Cecchi

Psicologo, Specialista in Terapia Breve-Strategica

STUDI DI PSICOLOGIA & FORMAZIONE – AREZZO

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Consigli e chiarimenti sul mutismo selettivo (riassunto della giornata del 24 /10/2015)

Parlare della giornata di sabato 24  ottobre vuol dire descrivere una giornata di emozioni e soddisfazioni.

Vorrei fare una premessa.

Questa giornata è stata organizzata dall’Associazione Prometeo, il presidente Massimiliano Frassi che fino a ieri conoscevo solo virtualmente, mi ha proposto di presentare i miei libri ma soprattutto di parlare di mutismo selettivo a Gorle, Bergamo, in una delle sedi della sua associazione. Non ho esitato un minuto. Da qualche tempo avevo idea di creare intorno alle presentazioni dei libri qualcosa di diverso e utile. Io sono un’editrice, non scrivo i libri che pubblico, ma posso divulgare l’informazione, posso fare in modo che i libri siano un veicolo dell’informazione che viene data oralmente negli incontri.

Quindi la sequenza dei miei pensieri è stata questa: sono stata invitata a parlare di mutismo selettivo-> io posso parlarne in riferimento ai libri che A.G.Editions ha pubblicato-> posso essere un tramite nella divulgazione dell’informazione chiamando esperti come relatori.

Non ho avuto incertezze, proprio mesi fa avevo chiesto alla Dottoressa Simona Ius, che ha anche scritto la prefazione de I Quaderni, di scrivere sempre per A.G.Editions un libro che dia strumenti concreti, risposte, consigli pratici a insegnanti, genitori, educatori e a tutti coloro che sono interessati a questo disturbo.

Lei non solo ha accettato ma ha coinvolto tutto lo Studio Smail del quale fa parte, vale a dire la dottoressa Claudia Gorla, la dottoressa Federica Trivelli e anche il loro prezioso collaboratore  Matteo Corbetta che si occupa di arte-terapia.

La sala era strapiena, l’interesse era  al massimo e anche l’esigenza di comprendere e di avere strumenti utili da applicare domani stesso in classe.

Ho capito che questo disturbo viene considerato raro perché non si conosce, perché non viene diagnosticato precocemente. Non viene diagnosticato precocemente perché non circolano informazioni, alcune insegnanti hanno dato un nome al silenzio e ai comportamenti “strani” del loro alunno; alcune hanno affermato di aver avuto in passato qualche alunno “silenzioso”.

Mi hanno colpito due maestre, una ha affermato di aver ricevuto informazioni vaghe completamente opposte a quelle fornite ieri (che fra l’altro hanno portato a una maggior chiusura della bambina sua alunna); un’altra ha detto di sentirsi in colpa perché non sapendo cosa fare o non fare, cosa dire o non dire, era una di quelle persone citate dalle relatrici che forzano i bambini a parlare, con promesse allettanti, punizioni o altro. Questa maestra in qualche modo mi ha commossa perché l’ho vista confusa e forse chissà anche un po’ arrabbiata per non aver saputo cosa fare, perché nessuno l’ha fatto prima.

Domande rivolte alla dottoressa Gorla e alla dottoressa Ius

Il mutismo selettivo è una psicopatologia.

Si può “guarire”?

Sì con tempi diversi, rispettando i tempi di ognuno, la diagnosi precoce è importantissima ovvio che se il mutismo perdura a questo si aggiungono le problematiche tipiche dell’adolescenza e superare il silenzio, che si è ben installato da anni, diventa più difficile. Difficile non improbabile o impossibile. Il tipo di terapia è ovviamente diverso.

Alla domanda se la scuola prevede un protocollo particolare per il mutismo selettivo se ricordo bene è stato risposto che è compreso nei BES.

Azione fondamentale è la collaborazione scuola-famiglia-terapeuta, le relatrici sostengono che è necessario, assolutamente necessario una collaborazione, in effetti lavorano molto con i genitori, specialmente quando i bambini che soffrono di mutimo selettivo hanno un’ età inferiore ai 6-7 anni. In questo caso, quindi, iniziano un percorso  con genitori e poi restano in costante contatto con le insegnanti che le avvisano dei progressi, e degli eventuali cambiamenti.

In fondo sappiamo bene che il bambino che soffre di mutismo selettivo, a scuola è completamente diverso dal bambino che è a casa.

Tutte le azioni che possono essere effettuate a scuola (andare prima o dopo le lezioni in classe da soli con il bambino, introdurre un compagno ecc.), devono essere concordate con la psicoterapeuta, con la maestra e con il bambino stesso. Fermo restando che siamo tutti consapevoli che spesso le insegnanti hanno le mani legate a causa di autorizzazioni negate, mancanza di strutture o scarsa disponibilità.

Questa l’ho sentita anch’io tantissime volte più che una domanda è un’affermazione:

Ma insomma l’ho portata dalla psicologa e ancora non parla, e poi le domando ma che fai con la dottoressa ?

Dice che giocano, disegnano ma io non la porto più ma a che serve?

Le due psicologhe hanno spiegato che:

dai 6 -7 anni in poi lavorano in studio direttamente con i bambini, e sempre in stretto contatto con la scuola. Ovviamente qual’è la meta? Lo scopo principale delle sedute? Far parlare? NO! Abbassare l’ansia, insegnare al bambino a gestire la sua paura, e la conseguente ansia. E ad un bambino non si può parlare dei massimi sistemi , ad un bambino ci si approccia entrando nel suo mondo. Per questo Lo studio Smail associa anche l’arteterapia. Quindi per favore se iniziate un percorso con uno psicoterapeuta non lo interrompete perché pensate che “gioca” e basta, piuttosto chiedete al bambino come si sente in quelle sedute, se si sente a suo agio. Se il bambino ha fiducia e vede in quell’ora di seduta un momento in cui può abbassare le sue difese, non dover far fronte a nessuna aspettativa, credeteci anche voi; e soprattutto non chiedete davanti al bambino uscendo dalla stanza “HA PARLATO?

La consapevolezza e l’onestà.

Parlare sempre chiaramente al bambino.

Siate sempre onesti, se registrate la sua voce, la poesia, o l’interrogazione, il bambino deve essere d’accordo e l’ascolto deve avvenire in sua presenza (normalmente lui e la maestra o la prof) a meno che non decida di voler far sentire la voce a tutti.

Il bambino è consapevole del fatto che gli altri parlano e lui no quindi ditegli sempre tutto.

Se andate dalla psicologa, ditegli che andate dalla dottoressa che lo aiuta a star meglio (NON A PARLARE!) così come va dal pediatra o dal dottore quando ha mal di pancia o la febbre.

Tutto il lavoro e la terapia sono incentrati sull’abbassamento dell’ansia. Cito testualmente “dimenticate che non parla”; il bambino, la bambina, il ragazzo, la ragazza non sono il loro mutismo, sono altro. Apprezzate le loro capacità, le loro qualità, a nessuno di noi piacerebbe essere identificato con un problema.

Dopo la fase critica, cioè subito dopo la rottura del silenzio, cosa succede?

Si può avere uno spostamento dell’ansia su altri comportamenti.

Alla domanda ” quando qualcuno pone delle domande al bambino come ci dobbiamo comportare, tipo ma sei muto, il gatto ti ha mangiato la lingua? e via dicendo…”

Siate chiari, rispondete ” il bambino parla benissimo e anche tanto e non è una situazione di simpatia, antipatia o volontà, il fatto è che  in alcune situazioni la parola si blocca, non può parlare”.

Potrei dirvi tante e tante altre cose ma è anche vero che sia più giusto sentirle di persona o leggerle scritte dalle relatrici direttamente e non filtrate da me.

Perché il mutismo selettivo si manifesta a scuola?

Lascio rispondere a voi … la risposta è scontata: è il luogo dove sono richieste delle prestazioni.
Se noi dobbiamo affrontare un colloquio come ci sentiamo, Quando entriamo nel mondo del lavoro come ci sentiamo? Cosa ci diciamo, Quali pensieri ci vengono a noi insicuri? Non ce la farò mai, non sono capace, sono tutti migliori di me. E ci sentiamo agitati, il cuore che batte a mille, le mani sudate, non siamo nemmeno sicuri di poter rispondere Ci uscirà la voce? Poi riusciamo a controllare tutto questo e affrontiamo il colloquio, il nuovo lavoro, il nuovo incarico.
Per il bambino che soffre di mutismo selettivo affrontare un nuovo ambiente, staccarsi dalla mamma, affrontare la maestra e i compagni e…. è troppo. L’ansia raggiunge livelli troppo alti.

Ogni tanto mi vengono in mente altri elementi importanti, altre domande che facevano parte delle lista ( un po’ in taglio giornalistico) di domande che avevo sottoposto alle pscologhe affinché risponderessero pubblicamente. Un’altra delle domande più usuale è: quanto tempo ci vuole per superare il silenzio?

Il tempo necessario al bambino, o al ragazzo. Il mutismo è una forma di difesa portata all’estremo di fronte a qualcosa che fa paura ( esempio di alcuni animali che si fingono morti per difesa) cito se ricordo bene, e mi perdonino le relatrici se non ricordo esattamente le parole dette sabato: ” il mutismo selettivo si sviluppa nel bambino non in un attimo, non in seguito ad un evento improvviso (quello è altro , è mutismo post traumatico, è un’altra cosa, ed è totale non selettivo) ma nel tempo, in molto tempo, e quindi non si può pensare di risolvere tutto in brevissimo tempo. In alcuni casi può succedere, in alcuni casi bastano poche sedute, in altri invece i tempi sono più lunghi. Tanto quanto ne ha bisogno il bambino/a, l’adolescente per abbassare la sua ansia.

Io sto sollecitando le psicologhe dello studio Smail a scivere un libro il più presto possibile in modo che possiamo presentarlo in varie conferenze nella prossima primavera, il libro conterrà tantissimi altri consigli pratici soprattutto per gli insegnanti, e darà una risposta a molte delle domande che ci si pone sul mutismo selettivo.

Alla domanda che tipo di persona sarà in futuro chi ha sofferto di mutismo selettivo: non si può dare una risposta netta.

Ogni bambino, ogni persona è un universo a sé stante. Il silenzio è un sintomo,  la punta dell’iceberg ma quello che c’è dietro al silenzio è diverso per ognuno.  E una volta superato ognuno è diverso. Certo si ha in comune il fatto di aver passato anni a osservare gli altri, probabilmente si ha una grande capacità di comprendere le espressioni del volto e degli occhi. Ipersensibilità ma anche creatività. La scrittura, la musica,  la pittura sono sempre state ottime modalità di esprimersi.

iceberg

 

Cose belle a tutti

Adriana Cigni

 

PS:

Tutte ciò che ho scritto non è frutto della mia opinione personale ma è il breve resoconto di circa 3 ore  e mezzo di lavori. Le affermazioni, i consigli riguardanti il mutismo selettivo  qui citati sono il riassunto di tutto ciò che ho appreso ieri dalle relatrici.

 

 

 

 

 

Parlatene, parlatene, parlatene

Il 6 Giugno 2015 sulla rivista SuperAbile  INAIL è apparso un articolo  “Maria e gli altri, prigionieri del silenzio” firmato dalla giornalista Laura Badaracchi. Il tema dell’articolo era il mutismo selettivo raccontato attraverso la storia di Maria.

Qualche settimana fa  la redazione del giornale ha ricevuto una lettera che ovviamente è stata recapitata a Laura che a sua volta l’ha inviata a Maria e a sua madre Roberta.

Roberta me l’ha fatta leggere, e insieme con grande commozione abbiamo deciso di chiedere alla persona che l’ha inviata, l’autorizzazione a pubblicarla. Roberta ha avuto con la signora una conversazione telefonica e con la rassicurazione di non citare né il nome né alcun riferimento che possa identificarla anche l’autorizzazione, ecco la lettera.

Ho letto con interesse il vostro articolo sul mutismo selettivo e ho rivissuto in pieno il mio dramma.

Tanti anni fa (oggi ne ho 73) non se ne poteva neanche parlare, ma vedo con piacere che oggi il problema si può trattare. Io sono stata insegnante per mia scelta, non sapevo di soffrire di mutismo selettivo e i problemi sono iniziati subito nel mio dover parlare con gli altri (alunni, colleghi): téléchargementtachicardia parossistica e blocco della loquela.

Ho chiesto a mio padre di aiutarmi a cambiare lavoro, ma non ne ha voluto sapere; mia madre…neanche mi ha creduto.

In questo stato di sofferenza acuta ho vissuto per 21 anni finché una visita medica collegiale svoltasi presso l’Ospedale “ “ ha riconosciuto il mio stato di disagio e mi ha distaccato dall’insegnamento in maniera permanente.

I miei ex colleghi mi hanno disprezzato, mia madre ha continuato a non credermi, mio padre nel frattempo era morto.

Per questo vi dico:

parlatene

parlatene

parlatene

è importante che questo problema tanto serio sia conosciuto.

                            Grazie per avermi ascoltato

Ho scritto perché non conosco i mezzi moderni di comunicazione

           La firma

 

Ho ricevuto questa lettera in un momento particolare: sto per pubblicare un nuovo libro in francese su questo argomento, un altro è in cantiere.

Ne vale la pena? Sì la nostra cara amica ce lo dimostra, anzi il suo è un appello

“Parlatene, parlatene, parlatene”.

Dell’importanza dell’informazione ne ho fatto quasi il mio tormentone.

L’informazione : cos’è il mutismo selettivo?

La comprensione: posso fare qualcosa, a chi devo rivolgermi?

La pratica consigli per genitori e insegnanti: cosa fare e non fare.

Cosa chiedere e non chiedere ad un bambino, ad un ragazzo o una ragazza che soffrono di mutismo selettivo.

Posso rassicurare alla nostra amica che qualcosa sta cambiando, anche se il cammino è ancora lungo.

La mia speranza è che nessuno debba vivere il suo malessere, e che a casa e a scuola, tutti i bambini, che abbiano difficoltà o meno, possano sempre contare su genitori comprensivi e insegnanti disponibili e aperti.

Adriana Cigni

Come una carezza leggera, qualcuno vi sfiora per attirare la vostra attenzione

E dopo aver presentato e consigliato La sfida di Riccardo di Valérie Marschall è il momento di parlare dei I Quaderni.

L’idea dei Quaderni nasce dalla consapevolezza che il Mutismo Selettivo può perdurare nel tempo, e non sia quindi solo prerogativa dell’infanzia.

Perché il titolo I Quaderni? Perché ho pensato ai diari di un tempo, quelli dove si scrivevano, o forse ancora si scrive, i pensieri più profondi, le ansie, i segreti. Alle pagine del diario si confida quello che non riusciamo a dire ad alta voce, le parole non dette, i sentimenti non espressi.

28 persone hanno accettato di scrivere per questo libro la loro storia, le loro emozioni, i problemi, le lotte, le sconfitte, le cadute e le vittorie. Adolescenti, genitori, insegnanti, giovani, una bambina, psicoterapeuti ci parlano della loro esperienza di o con il mutismo selettivo.

Le 28 storie sono state raccolte, lavorate , cesellate e rese fluide dalla curatrice Daniela Conti.

Ancora una volta pubblico un assaggio del libro, i protagonisti sono loro gli autori!

“”I Quaderni sono, per me che li ho raccolti, curati e visti nascere, un percorso di vita fatto di piccoli passi 11998627_10206168481744727_30254207_nimportanti. Una raccolta di testimonianze – scritte sotto forma di racconti personali – di genitori, ragazzi, insegnanti e psicoterapeuti che ha per filo conduttore il Mutismo Selettivo, quella forma di ansia sociale che rende sostanzialmente “muti” i bambini e i ragazzi a scuola o nei contesti sociali e davanti agli estranei.” Daniela Conti

“Nelle esperienze intense, sia quelle belle che quelle brutte, l’essere umano pensa sempre di essere l’unico a vivere quella realtà e, se l’esperienza è dolorosa, spesso la chiusura sembra una soluzione. La condivisione, 11997073_10206170950126435_1328964602_ninvece, aiuta: se attraverso i Quaderni scoprirete che non siete gli unici ad avere la fatica di dover spiegare  cos’è il mutismo selettivo, ad avere paura che le conquiste di oggi scompaiano domani, se scoprirete che qualcuno sa dire con parole quel marasma che si scatenava in voi quando, da piccoli, la maestra chiamava il vostro nome, se leggerete la stessa vostra fatica nell’affrontare il coro di Natale, saprete di non essere (i) soli al mondo.” Dottoressa Simona Ius

“La mia infanzia, la mia adolescenza e, meno gravemente, la mia “post-adolescenza” sono state segnate da un costante impedimento a potermi esprimere in modo veramente libero. Questo non a causa di una malattia o di un ritardo mentale. Mio padre, dal momento in cui capì il mio problema, mi parlò di “freno a mano tirato”. Ma tutti i freni a mano, come tutte le viti, tutti i bulloni, si possono sempre sbloccare. Lui, essendo meccanico, questo lo sa bene. Non esiste un bullone che non si possa “mollare”.   Fabio Spanu

“Io ho imparato a leggere negli occhi dei miei figli prima che le loro parole diano il colore definitivo a quello che io ho già intravisto. Forse tanti dei nostri bambini ci vogliono dire cose più grandi di loro, a volte cose troppo dolorose, ma le parole sono difficili da trovare. Gli occhi invece lasciano passare tutto. Cecilia

11992165_10206170950926455_1002201793_n“Nessuno parla, perché Martina è assorta, fruga nello zaino, non si accorge di ciò che la circonda, chiusa nel suo mondo ovattato rotto solo da un gran silenzio. Passanti, la compagna di banco, le preme il fianco con un dito per attirarne l’attenzione. Martina solleva il capo. … Eleonora Siniscalchi

“Certo, lavoro. Sto fuori casa dodici ore. La mamma è stanca la sera. Torna, cucina, riordina ed è già ora di andare a dormire!  «No amore, non posso giocare ora! Dobbiamo alzarci presto domani!». Perché una giornata ha soltanto ventiquattr’ore? Due ore insieme sono niente. Se lavorassi vicino a casa, amore… Se potessi lavorarne quattro e non otto… Se tu parlassi mi sentirei meno in colpa? Francesca Longo

“Quel «presente» si fermò in gola finché, dopo quella che mi sembrò un’ora intera di silenzio, qualcuno disse: «lei non parla». Non credevo tutti già lo sapessero e, per questo, iniziai quell’anno scolastico da sconfitta. Alessandra

“Quando più avevo bisogno di attenzioni mi isolavo, sperando sempre che qualcuno venisse lì vicino, rompesse quello scudo per farmi tornare alla vita gioiosa, ma mai ricordo fosse accaduto.” Lorella A.

“Matteo ha una convinzione: le parole, le emozioni e la gioia che tanto tempo fa gli sono state tolte, saranno restituite dal destino alla sua bambina e a tutti quei bambini che non parlano!” Matteo e Alessia

“I Quaderni. Dal silenzio il canto: storie di mutismo selettivo “, è rivolto ai giovani, agli adulti a coloro che ancora non hanno superato il mutismo selettivo ma soprattutto a chi non ne soffre.
È rivolto proprio a tutti gli altri.
Chi è in silenzio, sa bene di cosa si tratta, conosce bene le modalità, gli escamotages per evitare l’invisibilità, per vivere una vita normale senza dialogare con gli altri. Chi lo vive in prima persona lo sa. E allora è proprio a noi, tutti noi che si rivolgono i 28 autori.
Immaginate di essere di spalle.

Come una carezza leggera, qualcuno vi sfiora per attirare la vostra attenzione.

Ecco questo libro è una carezza leggera, vi chiede attenzione, non è difficile, basta girarsi poi è solo emozione.

Il libro è per tutti! Vi piacciono le storie vere? Quelle che fanno vibrare l’anima? Quelle storie che colpiscono anche per la loro sgradevole verità? Allora questo libro è per voi.

foto di Carlo Piodelli
foto di Carlo Piodelli

Non sapete cosa sia il mutismo selettivo? In questo libro se ne parla, è un filo che lega le storie ma quello che conta è : cosa hanno da raccontarci i nostri 28 autori?

Il libro è bello, il libro viene apprezzato non solo per il tema trattato ma anche e soprattutto per quell’arcobaleno di emozioni che ogni storia trasmette. E come l’arcobaleno, i colori possono essere vivaci e allegri, ma anche più scuri, indecisi e malinconici.

Adriana Cigni

Editrice

Professioni Educative tra l’ESSERE e il FARE

Professioni Educative  tra l’ESSERE e il FARE

bilancia

Quando presento la mia professione, inizio a parlare di chi sono io.

Sono un Educatore/Pedagogista oppure faccio l’Educatore/Pedagogista?

La mia professione è stare in equilibrio tra l’essere e il fare. Una professione spesso confusa con una caratteristica che l’uomo possiede già perché pare naturale interagire con l’altro; siamo esseri sociali, nasciamo in una comunità e ci sviluppiamo in essa. La differenza sta proprio nella finalità della nostra interazione. Ci rapportiamo con l’altro con una valigetta di attrezzi, citando Wittgenstein, di una notevole portata. Attrezzi, metaforicamente parlando perché di consistente e resistente non si vede nulla … Sono attrezzi che non si toccano ma si sentono. Occhi, orecchie e cuore. Osservazione, ascolto ed empatia. Ci interfacciamo con la semplicità delle caratteristiche umane dove tale facilità è fondamentalmente apparenza, noi dobbiamo andare oltre. Educare, cioè, trarre fuori, tirare fuori, tirar fuori ciò che sta dentro. Tutto ciò miscelando insieme il nostro sapere, il saper fare e il saper essere.

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Una professione che si costruisce e de-costruisce per poi ricrearsi nuovamente. E così che mettendo insieme tanti pezzetti del puzzle della mia professionalità, sto delineando un modus operandi che sposa insieme una “tradizione moderna” attraverso la Maria Montessori, le neuroscienze, il connubio tra emotivo e cognitivo con l’ Educazione Razionale Emotiva , i principi della comunicazione verbale e non verbale. Il prodotto finito prende il nome di percorso educativo. Per scelta non mi piace parlare  di intervento, mi dà l’idea di qualcosa di  medico-sanitario mentre la semplice parola “percorso” invoca in me l’immagine di un uomo che si mette sulle spalle il suo zaino e intraprende il cammino su una strada un po’ polverosa, circondata da un paesaggio verde e un sole all’orizzonte che gli permetterà di fare luce sul suo cammino.

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Educare …  al Mutismo Selettivo

Un anno e mezzo fa circa, attraverso il libro La Sfida di Riccardo  di Valérie Marschall, mi sono avvicinata a questa difficoltà poco conosciuta nel “mio” mondo. Paradossalmente una problematica così sconosciuta che assume la peculiarità che la contraddistingue cioè il silenzio. Letture, video, traduzioni, testi, convegni sono stati pane quotidiano. Ogni singola parola che delineava il Mutismo Selettivo era necessaria che fosse osservata e letta sotto differenti punti di vista. Ho potuto sperimentare su di me, come per entrare in con-tatto con chi soffre di ciò sia necessario sentirlo, sentirlo attraverso le esperienze delle persone, racconti in prima, seconda, terza persona. Insomma, è funzionale per una buona riuscita di un supporto per questi bambini, ragazzi leggersi i vissuti e poi la definizione del DSM IV.  Elisa Shipon-Blum, nel libro “Comprendere il mutismo selettivo” descrive in modo ottimale che cos’è il Mutismo Selettivo : “ll Mutismo Selettivo è L. una bimba con due occhioni grandi e bellissimi capelli biondi che fa finta di essere la maestra a casa e chiacchera chiacchera e ancora chiacchera e poi appena si va al parco e alcuni bambini  corrono verso di lei per giocare insieme, si irrigidisce e corre a nascondersi dietro le gambe della mamma.”

Perché Educare al Mutismo Selettivo? Ho riflettuto molto sul scegliere il verbo formare oppure educare, ma riprendendo il significato originario di questa parola quando la famiglia si affida per chiederti aiuto, quello che noi dovremmo fare è essere una guida, un mediatore nel loro percorso per permettere di tirare fuori ciò che è dentro. E in quel “dentro” c’è davvero “tanta roba”. Parto volontariamente dalla famiglia perché culla di vita del bambino, si ritrova improvvisamente in mezzo a quella strada un po’ polverosa, di cui parlavamo prima, un po’ attonita a guardarsi intorno e cercare affannosamente la direzione corretta per proseguire il loro cammino. I genitori devono essere ascoltati, osservati e deve crearsi quel legame di fiducia tale che ti permette di sentirlo, di sentirlo nei loro occhi, sul loro volto. Noi abbiamo il delicato compito di prenderci cura del loro bambino, estremamente sensibile e indifeso che oltretutto non parla .

Ma attenzione, non è vero che non comunichi!

Ricordiamoci e ricordiamogli che il nostro corpo ci può dire tantissime cose, comunica la felicità e la tristezza, il dolore e la paura. Dobbiamo essere capaci di rimanere sospesi nella relazione ed osservare empaticamente chi abbiamo di fronte a noi. Educhiamo la famiglia a ciò che vedono tutti i giorni cioè il loro bambino, ma che non sono  in grado di sapere osservare. Educhiamoli alle emozioni belle e a quelle meno belle. Educhiamoli a saper piangere e gioire per un semplice sorriso. Nel mio lavoro, chiedo ai genitori di stilare un “diario di bordo” della quotidianità dove annotare i successi di loro figlio. Lo rileggo spesso, e ogni volta mi stupisco nel verificare come una frase di questo tipo “In gelateria con papà, risponde al saluto di un conoscente con un bel sorriso guardandolo negli occhi” , che nella freneticità quotidiana appare normale, scontata abbia un valore incredibile. Educhiamo le famiglie  a comprendere un concetto fondamentale: il loro è un bambino e non un bambino affetto da Mutismo Selettivo.

Chiara Mancuso

Dott.ssa in Scienze Pedagogiche e dell’Educazione,
Master in Bisogni Educativi Speciali con approfondimento su Mutismo Selettivo
Corso di Perfezionamento in Grafologia Infantile e Adolescenziale
Esperta e Formatrice in Acquapsicomotricità Educativa.
Specializzanda in Pedagogia, Indirizzo:Consulenza Pedagogica e Progettazione Educativa
Contatto
Tel: (+39) 347.4480692
Mail:  [email protected]

Arte terapia ad orientamento psicodinamico

Arte terapia ad orientamento psicodinamico 

Ringrazio Adriana Cigni per la sua ospitalità.

Mi chiamo Melania Cavalli e lavoro come arteterapeuta a Milano. La mia decisione di diventare arteterapeuta è nata quando ho iniziato la mia formazione quadriennale presso la scuola dell’ Associazione Art Therapy ltaliana. L’incontro con l’arte terapia sembrava coniugare due mie passioni: l’amore per l’arte in quanto linguaggio umano universale, (sono laureata in architettura) e la psicoanalisi.

L‘arte terapia  è una disciplina basata principalmente sui campi dell’arte e della psicologia che si uniscono evolvendosi in un’unica nuova entità. La peculiarità dell’arteterapia consiste infatti nell’attivazione di un’esperienza artistica attraverso il contatto diretto con i materiali, nell’esperienza estetica e nel dialogo con l’immagine.

Utilizza come principale strumento l’espressione artistica allo scopo di promuovere la salute e favorire la guarigione, e si propone come una tecnica dai molteplici contesti applicativi, che vanno dalla terapia e la riabilitazione al miglioramento della qualità della vita. Il metodo dell’arte terapia ad orientamento psicodinamico proposta da Mimma Della Cagnoletta si basa sulla teoria delle Relazioni Oggettuali di Melanie Klein  e su alcuni concetti di Ogden (1986) Questa metodologia aiuta a focalizzare la situazione psicologica generale del paziente individuando il livello di simbolizzazioni, il tipo di difese, per definire l’intervento terapeutico attraverso l’uso di materiali artistici.

 

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L’arte  terapia fra mamma e bambino

L’arte  terapia fra mamma e bambino mi appassiona molto, è qualcosa di   di nuovo e innovativo in cui mamma o papà e bambino lavorano insieme con i materiali artistici.

Il legame emozionale fra genitore e bambino è molto importante per una sana crescita: lo scopo principale e primario dei gruppi di arte terapia per mamma e bambino è quello di rinforzare il legame della diade, favorendo un attaccamento positivo fra la mamma e il bambino.

Nella mia esperienza ho visto che con alcuni disturbi di ansia come il mutismo selettivo ma anche nei disturbi dell’alimentazione  nei bambini percorsi sia individuali che di gruppo possono aiutare molto . Lavorando insieme si crea uno spazio di gioco e di piacere che aiuta a sciogliere nodi, a proporre nuove visuali, nuovi modi di vedere e vivere  la relazione .

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Laboratorio di arte terapia al nido

 L’arte terapia si può fare anche al nido, piace ed è molto utile,  in questo ambito si parla di prevenzione del disagio

 

L’utilizzo libero dei materiali artistici (tra i quali: sabbia, acqua, creta, plastilina, tempera, l’occorrente per tagliare, strappare e incollare, vari tipi di carta per disegnare, matite, pastelli e pennarelli) facilita l’espressione emotiva e permette al bambino di fronteggiare i processi intrapsichici, collegati alla separazione dalla mamma. Per darvi un’ idea del mio lavoro al nido ecco un video che ho montato dopo un’esperienza di arte terapia in un nido di Milano.

 

https://www.youtube.com/watch?v=BMEumrYZ7Fg

 

Dott.ssa Melania Cavalli ( www.arteterapiacavalli.it) Arte terapeuta ad orientamento psicodinamico diplomata alla Scuola Quadriennale di Arte Terapia dell’Associazione Art Therapy italiana. Iscritta al Registro Professionale Italiano degli Arte Terapeuti A.P.I.Ar.T.  Certificazione di Qualità FAC come Terapeuta Espressivo Arte Terapeuta, accreditata a Norma Europea ISO/IEC 17024

Ideatrice e responsabile del blog collettivo dell’ Associazione Art Therapy Italiana (http://arttherapyit.wordpress.com/)

 

[email protected]

 

CHERS ENSEIGNANTS

Chers Enseignants,

 

Je vous écris parce que je recueille des histoires liées au mal-être, à la difficulté à communiquer, aux différents problèmes qui se manifestent à cause du silence. L’enseignant est celui qui « enseigne à apprendre » partout dans le monde. C’est le premier contact avec le monde extérieur, l’autorité hors du contexte familial. Parfois, là où il existe un vide culturel, des conflits familiaux, vous êtes la seule référence « saine » de l’enfant ou de l’adolescent.

Je reconnaissais déjà l’importance de votre rôle, mais maintenant que je me rends aussi dans les pays voisins, je découvre qu’il n’y a pas de différence. L’école est cruciale. Un enfant en difficulté est un petit égaré, un garçon ou une fille en difficulté « sont des âmes perdues »

Je lis que les adolescents isolés en classe interrompent leurs études au collège. Je lis que des jeunes rongés par leur phobie sociale, incapables de parler, se voient contraints de faire des excuses.

Un geste si banal qui pour eux s’apparente au fait d’escalader l’Everest, alors qu’ils souffrent de vertige

Chers/chères enseignant(e)s,

Je sais que vous devez gérer des classes surchargées, que vous travaillez énormément, mais sans votre collaboration les enfants, les adolescents en difficulté ne peuvent s’en sortir. Ce garçon là au fond de la classe qui ne parle pas, ne joue pas, ne participe pas, que vous ne parvenez pas à « évaluer », cette fille qui veut vous apporter ses réponses par écrit alors qu’elle se trouve face à vous, derrière leur silence se cachent des milliards de réponses qui refusent de sortir, un arc-en-ciel d’émotions, une joie de vivre immense. C’est légitime, c’est normal que vous ne puissiez pas le deviner, mais si les parents vous fournissent des informations, tenez-en compte.

Vous connaissez leur silence. Vous exercez un métier difficile. Je vous admire énormément, car vous avez une grande responsabilité. Il vous faut posséder un « équilibre psychologique » important pour gérer toutes ces vies en pleine effervescence, et bien sûr les enfants en difficulté ne vous rendent pas la tâche facile.

Mais si je vous écris, c’est parce je suis convaincue que s’il existait une étroite et active collaboration entre la famille, l’association Ouvrir la voix (Groupe d’entraide et d’informations sur le mutisme sélectif), et le psychothérapeute s’il est interpellé de l’enfant ou de l’adolescent concerné et vous, ce dernier disposerait de beaucoup plus de possibilités d’évoluer dans la vie.

Je ne fais pas référence au fait de parler, mais à celui de progresser et d’acquérir une confiance en soi.

Adriana Cigni

Éditrice

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www.ageditionsfr.altervista.org