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L’arteterapia ovvero “il disegno non è una peculiarità dei bambini”, riappropriamoci della nostra creatività!

L’arteterapia ovvero “il disegno non è una peculiarità dei bambini”, riappropriamoci della nostra creatività!

Intervista all’arteterapista Matteo Corbetta

Sento parlare spesso di arteterapia, ho anche scritto un articolo su questo blog, ma qualche anno fa ho avuto la fortuna d’incontrare il Dottor Matteo Corbetta,  ci siamo visti spesso  (e ci vedremo ancora!) nelle formazioni sul Mutismo Selettivo, ho sempre apprezzato i suoi interventi sul lavoro che fa con i bambini e i ragazzi che soffrono di MS, ma non ho mai avuto la possibilità, in due anni, di potergli chiedere qualcosa di più sul suo lavoro. Abbiamo girato l’Italia ma sempre di corsa, così ho deciso ora basta ! Devo intervistarlo. Ed è un piacere per me condividere con voi questa bella intervista.

Prima di parlare più a fondo del suo lavoro Dottor Corbetta può spiegarci cos’è l’arteterapia?

L’arterapia è una disciplina poco conosciuta, se ne parla molto è vero, ma devo ammettere che c’è anche molta confusione in giro circa la sua esatta definizione.

Io comunque ho sviluppato un’idea piuttosto personale di cosa sia l’arteterapia, e proverò a condividerla con voi. Potrei dire che per arteterapia si intende  l’insieme delle tecniche e dei metodi che utilizzano le attività creative, artistiche o visuali  per accompagnare e supportare l’individuo nel recupero della sfera affettiva, emotiva, relazionale e nella crescita personale. L’intervento di arteterapia  (definito come una “mediazione non verbale”), oltre ad utilizzare materiali artistici, è fondato sul presupposto che il processo creativo, messo in atto per fare “arte”  (in senso lato), debba produrre benessere interiore, migliorare la vita e avere delle ripercussioni positive per quanto riguarda la salute.  Inoltre l’intervento di arteterapia tende ad attivare diverse modalità comunicative che portano all’aumento dell’autostima, alla possibilità di  percepirsi “come persone capaci di fare”, per   esempio nel caso di anziani che abbiano perso alcune abilità, usufruire di queste tecniche è utilissimo. La possibilità di esprimersi attraverso il segno grafico restituisce non solo l’autostima ma anche la percezione di essere ancora capaci.

Questo è veramente un modo meraviglioso di utilizzare e applicare l’arteterapia, sappiamo bene come  nella nostra società il “non essere capaci di fare” , coincida poi con il senso dell’inutilità del soggetto anziano, rilegato ai margini della vita attiva. Abbiamo perso il valore della creatività, del fare qualcosa per star bene “dentro”.

Esatto, in effetti nel mondo occidentale, la capacità di esprimersi attraverso il disegno  viene vista come peculiarità dei bambini e per questo viene abbandonata con l’età adulta,  in realtà potrei dire che questa capacità nasce con l’individuo (pensiamo agli scarabocchi dei bambini)  e resta per tutta la vita, dipende solo da noi svilupparla.

Non è necessario che chi ricorra all’arteterapia debba avere una tecnica artistica in senso professionale, non è un corso d’arte, non è un corso di disegno ma è la possibilità di esprimersi attraverso il segno grafico, a prescindere da quanto viene creato.

L’individuo, attraverso il gesto grafico, le immagini o le attività plastiche (ad esempio modellare, la creta, la plastilina, la pasta di pane) ha la possibilità di esprimere il proprio vissuto, di dargli una forma e di trasmetterlo a livello creativo. Io pongo l’attenzione soprattutto sul processo artistico, sull’emozione, sui vissuti che vengono espressi attraverso “il fare”, più che al prodotto finito, questo è il mio modus operandi, anche se ovviamente ci sono diversi orientamenti nell’arteterapia. È indubbio che il prodotto finito dia all’arterapista una chiave, un modo per comprendere l’individuo che gli sta di fronte, capace di decifrare la sua realtà e aiutarlo a fare chiarezza ma anche in questo caso per quanto mi riguarda, il prodotto finito non è un lavoro “concluso” un compito da valutare, io e il bambino/ragazzo/paziente lo commentiamo, ci confrontiamo, ne parliamo a lungo.

Nel mio modo di lavorare,  il fulcro NON viene posto sul’analisi precisa  tipo“ se ha utilizzato quel colore al posto di un altro vuol dire che…” , io do valore a  tutte le parti che vengono attivate nel creare un’immagine e  che danno  una forma al disegno, in pratica mi interessa il processo artistico nel suo insieme, nella sua dinamicità. Pensiamo ad esempio a quando siamo al telefono e scarabocchiamo, lo facciamo senza rendercene conto, poi alla fine  guardiamo quello che abbiamo fatto e pensiamo “l’ho fatto senza pensarci “ ed è proprio in quel momento che prende il via il processo artistico, quando liberi da condizionamenti, dal dover fare un disegno fatto bene, dal dover adempiere ad una consegna, riusciamo a mettere sul foglio qualcosa che “arriva” , e quello che  arriva così  naturalmente, soprattutto nella società attuale, è una parte di noi che prende forma attraverso la spontaneità, la mancanza di controllo.

L’arteterepia è una pratica individuale o anche di gruppo?

L’esperienza dell’arteterapia può essere individuale o di gruppo, in entrambi i casi si dà all’altro l’opportunità  del piacere di creare con materiali artistici, di esprimere i propri sentimenti, i pensieri, i propri vissuti attraverso un linguaggio che non è verbale. Quando ci esprimiamo verbalmente possiamo fare giri di parole, avere difficoltà a mettere a fuoco quello che abbiamo dentro, invece  con le immagini possiamo esprimerci liberamente, non mentono, sono immediate, sono autentiche e partono dal profondo.

È più facile esprimersi con le immagini, perché siamo meno abituati ad usarle e quindi non abbiamo tutte le barriere di difesa che alziamo automaticamente nella comunicazione  verbale. L’arteterapia si svolge in un contesto sicuro, tutelato che è quello del Setting,  ed è nel caso del gruppo anche un momento d’ incontro con altre persone oltre che con l’arteterapista.

Come ho detto  esistono molti orientamenti diversi, potremmo dire diverse scuole di pensiero, il mio modello di riferimento è il fenomenologico, che prende il considerazione l’individuo la sua comunicazione e la sua relazione con il mondo circostante, si tratta di un  modello che fa riferimento alle manifestazioni interne dell’animo, alla capacità di dialogare. La modalità con cui una persona crea, è il modo autentico con cui quella persona comunica, è il suo modo di essere nel mondo.

Se qualcuno dei nostri lettori volesse intraprendere questa professione, che tipo di percorso di studi dovrebbe seguire?

In Italia ci sono diverse scuole di arteterapia, che seguono diversi modelli di riferimento. Io ho seguito la scuola di arteterapie di Lecco  “La linea dell’arco”  che comprende anche la musicoterapia, la drammaterapia, l’arteterapia. È una scuola alla quale si può accedere dopo il diploma ( o post laurea), dura 3 anni,  con un esame di selezione all’ingresso,  3 anni di terapia e pratica uniti al tirocinio, nel corso dei 3 anni  si effettuano gli esami e una tesina finale. A questa scuola accedono un po’ tutte le professioni, quando la frequentavo accedevano maggiormente persone che avevano una formazione  grafica o psicologica, e quindi completavano e arricchivano le loro professioni della parte psicologica i primi e della parte artistica i secondi.

Questa è una domanda che mi sono posta spesso: per svolgere questo lavoro bisogna essere dei creativi, è necessario avere una vocazione artistica?

Come ho affermato prima oggi accedono all’arteterapia un po’ tutte le professioni. Non bisogna necessariamente essere artisti, spesso proprio perché non lo si è, si riesce a fare un percorso più autentico, nel senso che non  tutti seguono i canoni, le regole acquisite durante la formazione artistica , come la prospettiva, la composizione artistica di un dipinto, l’idea del colore e delle sfumature.

Però è auspicabile che si sia creativi perché nel corso dell’attività lavorativa, la creatività è alla base degli interventi che vengono messi in atto,  il nostro è un lavoro che viene fatto  sul “campo”, possiamo avere una buona  preparazione, acquisire molta tecnica,  punti di riferimento ma alla fine come spesso accade quando si fa un lavoro di relazione,  che interessa la cura della persona, è importante inventarsi e reinventarsi nuovi approcci perché la persona che ci sta davanti ha  una storia personale particolare, secondo me la teoria serve per avere gli inquadramenti, per poter lavorare in maniera corretta , ma molto si basa sull’empatia sulla capacità di ritrovare, di riconoscere, di ascoltare.

Dottor Corbetta dalle sue risposte ho compreso che la sua professione è fluida, dinamica, assolutamente non rigida lei incontra bambini, genitori , adulti, persone con disabilità psicofisiche anche gravi, insomma lei ha a che fare con le persone e la loro sensibilità, persone che hanno bisogno solo di star bene con sé stesse e/o con gli altri ma anche persone che devono superare blocchi, limiti o forse solo ritrovarsi. A questo punto le chiedo una sua personale definizione del cosa significhi essere arteterpista per lei.

Io penso che essere arteterapisti al di là della formazione che è necessaria, è un po’ come essere artigiani, riuscire a tirar fuori la forma migliore da qualsiasi materiale  e nel nostro caso intendo “materiale umano”, lo scopo dell’arteterapia e quello di portare ad una trasformazione, facendo trovare all’utente, al partecipante  la forma migliore dei  propri vissuti  e riproporglielo  in chiave diversa. L’arteterapia aiuta a togliere blocchi, stati emotivi negativi, a tirar fuori, e quello che ne deriva da questo processo creativo si rimodella e si restituisce rinnovato.

Ora parliamo un po’ di lei, come è arrivato all’arteterapia, da cosa è nata questa passione?

Io ho una formazione da grafico pubblicitario che ho lasciato un po’ da parte perché la vita mi ha portato molto presto, come volontario, ad avvicinarmi ad una comunità di disabili psicofisici e poi mano a mano si è sviluppata la voglia di approfondire e studiare per arrivare a fare l’educatore,  per anni il mio lavoro principale è stato questo. Lavoro che svolgo ancora oggi in una comunità residenziale per disabili psicofisici adulti, una CSS Centro Socio Sanitario. Quindi da un percorso puramente artistico, perché mi è sempre piaciuto creare, mi sono spostato su  un tipo di lavoro che mettesse al centro la cura della persona e ho seguito questo tipo di studi. Ma la passione artistica è sempre rimasta dentro di me e poiché organizzavo anche dei laboratori all’interno della comunità, ho pensato di ritornare al mondo dell’immagini e ho trovato questa formazione in arteterapia e ho pensato che potesse essere il modo migliore per conciliare l’arte e la mia professione.

Quali sono gli ambiti di “azione” dell’arteterapia, può spiegarlo ai nostri lettori?

L’arteterapia è una disciplina applicabile a livello evolutivo dalla prima infanzia, (lavoro anche negli asili nido facendo un lavoro che non è arteterapia clinica ma laboratori espressivi), fino alla senescenza, alla vecchiaia. L’arteterapia viene spesso utilizzata nelle case di riposo e ha un grande riscontro nelle persone affette dal Morbo di Parkinson, o con l’Alzheimer.

Il mio primo tirocinio per esempio è stato proprio con un gruppo di persone con Alzheimer conclamato, quindi già ad uno stadio avanzato. L’arteterapia quindi son è applicabile solo in contesti di patologie o malattia, ma è utilizzata anche per promuovere il benessere, ci sono interventi di gruppo legati alla possibilità di utilizzare un altro linguaggio per lavorare sulle proprie emozioni. Quindi viene utilizzata in campo clinico  per le diagnosi di alcune patologie ma ritengo importante far sapere che può essere utilizzata da tutti, a prescindere dal tipo di professione  e dall’età, allo scopo di sviluppare la crescita personale e lavorare sulle proprie emozioni.

Dottor Corbetta lei collabora con  in che modo il suo lavoro è complementare alla Psicoterapia?

Io collaboro con Smail  di Cesano Maderno, lavoro in maniera indipendente negli asili nido, nelle scuole dell’infanzia, nelle scuole secondarie di primo o secondo grado, organizzo laboratori per bambini, per mamme e bambini, per genitori, per adulti proprio perché l’arteterapia  non ha confini o limiti di età, è estendibile a tutti gli stadi evolutivi della vita di un individuo.

Lavoro soprattutto a Cesano Maderno, nelle scuole di tutta la Brianza,  nella parte nord di Milano.

La ringrazio Dottor Corbetta 

Se qualcuno dei nostri lettori (genitori, ragazzi, adulti) volesse contattare il Dottor Matteo Corbetta può scrivergli direttamente alla mail

[email protected]

3393506327

Centro Koru Lab via Santo Stefano 10
Cesano Maderno (MB)

[email protected]

338 3826500

Autismo: ne parliamo con Greta Napolitano, Educatrice e Terapista ABA

Era da molto tempo che volevo parlare di autismo nel mio blog, è un argomento che non ho mai approcciato, per questo motivo ho chiesto di rispondere a qualche domanda a Greta Napolitano, Educatrice e Terapista ABA che  fa parte dello staff del  Centro Multidisciplinare KORU LAB di Cesano Maderno.

  • Greta come è nato il suo interesse per l’autismo, lei ha scelto un percorso lavorativo particolare per il quale sono necessari empatia, pazienza, rispetto, quali sono state le motivazioni della sua scelta?

Tutto è iniziato da A.  il primo bambino su cui ho puntato lo sguardo entrando nell’aula che mi era stata assegnata per il tirocinio. Un bimbo di 8 anni con autismo, era lì sulla sua poltroncina senza fare nulla di particolare, appariva isolato, guardava un suo giornalino, le mani sulle orecchie. Mi ha incuriosita, poi ho avuto la fortuna di poter fare qualche attività con lui, gli piacevo, e dopo qualche mese ho iniziato a lavorare come sua educatrice. Da lì in avanti un bimbo dopo l’altro mi hanno “formata” su come approcciarmi a loro.

È iniziato tutto così, è nata subito una bella alchimia che mi ha spinta a non fermarmi

Durante quel periodo di tirocinio mi colpivano tantissimo gli sguardi profondi dei bambini e dei ragazzi che incontravo. Non dimenticherò mai una ragazza che frequentava un cdd (centro diurno per ragazzi e adulti disabili), il suo sguardo era apparentemente impenetrabile, ma se con pazienza si riusciva a entrare in relazione con lei si apriva un mondo tutto da scoprire: il suo bisogno di ordine e precisione; la necessità di routine chiare e prevedibili; la gioia di stare da sola. Tutti aspetti che mi hanno incuriosita e spinta ad approfondire.

Ho iniziato con bimbi che non parlavano, scoprendo l’importanza di ogni singolo gesto, comportamento, di un sorriso, di uno sguardo.

Ho imparato ad aspettare, ad avere pazienza, ad insegnare senza cercare scorciatoie, rispettando il tempo necessario ad ogni bambino per raggiungere  i suoi obiettivi. Decisa a volerne sapere di più ho iniziato a documentarmi e mi sono avvicinata alla terapia ABA (Applied Behavior analysis, Analisi del comportamento applicata) aggiungendo poi una formazione specifica sulla sindrome di Asperger.

La terapia ABA è stata raccomandata per bambini con autismo dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità).

  • Iniziamo con una domanda semplice ma fondamentale cos’è l’autismo?

L’autismo è una sindrome comportamentale, causata da un disordine dello sviluppo, con esordio nei primi tre anni di vita.

I bambini con autismo si trovano spesso in uno stato di chiusura verso il mondo esterno, con tendenza all’isolamento, difficoltà comunicative e presenza di comportamenti ripetitivi e stereotipati. Le compromissioni del linguaggio possono essere più o meno gravi (fino alla totale assenza dello stesso), si può manifestare incapacità o grandi difficoltà a sviluppare reciprocità emotiva sia con adulti che con coetanei.

  • L’autismo è quindi un disturbo dello sviluppo, alcuni comportamenti potranno cambiare nel tempo e nella crescita?

Sì, esatto. Essendo un disturbo dello sviluppo è importante non considerarlo come un’istantanea, immutabile dalla diagnosi in avanti, perché si verificheranno molti cambiamenti nel corso del tempo, alcune caratteristiche potranno scomparire come altre emergere.

Ci troviamo davanti a bambini che, spesso, hanno difficoltà a guardare negli occhi; non riescono ad intrattenersi giocando autonomamente o con coetanei in modo funzionale, preferendo piuttosto mettere in fila e riordinare i loro giocattoli, cercare di dare un ordine che li faccia stare bene.

Se chiamati con il loro nome non sempre si girano, hanno difficolta a chiedere ciò che desiderano o di cui hanno bisogno per cui cercano di trovare strategie per cavarsela da sola dando un’apparenza di autonomia.

  • Greta lei ha detto che il linguaggio potrebbe essere scarso o assente.

Il linguaggio è ciò che più mette in allarme una famiglia, quando un bimbo non parla ci si chiede cosa non vada. Si investe tantissimo nel linguaggio, nella speranza che emerga quanto prima per permettere al bimbo di comunicare. Spesso risulta molto utile inserire degli strumenti che aiutino il bambino a comunicare anche in assenza di linguaggio vocale, ci sono bimbi che, pur non riuscendo a parlare, comunicano molto bene con il linguaggio dei segni, o con l’utilizzo e lo scambio di immagini.

  • La famiglia. I genitori tornano a casa con una diagnosi di autismo come aiutarli?  Cosa fare.

L’impatto della diagnosi di autismo colpisce l’intera famiglia, stravolgendone gli equilibri raggiunti dopo l’arrivo del nascituro, risulta quindi indispensabile un riassetto psicologico, emotivo e sociale dell’intero nucleo familiare.

So che non è facile orientarsi nella sempre più vasta offerta di metodi terapeutici per i disordini dello spettro autistico, la scelta diventa ogni giorno più complessa e difficile, ma, inevitabilmente, necessaria.

La linea guida 21, redatta dal Ministero della Salute e riguardante il trattamento dei disturbi dello spettro autistico nei bambini e negli adolescenti, mira a offrire un orientamento su quali sono gli interventi per cui sono disponibili prove scientifiche di valutazione di efficacia; rappresenta il primo, indispensabile passo per garantire una risposta adeguata ai complessi bisogni terapeutici di tali bambini e adolescenti.

Da tale studio emerge come l’analisi del comportamento applicata (ABA) sia la principale metodologia d’intervento basata su evidenze scientifiche, soprattutto se si attua un intervento intensivo e precoce. Il trattamento intensivo prevede il coinvolgimento di tutte le figure che ruotano attorno al bambino e deve essere precoce per non permettere al bambino di sperimentare situazioni errate, prima ha inizio il trattamento, maggiori sono le possibilità di poter raggiungere risultati importanti per il bambino e la sua famiglia.

  • Ci può spiegare brevemente in cosa consiste l’analisi del comportamento?

L’analisi del comportamento è una scienza che studia e mira a trovare strategie adatte per poter modificare comportamenti anomali, in eccesso (comportamenti autostimolatori, linguaggio ecolalico, atteggiamento auto ed etero aggressivi) o in difetto (deficit comunicativi, sociali, di gioco).

Alla base dei principi dell’analisi del comportamento, che chiameremo ABA, ci sono questi concetti fondamentali:

  1. individuare ciò che scatena un comportamento (antecedente), e comprenderne le conseguenze;
  2. individuare ciò che rinforza il comportamento, permettendogli di ripetersi in futuro, o ciò che lo punisce, limitando così la possibilità che si riverifichi in una situazione analoga.

È luogo comune di molti ritenere l’ABA un addestramento dei bambini, in quanto, talvolta, vengono utilizzati rinforzatori erogabili in maniera veloce e facilmente fruibili dai bambini come strumento per “fissare” il comportamento adeguato del bambino. In realtà tra bambino e terapista s’instaura un rapporto di estrema fiducia, in cui il bambino supera i suoi limiti per poter apprendere e il terapista per premiare tali sforzi, soprattutto con bambini molto piccoli e all’inizio del loro percorso, offre qualcosa di molto gratificante. Il terapista programma gli obiettivi da raggiungere ma in ogni sessione segue le motivazioni del bambino. Un bambino motivato è un bambino che può apprendere dai contesti in cui ci si aspetta che impari.

Grazie Greta, ovviamente non avevamo la pretesa di esaurire un argomento così vasto e variegato in un solo articolo, questo è solo l’inizio di un viaggio che ci porterà a conoscere meglio l’autismo.

Articolo di Adriana Cigni per Greta Napolitano

Greta Napolitano 

Educatrice, Terapista ABA

Centro Multidisciplinare KORU LAB

 

Via Santo Stefano 10

Cesano Maderno (MB)

Risposte semiserie a domande impossibili. Come gestire la dipendenza da cioccolata (anche di quella famosa spalmabile) e dagli ovetti con sorpresine.


Risposte semiserie a domande impossibili. Come gestire la dipendenza da cioccolata (anche si quella famosa spalmabile) e dagli ovetti con sorpresine.

La prima domanda che ci dobbiamo porre è:

come ci poniamo noi genitori rispetto alla cioccolata ?

Quanto siamo indulgenti con noi stessi e che tipo di modello siamo per i nostri figli?

Una volta effettuate queste riflessioni ampliamo l’analisi: che strategia usa “la casa” per gestire queste piacevolezze?

  1. Facciamo sempre delle provviste e le riponiamo in un apposito ripostiglio della cucina accessibile a tutti,   tutti i componenti della famiglia sono perfettamente in gradi di controllarsi e non esagerano.
  2. Si compra cioccolata solo quando è finito il barattolo, o la tavoletta fondente-o-al-latte, mai più di una al giorno. Se la quantità è superiore al consumo minimo giornaliero, viene subito intercettato il secondo barattolo o tavoletta e fatto sparire velocemente.

Ogni famiglia struttura il suo modus vivendi secondo le proprie “esigenze” e l’età dei componenti, spesso l’arrivo di un bambino cambia questa modalità per diverse ragioni, soprattutto quando il bambino ha qualche problema che rende nocivo l’abuso di dolci.

La domanda che vi pongo ora è qual è la funzione della cioccolata e degli ovetti?

  • Si comprano per premio?
  • Per calmare le giornate in cui i bambini sono particolarmente lagnosi?
  • Per sentire un senso di appagamento perché il bambino è felice perché gli è stata data una cosa buona?

Coerenza

Sì ci vuole coerenza e dipende tutto da quello che noi proponiamo.

Siamo noi che creiamo le abitudini.

L’abitudine di sbucciare e mangiare una mela per merenda ci vuole tantissimo per consolidarla.

L’abitudine di mangiare un ovetto di cioccolata si costruisce in due volte…

Spetta a noi decidere quale abitudine veicolare!

 

Articolo di Adriana Cigni per Simona Ius

Illustrazioni © di Simona IUS

Dottoressa Simona Ius  

Il suo Studio è a Roma

Smail Roma
Via Aurelia 376
00167 Roma 
(Metro A fermata Baldo degli Ubaldi)

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                                       +39 3384375814

 

Viaggio nell’universo femminile: che rapporto abbiamo con il nostro corpo?

In questo articolo  affrontiamo, con la Dottoressa Anellina De Ponte,  un altro degli elementi della femminilità che avevamo citato in una precedente intervista :

Iniziamo un nuovo percorso: l’universo femminile

Che rapporto abbiamo, noi donne, con il nostro corpo?

Il corpo è l’informatore più sincero di noi stessi, si dice che il corpo è “noi stessi”. È la casa in cui si abita e quindi le emozioni, i pensieri e le sensazioni vengono espressi attraverso i movimenti, i gesti e le posture.

Il concetto di corpo e di immagine corporea comporta numerosi quesiti che ci portano a interrogarci su come noi percepiamo il nostro corpo, senza dimenticare ovviamente gli aspetti psicologici e sociali.

La percezione del proprio sé è ciò che un bambino pensa di sé stesso all’interno delle esperienze che fa nella sua vita.

Cosa pensa di sé nell’ambito familiare?

Cosa pensa di sé nelle attività scolastiche?

Cosa pensa di sé nelle attività sportive? Si sente adeguato o meno?

Cosa vede a livello dell’aspetto fisico?

Cosa pensa del proprio corpo in relazione ai compagni?

Questo sé corporeo ha un ruolo fondamentale soprattutto nell’infanzia e nell’adolescenza. Il corpo non è solo alto-basso, bello-brutto, grasso-magro, non ha solo la funzione qualitativa ma ha anche un ruolo funzionale è un corpo sicuro-insicuro, forte-debole.  Il giudizio che il bambino o la bambina ha del proprio corpo lo accompagnano per tutta la sua vita.

Spesso le crisi che avvengono durante l’adolescenza, nel momento del grande cambiamento corporeo, sono incentrate su una concezione negativa del sé corporeo, soprattutto le bambine sono insoddisfatte del proprio corpo, non si vedono “bene”.  Questo nasce dal fatto che nello specchio vedono un’immagine che non corrisponde alla propria immagine ideale. Pensano di dover essere in un altro modo, in un modo idealizzato che spesso non esiste, il paragone tra l’immagine idealizzata e quella reale che vedono nello specchio crea un conflitto interiore, l’insoddisfazione, il non piacersi.

Qual è l’immagine ideale?

Quella della perfezione e della bellezza.

Come possiamo difenderci e/o affrontare gli stimoli (non necessariamente positivi) che ci arrivano dall’esterno? Anzi più che stimoli le chiamerei sollecitazioni ad essere belle, sempre, in ogni luogo e in ogni momento della giornata; ad avere corpi perfetti, senza difetti.

Il “difetto” non è altro che il nostro modo di essere uniche, persone uniche con corpi unici.

Nella comunicazione mediatica, l’utilizzo del corpo della donna rimanda ad una questione sulla costruzione della rappresentazione culturale del femminile e veniamo bombardati dalle immagini. In quest’epoca l’immagine è l’interlocutrice principale, il corpo della donna viene usato per generare un modello attraente per gli uomini per le donne.  In queste immagini possiamo notare un elemento importante: viene negata, cancellata dal volto delle donne i segni dell’età, della maturità. Questa tendenza che porta alla diffusione di foto in cui il volto della donna appare senza rughe, eternamente giovane è anche favorito dallo sviluppo della chirurgia estetica. Sembra che la donna, per avere successo, debba cancellare sul proprio corpo e nel volto gli aspetti espressivi e comunicativi che testimoniano l’identità e l’età.

Mi domando: essere giovani, essere perfette, essere belle è forse più importante rispetto all’esperienza?

Io credo che se una donna famosa rimanesse sé stessa, mostrando le sue rughe, la sua età senza ricorrere né a “filtri”, né chirurgia estetica, senza cancellare gli aspetti espressivi che testimoniano la sua identità, sarebbe sicuramente altrettanto bella, perché il suo viso non ci mostrerebbe solo la sua età ma anche la sua esperienza.

Quindi Dottoressa  alcune donne adottano la prospettiva dell’osservatore, una sorta di “sono come tu mi vuoi”?

Esatto come se fossero definite dall’apparenza fisica e non dalle loro capacità, dall’esperienza. Molte donne trascurano i loro reali bisogni e sono indotte ad avere una costante attenzione per il loro corpo, alla ricerca di quel sé ideale di cui parlavamo prima a proposito dell’adolescenza.

In effetti oggi sembra che dobbiamo rendere eterna la nostra giovinezza anche nei tratti, le donne mature non si “lisciano” solo il volto eliminando ogni traccia del tempo, ma si fanno alzare gli zigomi, insomma trasformano completamente la loro identità per cancellare ogni traccia del tempo che passa.

Purtroppo, questo è un processo che diventa sempre più precoce e il bombardamento mediatico colpisce le adolescenti ma anche le bambine!

Come possiamo insegnare alle giovani donne ad amare il loro corpo non “malgrado” ma con tutte le sue caratteristiche, anche se non coincidono con i modelli imposti?

Per coltivare un senso di sé positivo, bisognerebbe avere un modello di vita positivo di riferimento, nella maggior parte dei casi questo modello è la madre: una madre che si ama realmente, che accetta il proprio corpo. Una madre che si ama, ama la figlia e insegna la figlia ad amarsi, attiva degli aspetti in sé di amorevolezza che portano la bambina ad un’apertura all’amore.

Il primo passo per l’accettazione di sé è amare sé.

Occorre avere consapevolezza rispetto al proprio modello femminile, ma soprattutto proporre un modello alternativo a quello della “donna oggetto”, una donna capace di amare e di amore, di sentimento, assertiva e con un corpo centrato sui propri bisogni, capace di esaltare e valorizzare la propria unicità e anche in grado di volersi bene e di voler bene a quelle parti che non ci piacciono.

Dobbiamo accettare i nostri difetti, i nostri difetti siamo noi. Siamo il frutto di tutto ciò che siamo al di là dell’etichetta, del brutto e del bello di cosa ci piace o non ci piace.

Anellina è tutto questo.

 

Le immagini sono prese dal web

 per Anellina De Ponte

 

 

Per contattare la  Dottoressa Anellina De Ponte

Tel.: 3288493076
1) Via Nazionale Delle Puglie, 51 Nola (NA)
2) Napoli (zona Vomero)
3) Piazza Vanvitelli, Caserta.

Mutismo selettivo: il tempo e la pazienza

Il tempo e la pazienza.

Su una slide che le relatrici delle FORMAZIONI sul MUTISMO SELETTIVO ci mostrano c’è scritto « il problema non è il parlare, il problema è l’ansia » e invitano genitori e insegnanti a dimenticare il silenzio del bambino.

Difficilissima impresa, ma necessaria. Concentrarsi sulle capacità, ci dicono ; e mettere da parte le mancanze.

Il silenzio è un sintomo. Il sintomo di un disagio che è diverso per ogni bambino, perché ogni bambino ha una sua storia, è unico e irripetibile.

So che è difficile per un genitore e per un insegnante dimenticare « il silenzio », ci si sente persi, impotenti, si prova una sensazione di fallimento.  Non siamo abituati ad affrontare il silenzio. Si ha voglia di sfidare, di provare, come se far parlare il bambino sia una nostra vittoria e non un suo sollievo.

Ci vuole tempo e pazienza.

Il tempo necessario al bambino per abbassare la sua ansia. Ridotta l’ansia scompare mano a mano anche il sintomo.

I tempi quelli del bambino.

L’ansia è una difesa naturale per affrontare i pericoli, quando il livello di soglia in cui scatta è normale.

Quando la soglia è bassa, scatta anche in situazioni banali  come  come a scuola, o in presenza di estranei, o in luoghi e ambienti nuovi ed è difficile da controllare.

La parola si blocca si « incastra » nella gola e diventa impossibile parlare.  Si vorrebbe fortemente ma non c’è nulla da fare, non esce.

Non c’è nessun comportamento oppositivo, nessuna volontà.

Come si può pensare che un bambino o un ragazzino possa scegliere di non dire «devo andare al bagno  », di non urlare al suo compagno esagitato « smettila di darmi le gomitate », di non esprimere la sua felicità, la sua contentezza per un bel voto, la sua delusione, il suo affetto a parole.

Pensate a quanto deve essere forte il suo blocco per poter bloccare la verbalizzazione delle sue emozioni.

Questo ho imparato dalla Dottoressa Claudia Gorla e dalla Dottoressa Simona Ius durante le formazioni.

 

 

ll morso. Ne parliamo con la Dottoressa Marelli

IL MORSO

 Dottoressa Marelli ogni anno, in molti asili, si consuma sempre lo stesso “dramma”, mi riferisco al dramma del morso! Sono tanti i genitori disperati perché i loro bambini tornano a casa con segni evidenti dovuti a morsi di altri bambini. Questo tema è spesso fonte di preoccupazione sia per i genitori dei morsicati che dei morsicatori, , ammetto di essere stata io stessa anni fa uno di questi genitori, in classe di mio figlio c’era un bambino che invece del segno di zorro, lasciava “ l’impronta dentaria” sulle braccine di molti suoi compagni. Perché un bambino sente l’esigenza di mordere?

Per poter capire meglio il fenomeno è necessario tuttavia però fare delle premesse. La questione più importante è relativa all’età. Sebbene, nel primo anno di vita,  il morso sia una modalità fisiologica di entrare in relazione con il mondo, non tutti i bambini mordono, quelli che lo fanno possono cambiare l’intensità e la frequenza dei morsi.

Il morso consente al bambino di esplorare l’ambiente circostante, di valutare la consistenza dei materiali, il sapore degli oggetti, e gli permette di fare esperienza diretta delle cose che lo circondano.

La bocca è un organo di senso fondamentale, ed è anche attraverso essa che si fa esperienza del mondo, specialmente nei primi mesi di vita.

Sarà accortezza dei genitori favorire questo processo, evitando di mettere intorno al bambino oggetti pericolosi o facili da ingerire. Per il resto via libera all’esplorazione!!

Per i bambini poter fare esperienza di ciò che li circonda, attraverso la bocca, è un passaggio non solo importante ma fondamentale. Questo principio vale sia per gli oggetti  sia per quelli animali domestici per esempio e si estende anche ai pari e, a volte, anche agli adulti che stanno intorno al bambino.

È un processo che serve sia per conoscere l’altro sia per osservare l’effetto che fa il proprio morso, l’azione che ha sugli altri. Solitamente è una fase passeggera che fa parte dell’evoluzione stessa del bambino sotto l’anno di vita.

Ma se continua? Se il bambino continua a mordere appunto come abbiamo detto nell’incipit anche quando fa il suo ingresso nella  scuola materna?

Dopo il primo anno di vita  il morso ha un significato diverso?

Successivamente il morso può avere diverse funzioni, ad esempio può essere un monito, un avvertimento che il bambino può utilizzare come modalità comunicativa.

A due anni il bambino può utilizzare la modalità del morso per esprimere appunto la propria rabbia o per “attaccare” gli altri.

Occorre ricordare due cose:

  • L’emisfero sinistro del nostro cervello (quello deputato al linguaggio verbale, al ragionamento ed alla logica) raggiunge la sua maturazione verso i tre, quattro anni. Ciò vuole dire che i bambini piccoli non sono in grado di comunicare il loro disagio utilizzando le parole. Ecco perché ricorrono ad altri metodi, tra cui il morso.
  • Noi adulti abbiamo la funzione fondamentale di mediatori. Dato che né l’emisfero sinistro né tantomeno la COF (corteccia orbito frontale, deputata alla regolazione emotiva), sono totalmente funzionanti e sviluppate, siamo noi adulti che fungiamo da rispecchiamento. Pertanto sarà di fondamentale importanza il modo in cui noi gestiamo i nostri conflitti e come riusciamo a regolare i loro.

Il morso rappresenta per il bambino quindi anche una modalità di entrare in relazione con il mondo, ma che consigli può dare ai genitori e agli insegnanti? In pratica cosa si può fare? I bambini che mordono a volte sono isolati, esclusi come evitarlo? E come fare in modo che il bambino cambi la sua modalità di “comunicazione” ?

Prima di passare ai consigli pratici bisogna affrontare una questione importante: quella del giudizio dell’adulto.

Vorrei che fosse ben chiaro che NON CI SONO BAMBINI CATTIVI e BAMBINI BUONI. Chi morde non è il carnefice e, viceversa, chi viene morso, non è la vittima. Spesso si tende a consolare il bambino che ha subito un morso e a non curarsi del bambino che ha dato il morso. Questo è errato ed andrebbe evitato. Entrambi i bambini, dopo l’atto, hanno bisogno di essere aiutati a regolare l’accaduto. Hanno bisogno appunto che l’adulto funga da mediatore dei loro vissuti emozionali, senza sentirsi in colpa, o senza sentirsi giudicati. Spesso accade che gli stessi bambini, se l’adulto non interviene immediatamente, sono in grado di regolarsi e di ripristinare il rapporto con il loro pari.

Proprio perché è fondamentale per la crescita e la maturazione celebrale del bambino (0-3 anni), il modo in cui noi adulti interveniamo, ecco cosa VA EVITATO assolutamente.

  • punire il bambino che ha morso. Primo perché, come detto sopra, essendo la corteccia orbito frontale e l’emisfero sinistro ancora immaturi, i bambini non comprenderebbero assolutamente la ragione. Sarebbero sopraffatti dalla reazione dell’adulto senza comprenderne le ragioni;
  • mordere il bambino a nostra volta. Inutile dire che questo creerebbe ancora più confusione nel bambino e non servirebbe a niente, anzi peggiorerebbe la situazione. Le azioni dei genitori sono un esempio di comportamento per i bambini, se mamma e papà mordono anche loro allora …mordere si può;
  • mettere in castigo il bambino. Per lo stesso discorso di sviluppo delle funzioni cerebrali il castigo nella primissima infanzia (0-3 anni) è INUTILE.

Cosa allora fare? Come intervenire senza interferire con il normale sviluppo del bambino?

  • Se si assiste ad un morso, questo vale sia a casa, al nido, al parco, lo si deve interrompere con un netto NO.

  • Se il morso è rivolto a noi durante l’allattamento o durante il gioco, la nostra reazione non deve essere né di svalutazione o di derisione e né aggressiva. Se il bambino ci morde gli si comunica che “No”, non si fa, perché fa male e noi non intendiamo subire e ci si allontana qualche minuto, sia per calmarci se siamo arrabbiati sia per permettere a lui di cominciare a registrare che le azioni violente non sono gradite. Così facendo anche lui imparerà che ci si può difendere dalla violenza e che non deve necessariamente subirla.
  • Intervenire con fermezza senza però aggredire il bambino a nostra volta. Si può dire semplicemente “no, non si fa”. Molti genitori restano un po’ contrariati rispetto a quest’ultimo consiglio. Poiché dicono “io ho fatto così, ma X lo ha fatto di nuovo!” ciò che noi genitori dovremmo sempre tenere a mente è che il processo di crescita e di apprendimento è lungo. A noi spetta il compito di seminare. Non è detto che raccoglieremo i frutti il giorno dopo la semina, ma se abbiamo agito rispettando la natura del bambino, rispettandolo come individuo e indirizzandolo verso la propria AUTOREGOLAZIONE EMOTIVA, avremmo senz’altro cresciuto un adulto sano ed empatico.
  • Affrontare la cosa senza ansia e senza apprensione. NON è grave mordere o essere morsi. Cerchiamo al limite di comprendere come mai il morso ci attiva così tanto e se ha a che fare con qualcosa che riguarda noi, la nostra infanzia, più che nostro figlio.
  • Se il bambino è piccolo occorre fornirgli qualche gioco da mordere. Ne esistono moltissimi, di diverse forme e colori (ad esempio Sophie la giraffa).
  • Tradurre sempre al bambino (superato l’anno di età), con le parole, ciò che pensiamo volesse esprimere con il morso (sei arrabbiato? Volevi giocare con X? Ti sei fatto male?).

 E se continua? Il bambino di cui parlavo all’inizio, compagno di scuola di mio figlio, purtroppo si fece una vera propria nomina di morditore selvaggio, non ha smesso neanche alle elmentari.

Dopo i due/tre anni il discorso cambia. Superata la fase in cui il morso è esplorativo, conoscitivo e comunicativo,  se il bambino continua a mordere anche senza un apparente motivo, allora vale la pensa di interrogarsi e di fermarsi a riflettere. Il morso a quell’età può essere un campanello di allarme che indica un disagio. Se la modalità del morso continua ci si  dovrebbe rivolgere ad uno psicologo esperto di età evolutiva che aiuti i genitori  ma soprattutto il bambino. Spesso si sottovaluta il fatto che i bambini che mordono, specie, dai 2 anni in su, hanno anche loro un disagio o un malessere ma non hanno ancora gli strumenti per gestirlo in maniera differente, hanno solo bisogno di essere compresi e aiutati.

Dottoressa Alessandra Marelli

Studio a Senago

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Compiti o non compiti NON è questo il problema. Ne parliamo con la Dottoressa Marelli

 

Dottoressa Marelli pongo anche a lei la domanda di rito del momento : compiti sì  o compiti no?

Compiti sì, compiti no … credo non sia questo il punto.

La domanda che farei è invece “che tipo di compiti?”, questa è la questione sulla quale ragionare.

L’ideale sarebbe assegnare dei compiti che agevolino il rientro a settembre, e penso sia ai bambini che ai ragazzi più grandi, una sorta di attività cognitiva che serva a non perdere il filo del lavoro fatto durante l’anno e che ponga le basi per quello che verrà.

Occorre però   fare delle distinzioni tra i bambini della scuola primaria e i ragazzini e ei ragazzi della scuola media e superiore. I compiti dei bambini dovrebbero tener conto di due fattori: del fatto che si è comunque in estate, che si parta o meno, prendere in considerazione anche i loro interessi. Quindi per stimolare la curiosità, l’osservazione, la manualità perché non assegnare un esperimento, che riguardi la fisica, la biologia o la zoologia?

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Per esempio, catalogare le foglie degli alberi, o gli animali che incontrano al mare, in montagna o nei parchi in città, o ancora la frutta e gli ortaggi di stagione, ormai ci sono anche gli orti cittadini in molte località.

Insomma, imparare divertendosi! Forse è questo il metodo più semplice, le conchiglie si possono classificare (per i più grandi) ma con le stesse conchiglie si possono usare per ripassare le 4 operazioni. Si può insegnare a rispettare il mare, si può parlare dell’inquinamento, della plastica, e se si è in montagna si avrà a disposizione forse ancora più materiale che la natura ci offre.

Ai bambini piace raccogliere, conservare, conoscere i nomi delle cose.

Sì, fare tutto con leggerezza e con il giusto dosaggio ma soprattutto nel momento giusto, perché i bambini hanno bisogno anche di riposare, di NON FAR NIENTE, di non pensare a nulla, di rilassarsi.

E cosa possiamo dire ai ragazzi più grandi?

Anche loro hanno bisogno di riposo ovviamente! Gli auguro di viaggiare, di aprire la mente a nuove esperienze

Ai ragazzi delle medie e delle superiori io dico che un ripasso ci vuole, su questo francamente non ho alcun dubbio, magari concentrandosi sulle materie nelle quali si hanno più lacune. Il concetto che vorrei fortemente trasmettere è che risulta assolutamente inutile copiare i compiti delle vacanze da un amico o trovarli magari su internet, è un discorso di responsabilità personale.  Rivedere alcune lezioni, svolgere qualche esercizio non è un favore che si fa a terze persone come genitori e insegnanti, lo fate per voi stessi, per cominciare l’anno con un po’ più di sicurezza e fiducia nelle vostre capacità, e non con lo stesso senso di panico del “non mi ricordo più niente”. Avere qualche strumento in più per approcciare nuove conoscenze fa bene all’autostima e vi fa sentire più sereni, e vi farà sentire meno la fatica del rientro.

E poi leggete, leggete tutti a qualsiasi età, gli ultimi dati ISTAT sono inquietanti, l’analfabetismo non è stato estirpato, anche a causa dei tablet e degli smartphone, ci sono tantissime persone che non sanno né leggere e né scrivere.

Leggete anche quello che vi viene assegnato o quello che  preferite, ma leggete.

 Dottoressa Alessandra Marelli

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ESTATE. Compiti sì, compiti no, ne parliamo con la Dottoressa Tagliabue

ESTATE. Compiti sì, compiti no, ne parliamo con la Dottoressa Tagliabue

I bambini d’estate hanno moltissimo tempo a disposizione.

Tempo per distrarsi, per “staccare” completamente dalla scuola, per viaggiare, andare in vacanza, giocare, divertirsi, stare in famiglia e con gli amici.

Tre mesi sono tanti e in questo lungo periodo oltre a tutto questo c’è sicuramente anche lo spazio per la lettura, per scoprire nuovi autori,  per visitare nuove librerie e  le biblioteche della propria città.

Il giovane Cicerone. Vincenzo Foppa 1464

È vero Dottoressa Tagliabue, a volte ci dimentichiamo anche che esistano, sia le librerie sia le biblioteche.  Instillare l’amore per la lettura non è cosa facile, ma non impossibile.

E i compiti?

Io credo che sia doveroso che gli insegnanti assegnino dei compiti durante la pausa per le vacanze estive,  ovviamente la mole di lavoro deve essere adeguata.

Si può dedicare un po’ di tempo ogni giorno ai compiti, ovviamente senza intralciare o sacrificare viaggi, divertimenti previsti o proposti sul momento. In questi mesi in cui non c’è alcuna ansia e non ci sono voti, valutazioni, né  orari precisi da rispettare,  i compiti serviranno a sviluppare l’autonomia del bambino, costituiranno l’occasione per rimettersi in gioco, per sperimentare le capacità di affrontare da solo le difficoltà,

Credo che quello che un genitore debba far passare è la motivazione: perché sono utili i compiti delle vacanze? Se si accetta che i bambini li facciano tutti subito, appena finita la scuola “per togliersi il pensiero”, o che si ricordino di farli solo una settimana prima del rientrok, allora certamente il messaggio che trasmettiamo è questo:

compiti = peso= fastidio= incombenza imposta.

Per la maggior parte delle volte vengono proprio percepiti in questo modo, come fare per cambiare tendenza?

Non è facile, ma credo che sia possibile far comprendere agli studenti che i compiti durante le vacanze sono una sorta di allenamento, così come lo sportivo deve allenarsi per non perdere la tonicità muscolare, così lo studente allena la mente, per non perdere le conoscenze acquisite.

Più precisamente quale potrebbe essere il ruolo dei genitori?

I genitori dovrebbero occuparsi dell’organizzazione e della pianificazione, accompagnare i figli in modo discreto:  mai sostituirsi ai bambini e  fare i compiti al loro posto! Non servirebbe a nessuno. Uno scopo dei compiti è proprio quello di far sperimentare ai bambini  le capacità di autonomia e poter pensare: “posso farcela anche da solo” . Tutto ciò sarà un ottimo nutrimento per l’autostima! Ovviamente queste indicazioni  vanno correlate in base anche all’età: i bambini piccoli hanno bisogno di una presenza più costante, una supervisione più attenta; mentre i più grandi possono lavorare in autonomia.

A mio avviso il messaggio che occorre far passare è che i compiti non sono una punizione e nemmeno una tortura, sono un mezzo per imparare a lavorare da soli, a gestire il proprio tempo senza alcuna pressione e per riprendere il concetto citato sopra, allenandosi non si rischia di arrugginire le competenze e le conoscenze acquisite durante l’anno.

Buone vacanze e buon allenamento!

Tutte le immagini sono prese dal web

 

 

 

Dottoressa Daniela Tagliabue

 

 

 

 

Daniela Tagliabue cel 340-7712729

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sede di Cesano Maderno via Valgardena 3

sede di Milano via Zurigo 28 – piazza Wagner 2

 

Il trauma, le conseguenze neurobiologiche. L’EMDR Intervista alla Dottoressa Paola Cipriano

L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) definisce il trauma in questo modo:

“Il trauma è il risultato mentale di un evento o una serie di eventi improvvisi ed esterni, in
grado di rendere l’individuo temporaneamente inerme e di disgregare le sue strategie di difesa e di adattamento”.

Dottoressa Cipriano oggi parliamo di TRAUMA e delle nuove strategie per superarlo.

Possiamo definire due tipi di traumi:

il Trauma con la T maiuscola che è quello conseguente ad un evento ad impatto fortissimo: la morte, la malattia, abusi, violenze, il terremoto ecc.;

il trauma con t minuscola, cioè tutti quei traumi causati da esperienze stressanti nelle quali non c’è un pericolo fisico, non si rischia di morire, si vive però un’esperienza che disorganizza la mente, perché non è un attacco al sé fisico ma un attacco al sé psichico.

Il trauma con la t minuscola è altrettanto importante e impattante, bisogna comprendere che se un trauma non  viene elaborato rimane immagazzinato nella memoria, potremmo dire cristallizzato nella mente, intatto, così come l’abbiamo vissuto, come una sorta di dolore, di dispiacere perennemente rinnovato.

Oggi si può trattare il trauma con l‘ EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), una nuova terapia che integra la psicoterapia con le neuroscienze, inserendo cioè nella psicoterapia tutto quello che le neuroscienze ci hanno insegnato e dimostrato sulla mente. Siamo partiti dal presupposto che il trauma disorganizza la mente, ecco che il mio lavoro di psicoterapeuta EMDR è quello di integrare, desensibilizzare e riorganizzare la mente da quel preciso ricordo.

Dottoressa, un trauma non è solo un evento che provoca un danno psichico ed emotivo in quel momento della vita della persona, il trauma è ben altro, ha effetti che possono perdurare nella vita di un individuo, quali sono le conseguenze?

Possiamo avere come tipo di conseguenza del trauma una serie di disturbi tra i quali il disturbo post-traumatico da stress, ma esistono molti altri disagi psicologici, il DSM-5 (Manuale Di ) dimostra che lo stress vissuto in età infantile è legato ai disturbi mentali, al punto che l’OMS ha istituito un piano d’azione per la salute mentale fondato su alcuni concetti ormai consolidati da numerosi ricerche e cioè che l’esposizione a eventi stressanti in giovane età è un fattore di rischio per l’insorgenza di disturbi mentali e quindi può essere prevenibile. I gruppi vulnerabili sono: membri di famiglie che vivono in povertà, persone con malattie croniche, neonati e bambini sottoposti non solo a maltrattamenti fisici ma anche a trascuratezza emotiva.

Cos’è la trascuratezza emotiva?

È il non sentirsi visti per quello che si è, io uso la parola “sentire”, il bambino non si sente “sentito” da parte dei genitori, non c’è un’attenzione, una sintonizzazione sui suoi bisogni, sulle sue esigenze e quindi si sente poco visto, non riconosciuto.

Se si riflette sembra nulla di grave, non ci sono violenze fisiche, ma c’è un‘atmosfera emotiva di indifferenza, la tristezza del bambino, i suoi piccoli ma importanti problemi quotidiani non vengono considerati, non c’è conforto, rassicurazione, anzi da parte dei genitori c’è una banalizzazione.

Quei  “dai non fa niente”, “ma quanto la fai lunga”, “ora non ho tempo per queste stupidaggini”, in realtà costituiscono un trascurare emotivamente il bambino, un “mal uso” (un uso disfunzionale) della relazione.  In alcuni casi questa trascuratezza può avere conseguenze sul cervello e sul comportamento del bambino, ma ci sono anche altri gruppi vulnerabili che possono subire la “trascuratezza emotiva: gli anziani, i gruppi di minoranza, le persone discriminate, le persone esposte a catastrofi naturali.

Ci sono due momenti della vita in particolare in cui il trauma può avere un’influenza importante sul cervello, nei primi 5 anni di vita e verso i 12-13 anni.

Nei primi 5-6 anni di vita: subire un trauma, essere esposti ad un evento stressante in questi anni rende il cervello meno resistente agli effetti degli eventi stressanti successivi. Consideriamo un bambino maltrattato, il trauma è cronico, o la trascuratezza è cronica, è uno stile relazionale, il cervello produce livelli tossici di neurotrasmettitori, aumenta il cortisolo, detto anche ormone dello stress, a livelli esponenziali.

L’aumento di questo ormone produce una serie di conseguenze che riguardano l’ippocampo (un’area del cervello fondamentale per la memoria e la gestione delle emozioni).

In sostanza ci sarebbero dei cambiamenti nel cervello sia conseguentemente a dei traumi sia alla “trascuratezza emotiva”?

Sì,  degli studi hanno rilevato cambiamenti in alcune zone cerebrali in soggetti che avevano subito esperienze traumatiche, questi cambiamenti li rendono più sensibili, più vulnerabili rispetto agli eventi della vita, come se mancassero delle giuste risorse per affrontarli. Questi cambiamenti interessano queste zone del cervello:

a livello della corteccia prefrontale (la fronte) zona deputata alla logica e al ragionamento;

a livello del corpo calloso (una sorta di ponte che collega i due emisferi cerebrali destro e sinistro);

a livello dell’amigdala che è legata alla paura e al riconoscimento delle espressioni facciali;

a livello del lobo temporale.

Per questo è molto importante prevenire e aiutare i bambini, nei primi sei anni di vita il nostro cervello ha una iperproduzione dendritica (i dendriti sono delle ramificazioni che partono dal neurone = cellula nervosa) di connessioni, è un’attività intensa specifica di questo periodo di crescita, non succederà mai più che in tempi così brevi ci sia una così intensa attività neuronale.

L’altro momento importante è verso i 12-13 anni, periodo durante il quale avviene il “pruning”, quella che potremmo definire una “potatura” dendritica (NdA: i dendriti sono delle ramificazioni che partono dal neurone = cellula nervosa ed entrano in contatto con altri neuroni tramite le sinapsi), cioè alcune sinapsi vengono eliminate. Potremmo definirla una ristrutturazione della “casa” cervello, un riassetto, l’eliminazione di tutte quelle connessioni che non serviranno alla vita di adulto. Si tratta quindi  di un momento delicatissimo in cui un evento traumatico ha un impatto maggiore e più grave e  duraturo rispetto ad un adulto.

Le esperienze dei ricordi non verbali rimangono frammentati, decontestualizzati come se fossero intrappolati nelle reti neuronali, ed è questa la base dei sintomi che ne derivano. Il trauma quindi non è solo emotivo, cognitivo, ma ha anche una base neurobiologica.

Il trauma e le esperienze molto intense creano dei circuiti di memoria implicita che rimangono chiusi come in una “bolla”, il compito dello psicoterapeuta è quello di aprire questa “bolla” e far sì che quei dati vengano integrati in tutto il sistema neuronale e cerebrale.

L’EMDR  è efficace a qualsiasi età, questi cambiamenti possono interessare anche gli adulti?

Sì, il cervello in questo senso è plastico e l’EMDR ha effetti anche sugli adulti e con questo metodo si possono far tornare allo stato normale quelle parti del cervello che si erano rimpicciolite.

Cos’è quindi L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing)?

L’EMDR è una psicoterapia legata all’elaborazione dell’informazione e si basa su un processo fisiologico naturale, è la terapia più studiata al mondo ed è quella che ha più ricerche che ne dimostrano l ‘efficacia. È stata dichiarata dall’OMS il trattamento di elezione per la risoluzione dei traumi, un modo nuovo di considerare la patologia, in pratica il trattamento terapeutico può provocare cambiamenti neurofisiologici e biologici e quindi è in grado di rimodellare il cervello. Gli effetti sono evidenti, una volta che l’esperienza è stata integrata si sta molto meglio, non si hanno sintomi e la qualità della vita migliora. Il paziente attraverso la terapia dell’EMDR impara a creare una storia di vita della sua infanzia più coerente, con una prospettiva più costruttiva, e acquisisce una maggior sicurezza emotiva e autonomia. Per chi ha figli si ha anche una migliore relazione con essi perché si interrompono quei meccanismi ormai dimostrati di trasmissione transgenerazionale dei traumi, si interrompono quei disturbi e quelle caratteristiche che vengono spesso ereditate.

L’EMDR permette quindi al cervello di ricominciare da dove si era “inceppato” il meccanismo, attraverso i movimenti oculari vengono attivati in materia contemporanea i due emisferi, destro e sinistro, lavorando su episodi precisi della propria vita, la riattivazione provoca il ricollegamento e la comunicazione tra i due emisferi dà il via all’elaborazione che era stata interrotta in passato.

Perché è così importante questo collegamento?

Perché per elaborare un ricordo è necessario, a livello neurobiologico, che i due emisferi possano comunicare tra di loro in maniera equilibrata in modo che non predomini il destro (legato all’emozione, all’istinto, all’aspetto creativo), né il sinistro (legato alla razionalità della logica), l’EMDR permette di ristabilire questo equilibrio.

La Dottoressa Paola Cipriano riceve
in Viale Ungheria, 28
20138 Milano
Zona Milano Sud, Corvetto, Corso Lodi.
Santa Giulia
Milano
Zona Rogoredo
Telefono:

344 340.06.16       mail:   [email protected]

 

L’aggressività nei bambini – una fiaba per aiutarli a comprenderla e gestirla

Alcuni bambini manifestano un comportamento aggressivo, non solo a casa ma anche a scuola, come reagire e come arginare questo comportamento?

La Dottoressa Marelli ci spiega che :

“L’aggressività nei bambini non è qualcosa di patologico né tantomeno di raro. Non si dovrebbe negarla fingendo che non esista, occorrerebbe invece legittimarla senza farla coincidere con la totalità del bambino.

Ciò che sarebbe utile fare quando i bambini reagiscono, oppure si comportano in maniera aggressiva, è cercare di contenere l’angoscia che sta dietro alla loro reazione aggressività. Porsi oltre ciò che sembra. Naturalmente se l’aggressività è agita fisicamente questa va necessariamente contenuta per evitare che il bambino faccia male a sé o agli altri e per fare in modo che si senta protetto.

Il tumulto psichico che spesso i bambini attraversano, le sfide evolutive che devono quotidianamente affrontare, i cambiamenti che di sovente accadono nelle loro vite (arrivo di un fratellino/sorellina, cambio casa, passaggio scuola, separazione genitori ma anche litigi tra coetanei, rimproveri degli adulti, piccole frustrazioni) contribuiscono spesso a rendere l’aggressività un evento piuttosto frequente. È assolutamente fisiologico e auspicabile che un bambino la possa sentire e non la debba reprimere (segno di un ambiente non facilitante). Tuttavia noi adulti abbiamo il compito di contenerla e di fare sì che questa forte sensazione non fagociti il bambino e soprattutto non lo faccia sentire sopraffatto da essa.

Uno strumento molto utile che si utilizza in terapia, ma che consiglio a tutti i genitori, è la fiaba, in questo caso una fiaba che ho scritto, che racconta, nel linguaggio dei bambini, come l’aggressività ci possa fare sentire “squali” e far sì che gli altri si allontanino da noi perché impauriti dalle nostre reazioni. Tuttavia il messaggio è che è possibile contenerla e gestirla. E, come deve essere in ogni fiaba, il lieto fine è garantito. Ci sarà sempre qualcuno che non si farà spaventare dalle apparenze, che non si fermerà ad esse, ma che saprà cogliere l’interezza del nostro essere. E anche, ciò che sentiamo noi, è spesso un sentimento che anche gli altri provano.

Potete leggere questa fiaba, impararla a memoria e raccontarla ai vostri bambini quando sentite che stanno affrontando questa sfida. 

È adatta a bambini a partire dai due anni.

Lo squalo Piero

“C’era una volta un signore che si chiamava Giovanni ma per tutti era il Signor Giò.

Il Signor Giò era un uomo buono e gentile ma aveva un difetto: era molto sbadato e distratto, un giorno decise di fare un viaggio in nave, destinazione l’isola Blu, ma una volta in viaggio si accorse di aver  preso la nave sbagliata e si ritrovò su un’isola molto strana, sperduta nel mare, piena di foglie di palma era l’isola Verde. Le foglie erano davvero tantissime e lui si divertiva tanto a giocarci, un po’ le buttava nel mare e un po’ le teneva per sventolarsi perché sull’isola faceva molto caldo. Dopo aver passato molto tempo  a giocare  cominciò ad annoiarsi, si sentiva solo voleva tornare a casa! Ogni tanto sull’isola Verde si fermavano delle navi, una attraccò proprio davanti al Signor Giò e lui felice  riprese il viaggio ma all’improvviso la nave si trovò in mezzo ad una forte tempesta, come spesso accade nella natura, e naufragò. Fortunatamente Il Signor Giò  in mezzo a quel mare gelido e profondo, vide scintillare uno scoglio tutto d’oro   lo raggiunse a nuoto  e vi si aggrappò.

Intorno non c’era nulla e il Signor Giò era molto triste e spaventato, ad un certo punto a peggiorare la situazione arrivò un grosso squalo dall’aspetto spaventoso che cominciò a girare attorno allo scoglio mostrando i suoi denti aguzzi! 

Che spavento: “Vattene via squalaccio! Lo so che sei cattivo! Mi mostri quei dentoni perché vuoi farmi male!” gridava disperato il Signor Giò, ma lo squalo restò lì, alzò lo sguardo e, piangendo gli disse “Perché mi mandi via anche tu? Tutti scappano da me perché ho un aspetto spaventoso ma io in realtà sono molto buono! È vero, a volte mostro i denti, ma non voglio fare male a nessuno. Mi sento solo e non ho amici perché tutti hanno paura! Scusa, non volevo spaventarti è solo che pensavo potessimo diventare amici, ma se vuoi vado via”.

Il Signor Giò rimase stupito, non se lo aspettava, pensava che sarebbe stato mangiato in un sol boccone, restò un momento a pensare in silenzio, si ricordò di quando era capitato anche a lui di essere stato giudicato perché nessuno lo capiva veramente  e disse: “Mi dispiace per le cose che ti ho detto. Ho sbagliato a giudicarti solo perché sei grosso e hai tanti denti aguzzi. In fondo tutti noi abbiamo dei denti. Io voglio diventare tuo amico e per dimostrartelo ti chiederò di portarmi in salvo a terra.”

Lo squalo  gli fece un grandissimo sorriso mostrando tutti i suoi denti aguzzi e disse: “ Va bene , mi presento io mi chiamo Piero! Vieni, sali su di me, ti porterò in salvo”. Il Signor Giò gli salì sulla schiena e Piero lo squalo, come promesso, lo portò sull’isola più vicina, l’isola Dei Pesci. Da quel giorno Piero  e il Signor Giò diventarono  grandi amici, passavano molto tempo a giocare e a pescare! Lo squalo non era mai stato così felice in vita sua finalmente aveva un amico! E anche il Signor Giò non aveva mai avuto qualcuno con cui passare il tempo.

Arrivò però il tempo della nostalgia,  il Signor Giò aveva una famiglia che lo aspettava e che gli mancava molto, era tempo di tornare a casa così chiese a Piero di portarlo su una nave giusta questa volta, che lo avrebbe riportato a casa. Vedendo la tristezza di Piero gli  disse: “tu sei un amico speciale per me! Non ti dimenticherò mai e ti verrò a trovare ogni anno su questa isola”. Piero  era felicissimo di aver trovato un amico e non solo uno, perché la sua vita ormai era cambiata, vedendolo giocare con il Signor Giò  gli altri pesci non avevano più paura di lui e ormai aveva tanti amici fra di loro. Piero non era cattivo, anzi era un simpaticone!  I due amici, un po’ commossi, si salutarono e da quel momento in poi si ritrovarono tutti gli anni sull’isola Di Pesci per passare del tempo insieme!”

 

 

 

 

 

 

 

Le immagini sono prese dal web, io ho curato l’editing di questa storia scritta dalla Dottoressa Marelli

 

 

 

Dottoressa Alessandra Marelli

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Come aiutare una persona che sta avendo un attacco di panico. Dottoressa Alessandra Marelli

Come aiutare una persona che sta avendo un attacco di panico

Molti di noi ne soffrono di frequente, ad altri l’attacco arriva così improvvisamente e spaventa ancora di più. Cosa sono, come si manifestano? Quali sono i sintomi?

La Dottoressa Alessandra Marelli  ne parla in questo suo articolo.

“Innanzitutto occorre chiarirsi su cosa sia un attacco di panico. Credo sia importante farlo per distinguerlo da altre manifestazione ansiose che, sebbene perturbanti, non hanno lo stesso impatto di un vero e proprio attacco di panico.

Il termine “panico” deriva dal nome del dio greco Pan, per metà uomo e per metà caprone, capace di suscitare repentino e inspiegabile terrore nell’animo umano (Francesetti, “Attacchi di panico e postmodernità”).

Già dalle origini del nome possiamo cogliere una caratteristica imprescindibile dell’attacco (per essere definito di panico) ovvero la sua imprevedibilità.

Un attacco di panico è un’improvvisa paura molto intensa e totalizzante che raggiunge un picco in pochi minuti, durante i quali si verificano quattro (o più) dei seguenti sintomi (DSM V):

  1. Palpitazioni;
  2. sensazione di cuore in gola o tachicardia;
  3. sudorazione;
  4. tremori o agitazione;
  5. sensazioni di mancanza di respiro o di soffocamento;
  6. dolore o fastidio al petto;
  7. nausea o disturbi addominali;
  8. sensazione di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento;
  9. brividi o sensazioni di calore;
  10. parestesia (intorpidimento o formicolio);
  11. derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi);
  12. paura di perdere il controllo, impazzire, morire.

Le caratteristiche sopra elencate possono portare quindi il soggetto, ma soprattutto i soggetti che assistono all’attacco, a confonderlo con un infarto o con una condizione medica differente.

Se si è a conoscenza del fatto che il soggetto soffre di attacchi di panico oppure di disturbi d’ansia si può intervenire efficacemente per aiutare la persona ad uscire dall’attacco di panico. Scriverò di questo in seguito.

Gli attacchi di panico possono manifestarsi in vari disturbi d’ansia. In relazione alle modalità ed alle cause si possono distinguere 3 tipi di attacchi di panico:

  1. Attacco di panico inaspettato, quindi improvviso, senza nessuna causa apparente. Il soggetto, in questo caso, non è in grado di prevederne l‘insorgenza.
  2. Attacchi di panico conseguenti ad una data situazione. La sintomatologia si presenta in seguito all’esposizione. Ad esempio assisto ad una scena violenta (rapina, incidente, crollo, sparatoria, ecc.) e manifesto la sintomatologia sopra descritta.
  3. Attacchi di panico sensibili alla situazione, ovvero l’attacco di panico può manifestarsi o meno in seguito alla situazione temuta.

Una volta che il soggetto ha sperimentato un attacco di panico è facile che si sviluppi poi una paura molto forte legata al fatto che possa accadere nuovamente. Questo forte terrore, a volte, porta la persona ad avere condotte evitanti e ad avere pensieri intrusivi di scenari catastrofici di morte.

I soggetti che hanno avuto attacchi di panico riferiscono molto spesso di avere avuto la sensazione di “stare per morire” oppure di “stare per impazzire”. Questa sensazione acutizza la sintomatologia in una spirale crescente di terrore.

La notizia che può tranquillizzare i soggetti che ne soffrono è che l’attacco di panico è una condizione clinica che si può affrontare con successo con una buona psicoterapia (a volte anche senza il supporto farmacologico. Questo aspetto tuttavia verrà valuto dal professionista della salute mentale).

Ma ciò che spesso mi viene chiesto dai familiari, siano essi, genitori, figli, compagne/i, amici/che è : “cosa posso fare io quando XXX ha un attacco di panico in corso? Come posso aiutarla/o? Devo fare (o non fare) qualcosa?”

Proverò a rispondere a questa domanda, ricordando che, quanto dirò, non serve a curare gli attacchi di panico (per questo occorre necessariamente rivolgersi ad uno psicoterapeuta), ma è utile agli astanti per gestire al meglio l’attacco.

CONSIGLI UTILI

segue http://www.psicologomilanonord.it/attacchi-di-panico-milano.html

 

 

Dottoressa Alessandra Marelli

Studio a Senago

VIA SARAGAT, 11 – 20030 – SENAGO 20030 – SENAGO (MI)

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Cominciamo dalla parola “BULLYING”. Il bullismo è … ne parliamo con la Dottoressa De Ponte

Cominciamo dalla parola “BULLYING” e dalla sua definizione :  Bullying is unwanted, aggressive behavior among school aged children that involves a real or perceived power imbalance. The behavior is repeated, or has the potential to be repeated, over time. Both kids who are bullied and who bully others may have serious, lasting problems.

“Il bullismo è un comportamento indesiderato e aggressivo tra i bambini in età scolare che comporta uno squilibrio di potere reale o percepito. Il comportamento è ripetuto, o ha il potenziale per essere ripetuto, nel tempo. Entrambi i bambini che sono vittime di bullismo e che fanno il prepotente possono avere problemi seri e duraturi.”

La definizione è tratta da un sito governativo americano ( www.stopbullying.gov)  che si occupa proprio di questo tema. Nella cronaca le notizie di casi di bullismo sono frequenti, ho chiesto alla Dottoressa De Ponte di analizzare questo tema da un punto di vista un po’ diverso dal solito, cominciano con una sua definizione potremmo dire “tecnica”, cos’è il bullismo e chi è il bullo?

Nella mia pratica clinica ho avuto ed ho avuto diversi pazienti coinvolti in casi di bullismo, sia vittime che bulli. Se vogliamo inquadrarlo clinicamente il bullismo si può definire come un comportamento sociale di tipo violento e intenzionale, la violenza può essere di natura fisica o psicologica. Il termine  bullismo come lei ha ben spiegato nella premessa  viene dall’inglese “bullying”,  e  proprio come nella definizione che lei ha dato si  caratterizza con una situazione relazionale in cui sono presenti un soggetto prevaricatore e un soggetto prevaricato, cioè il bullo e la vittima.

Tra i due c’è uno squilibrio di potere, il bullo si sente potente, sicuro di sé, si mostra all’altro superiore  e sottolineo si MOSTRA così, dall’altra parte c’è la vittima che non riesce a ribellarsi a  questa prevaricazione e  si mostra all’altro come una persona debole.  Nel fenomeno del bullismo, generalmente, non sono coinvolti solo il bullo o i bulli e le/la vittima/e, sono coinvolti tutti coloro che fanno parte integrante del loro mondo: i compagni che tacciono per timore assistendo ai soprusi, i genitori, i docenti.

È indubbio che a pagarne il prezzo è la vittima che va aiutata, sostenuta e supportata, ma in questo articolo cerchiamo di prendere in considerazione il bullismo osservando entrambe le prospettive, cioè analizzando anche il comportamento del bullo.

Perché un bambino, un ragazzo diventa bullo?

Credo che alla base di tutto ci sia la ricerca del POTERE, il bullo ha un potere sull’altro, il potere di provocare uno stato d’animo di paura, di ansia, di preoccupazione, di umiliazione e sottomissione. Provocare la paura fa sentire potenti. Nell’immaginario collettivo il bullo è rappresentato come un ragazzo sicuro di sé, spavaldo; questo è vero fino ad un certo punto perché nella mia esperienza ho incontrato bulli che dietro questa facciata erano ragazzi immaturi con una scarsa stima in se stessi. Per questo penso che nei casi di bullismo bisogna agire su entrambe le parti e coinvolgere il contesto familiare, scolastico e sociale, laddove sia possibile ovviamente.

Dottoressa immagino che sia una domanda “impossibile” chiederle: quali sono le cause del bullismo?

Sì, se non proprio impossibile quasi perché è un fenomeno complesso e multifattoriale che dipende da diversi fattori: sociali, familiari, dalla personalità del soggetto, dalle dinamiche del gruppo. Oggi poi al bullismo propriamente detto si è aggiunto anche il cyberbullismo in cui l’aggressione non è fisica, ma si svolge tutto in rete, attraverso il web e i social, e la vittima viene colpita tramite la diffusione di materiale denigratorio o creando gruppi di vero e proprio accanimento contro la persona. Bullismo e cyberbullismo non sono diversi, cambiano solo le modalità con cui le prepotenze e a volte vere e proprie violenze vengono veicolate.

Cosa fare?

Prima di tutto bisogna agire con interventi preventivi attraverso la sensibilizzazione e l’informazione. In questi interventi   rivestono un ruolo fondamentale i genitori e gli insegnanti.

I genitori posso monitorare i comportamenti del figlio all’interno del gruppo dei coetanei e rivolgersi agli specialisti e/o agli insegnanti quando vedono che ci sono comportamenti o manifestazioni insolite.

In classe gli insegnanti  possono favorire una “politica del rispetto” facendo in modo che tutti gli allievi vengano riconosciuti per quello che sono; inoltre possono segnalare precocemente episodi che vanno nella direzione della prevaricazione e del bullismo.

È necessario aiutare e sostenere la vittima, ma anche lavorare sul bullo e sulle sue fragilità, e sull’amore e la stima in se stesso. L’unico modo per indurre l’amore verso l’altro è cominciare ad amare se stessi.

Dottoressa ci parli di qualche sua esperienza sul campo.

Ho partecipato a diversi progetti nelle scuole, nella fattispecie, vi parlo di una esperienza in una scuola secondaria di secondo grado.

Alcuni insegnanti avevano individuato nella loro classe, la presenza di alcuni alunni che avevano comportamenti aggressivi e prevaricatori nei confronti dei loro compagni e in alcuni casi anche verso i docenti, quindi tutto faceva temere la possibilità di futuri atti di bullismo. Il nostro intervento è partito dal presupposto che la scuola non è solo un luogo dove imparare, ma  un posto dove relazionarsi, dove imparare a convivere con gli altri, è il luogo dove si vive la socialità con i propri coetanei, quindi abbiamo pensato che per ristabilire un clima di benessere e serenità fosse necessario mettere in atto delle esperienze di peer  education, educazione tra i pari. Questo progetto ha coinvolto sia studenti che docenti inserendoli in attività di formazione-informazioni, e laboratori di gruppo, all’interno dei quali i venivano affidati ai ragazzi dei ruoli precisi.

Ogni ruolo puntava sulla valorizzazione delle risorse interne e delle abilità di ciascuno, indipendentemente dalle caratteristiche (cioè erano coinvolti i possibili bulli, le probabili vittime e l’intero gruppo classe). Il fine era quello di valorizzare il “buono” e le risorse di tutti indistintamente. In virtù di questo ai cosiddetti bulli (io non amo questa parola) sono stati affidati ruoli di responsabilità; il ragazzo con atteggiamenti prevaricanti nei riguardi dei loro amici diventava per un certo tempo e per determinate attività, il tutor, il leader del gruppo classe. Il risultato è stato positivo, erano tutti molto soddisfatti! Gli adulti (i docenti e gli psicologi) gli avevano affidato un ruolo importante, avevano riposto in loro la fiducia (forse era successo raramente nella loro vita). I ragazzi che di solito venivano  considerati come quelli “da cui stare lontani”, erano ora considerati  “affidabili”.  Quindi per un certo tempo e in un certo momento era  stata tolta loro l’etichetta con cui andavano in giro per il mondo.

L’adulto che ha fiducia nel ragazzo, fa in modo che anche lui  possa avere fiducia in se stesso, è come dire:  “Se io (adulto) credo in te (ragazzo) realmente, anche tu puoi credere in te. Puoi iniziare a costruire dentro di te uno spazio d’amore per te”.

Alla fine del progetto abbiamo rilevato un cambiamento in tutte le dinamiche: alunni-alunni, alunni-insegnanti, insegnanti-insegnanti. Ognuno di loro ha sperimentato un ruolo diverso, ognuno ha incrementato il rispetto per le proprie risorse e abilità. Credo che sia un’esperienza da ripetere.

Al MIO STUDIO:

Per quanto riguarda la mia esperienza clinica in  studio  seguo pazienti sia  “bulli” che “vittime”.

Il lavoro che effettuiamo insieme, io con loro all’interno della relazione terapeutica,  è quello di costruire un percorso che li aiuti ad assumere comportamenti alternativi, ad uscire dal “ruolo” abituale; è come se avessero un “marchio”,  come se fossero “imprigionati” in un dato  “personaggio” per esempio ci sono ragazzi che hanno il “marchio del bullo” o ragazzi che “marchio della vittima”. Cerco quindi di fargli immaginare quale sia la reazione degli altri ad un loro cambiamento; io credo in un loro cambiamento di ruolo e credo che loro possano, in un certo senso, liberarsi del marchio che hanno. Metaforicamente possano, cioè, “spogliarsi”  dei panni di bullo o “spogliarsi” dei panni della vittima. Se aumenta il grado di consapevolezza rispetto ai propri vissuti, l’ aggressività, per esempio, può prendere una forma meno disfunzionale e può non essere direzionata contro le persone che vengono viste come le più deboli. Per fare ciò occorre fare un‘ azione di “alfabetizzazione emozionale”, attraverso la quale comprendano che tutte le emozioni hanno un senso, una funzione, un peso importante.

È un lavoro in cui bisogna costruire, ma anche smontare false idee e apprendimenti distorti che i ragazzi hanno interiorizzato. Spesso ho riscontrato che questi ragazzi hanno interiorizzati un messaggio del tipo: “Per affermarti devi combattere altrimenti gli altri ti schiacciano” oppure: “Se non sei forte il mondo ti mangia”, il concetto principale è quindi che “gli altri sono tutti contro di te e tu devi combattere e quindi vivere ‘contro’ anche tu

Grazie al lavoro terapeutico tutto questo può essere modificato in: “Puoi fidarti degli altri perché TU SEI IMPORTANTE per gli altri e anche loro lo sono per te”.

Per fare ciò il terapeuta deve mostrare di avere molta fiducia nel ragazzo e deve fare in modo che il ragazzo si affidi a lui. Il terapeuta si  muove con dedizione, interesse e desiderio in modo da stabilire un clima di fiducia nella relazione terapeutica. Se il ragazzo apprende che si può fidare del terapeuta,  e che il terapeuta si fida di lui, può portare la stessa fiducia fuori, nel suo mondo. Per esempio può sperimentare di sentire che un suo amico si fida di lui e che lui si fida una altro amico ancora.

La fiducia che si costruisce gradualmente durante la relazione terapeutica, consente di accompagnare il ragazzo in un viaggio,  con una continua attenzione nei suoi confronti, in modo da poter in ogni momento cambiare rotta, invertirla, verificare il percorso, per poi giungere alla meta stabilita.

La ringrazio Dottoressa De Ponte ovviamente in questo articolo abbiamo dato solo “un assaggio” di un tema difficile e molto dibattuto, non esistono formule magiche e soluzioni uniche come avviene sempre quando si parla di ragazzi, di persone bisogna agire insieme, ognuno con le sue competenze, ognuno con il suo ruolo per dare a tutti i ragazzi la possibilità di crescere, studiare e socializzare e affermarsi con serenità e nel rispetto di tutti.

Le immagini sono prese dal web.

 

La dottoressa Anellina De Ponte riceve a:

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Test cognitivi e test proiettivi. Come, quando e perché vengono utilizzati? Ne parliamo con la Dottoressa Tagliabue

Test cognitivi e test proiettivi.

Spesso si ha una visione semplicistica dei test, pensiamo che sia tutto limitato alla risposta giusta o sbagliata. Come, quando e perché vengono utilizzati? Ne parliamo con la Dottoressa Tagliabue

 I test, così come il colloquio, l’intervista, l’osservazione e il questionario sono uno degli strumenti che lo psicologo ha a disposizione nel suo lavoro per diversi scopi, per esempio decodificare la richiesta di un soggetto o per contestualizzare il disagio o il sintomo di un paziente.

Dottoressa Tagliabue, spesso si ha una visione semplicistica dei test, pensiamo che sia tutto limitato alla risposta giusta o sbagliata. Lei può spiegarci come vengono utilizzati i test nella realtà?

Nessun test e nessuna batteria di test di per sé può dare da solo un quadro del soggetto, è lo psicologo che elabora e interpreta i dati che sono emersi dai test e li organizza all’interno di un quadro significativo, all’interno della relazione terapeutica e di diversi colloqui. La scelta di utilizzarli deriva da diversi criteri, spesso il motivo per cui si introducono è quello di fare chiarezza in un tempo breve, proprio perché con i test si possono ottenere molti elementi e informazioni  in più che permetteranno di  avere un quadro diagnostico più completo.

A me piace molto utilizzare questa metafora: il test è come una sorta di fotografia istantanea della persona scattata in un preciso momento, in una specifica situazione di vita. Continuando con la metafora, guardando la fotografia e osservandone i dettagli, lo psicologo può avere una visione globale di tutti gli elementi che sono in gioco. I test quindi costituiscono, a mio avviso, un valore aggiunto alla terapia, la possibilità di poter fare “un’istantanea” di ogni tappa del percorso e poter confrontare ad esempio la prima con l’ultima fatta alla fine della terapia.  Per essere utilizzati in campo psicologico, i test devono avere una validità scientifica e statistica solo con queste garanzie si può affermare che i dati che emergono sono attendibili e reali.

La scelta del tipo di test da utilizzare dipende da tante variabili, prima di tutto dal fine, dall’obiettivo, dal disturbo in atto, dall’età del paziente e dall’orientamento teorico dello psicologo. Esiste una vasta gamma di test, in questo articolo prenderò in considerazione le macrocategorie più utilizzate.

Qual è lo scopo dei test?

Soprattutto indagare su vari aspetti della personalità. Ci sono, ad esempio, test cognitivi che ci danno un quadro delle risorse cognitive della persona e i test proiettivi che vanno invece ad indagare gli aspetti emotivo-relazionali. Ci sono anche le cosiddette “prove standardizzate” che vengono utilizzate per approfondire la diagnosi di un particolare tipo di problematica e che comprendono i test per appurare la presenza di una difficoltà di apprendimento, oppure difficoltà visuo-spaziali, o vanno a verificare altre capacità del soggetto.

Dottoressa Tagliabue può parlarci più in dettaglio dei TEST COGNITIVI?

I test cognitivi riguardano l’intelligenza e varie abilità cognitive, ne esistono di diversi tipi sono test detti di Livello perché alle prestazioni e ai compiti che vengono affidati al soggetto viene attribuito un punteggio, il risultato viene confrontato con un campione di riferimento di pari età e da questo si può rilevare se la prestazione del soggetto è nella media, inferiore o superiore.

I test cognitivi possono essere anche suddivisi in test verbali (domande e risposte verbali) e test non verbali, cioè quelli in cui il soggetto può rispondere scrivendo o indicando la risposta.

Tutti i test di livello vanno a verificare l’intelligenza, sappiamo che il costrutto dell’intelligenza non è unico ma è multifattoriale quindi per valutarla si utilizza una batteria di test.  Le più famose sono le Scale  Weschsler , suddivise in Scala Wais per gli adulti (dai 18 anni in su), la Scala Wisc per l’età scolare (dai 6 fino ai 16-17anni), e la scala Wippsi  per l’età prescolare. Sono tutti test che valutano il famoso Q.I. (quoziente intellettivo). Altri tipi di test d’intelligenza sono le matrici di Raven, che a seconda dell’età si suddividono in matrici progressive colorate e standard. Altri strumenti per indagare l’intelligenza sono: TINV (Test di Intelligenza Non Verbale), la  Vineland Adaptive Behavior Scales e il test Leiter-R.

 

Dottoressa passiamo ora ai test proiettivi

I test proiettivi indagano gli aspetti emotivo-relazionali della persona, non sono test di livello e i risultati non vengono confrontati con un campione di riferimento, ma sono tecniche che consentono di avere una visione d’insieme della personalità e le varie tappe dello sviluppo dal punto di vista della psicologia proiettiva.

In pratica come si distinguono dai cognitivi?

Alla persona sottoposta al test vengono presentati stimoli poco strutturali o ambigui, il soggetto attribuisce a questi stimoli un significato che sarà poi utilizzato per rivelare parti della sua personalità, gli aspetti emotivi, emozionali e affettivi. Per citarne qualcuno: i classici test di Rorschach,

Hermann Rorschach

Black Pictures, il T.A.T (Thematic Apperception Test).

Ma anche test più semplici effettuati con metodi espressivi come quelli “carta-matita” nei quali viene chiesto di disegnare, ad esempio il test della figura umana, il test del disegno dell’Albero o il test Wartegg.

In conclusione, di questa brevissima panoramica sui test vorrei ricordare i test specifici cioè quelli che rilevano capacità particolari della persona, per fare qualche esempio, se facciamo riferimento ai bambini si usano le prove standardizzate per verificare la capacità d’apprendimento, la lettura-scrittura-calcolo, la concentrazione e l’attenzione.

Infine, Dottoressa Tagliabue ci dica gli aspetti fondamentali della valutazione testistica.

Credo che gli aspetti fondamentali siano due:

IL CRITERIO DI SCELTA DEL TEST

Il test viene scelto per un perseguire un obiettivo e un fine specifici.

LA RESTITUZIONE

Dopo tutto il lavoro fatto, i test, l’analisi dei risultati, i colloqui, e gli incontri arriva il momento in cui questo grande bagaglio d’informazioni deve essere elaborato e discusso con il paziente e da qui arriva la restituzione. Quel momento può essere vissuto non come un arrivo, ma una vera nuova partenza data dalla scoperta di nuove informazioni su di sé ed eventualmente dalla possibilità di intraprendere un nuovo percorso, sicuramente più profondo ed efficace.

Tutte le immagini sono prese dal web

 

 

 

Dottoressa Daniela Tagliabue

 

 

 

 

Daniela Tagliabue cel 340-7712729

[email protected]

Centro   Multidisciplinaire Koru Lab Via Santo Stefano 10 [email protected]

sede di Milano via Zurigo 28 – piazza Wagner 2

Un bambino vive un momento di difficoltà, il genitore chiede aiuto… cosa avviene da quel momento in poi? Ne parliamo con la Dottoressa De Ponte

Dottoressa De Ponte nel corso dell’intervista che potremmo definire di presentazione  (la trovate qui nel blog), lei ha affermato che si occupa anche di Psicoterapia dell’età evolutiva e quindi di sostegno psicologico per i bambini. Cosa succede quando un genitore si accorge che il proprio bambino sta vivendo un momento di difficoltà, di disagio?

Iniziamo da: lei riceve una telefonata da un genitore 

Esatto, tutto inizia con una telefonata durante la quale uno dei genitori mi spiega la situazione, poi si fissa  il primo appuntamento.

In genere richiedo la presenza di entrambi i genitori (a meno che non ci siano degli impedimenti), poi in seguito decido se vedere o meno il bambino anche in rapporto alla sua età. Il percorso terapeutico prevede degli incontri alternati   bambino-genitori, di solito dopo tre incontri col bambino uno avviene con i genitori, ma non c’è mai nulla di fisso, tutto è dinamico e dipende dal percorso, dalla disponibilità dei genitori e dalla problematica.  La seduta dura circa   50 minuti con una frequenza che varia caso per caso.

So che non è facile decidere di “di andare dallo psicologo”, in virtù della sua esperienza cosa spinge un genitore a chiedere finalmente aiuto?

Il bambino viene in terapia dopo un fatto eclatante, in seguito ad episodio molto forte, come lei ha detto nella premessa, i genitori non sempre si attivano in tempi veloci per verificarne la causa.  Fra i motivi da lei enunciati aggiungerei che spesso si pensa che portare il bambino dallo psicologo sia automaticamente indice di una “carenza” come genitore. Una sorta di: se il bambino ha qualcosa che non va è sicuramente “colpa” mia, sono un cattivo padre o una cattiva madre.  Da qui nasce la resistenza del genitore a chiedere aiuto. Generalmente in questi casi, rimando ai genitori un messaggio di incoraggiamento, so bene che fanno del loro meglio, e sicuramente il loro bambino è amato e  le difficoltà che sta vivendo sono  probabilmente momentanee.

Quindi a volte le arrivano bambini con situazioni anche gravi perché immagino che il fattore “tempo” sia importantissimo, forse possiamo approfittarne per lanciare una specie di appello: procrastinare, rimandare non aiuta a far superare i problemi, al contrario aggrava le situazioni e rischia di cronicizzarle. C’è anche la possibilità che sia un disagio passeggero, un momento di difficoltà ma anche che sia un problema più complesso che va considerato seriamente.

Lo so che è una domanda “impossibile” ma molti mi chiedono “quanto dura il percorso terapeutico?”, immagino che sia impossibile rispondere.

Infatti non è definibile a priori, ogni bambino è una caso a sé, ha una sua storia e volta per volta insieme anche ai genitori valutiamo la situazione e gli obiettivi terapeutici.

Ora entriamo nel suo studio, come interagisce col bambino?

Lo strumento principale d’intervento è il Colloquio in base anche al mio orientamento terapeutico, ma soprattutto il gioco! Non potrebbe essere altrimenti trattandosi di bambini. Il percorso terapeutico è finalizzato al conseguimento della realizzazione di sé stessi e delle proprie capacità e potenzialità, all’aumento della conoscenza di sé, all’accettazione dei propri limiti, sia da parte del bambino che da parte dei genitori, e alla riduzione della sofferenza psicologica.

Quindi per costruire la relazione con il bambino utilizzo i giochi di ruolo, le fantasie guidate, le storie, la musica, l’argilla, il disegno, la lettura, i peluche, i burattini, il colore.

Nella mia vita privata faccio anche teatro e quindi porto nello studio questa esperienza lavorando sulla drammatizzazione delle fiabe, le metto in scena insieme ai bambini; è una pratica che li aiuta tantissimo ad aumentare la crescita e lo sviluppo della coscienza[1].

Ma la tecnica e la procedura non sono fine a sé stesse, la tecnica e il metodo sono catalizzatori perché ogni seduta è imprevedibile tutto dipende da me, dal bambino, dalla situazione; il processo creativo che ne deriva è aperto a 360 gradi, perché è questo il mio compito: aprire sia le porte che le finestre del loro mondo interiore.  È necessario offrire al bambino tutti i mezzi che gli permettano di poter esprimere le proprie emozioni e di tirar fuori ciò che è nascosto e che spesso fa soffrire. Si può lavorare insieme su questo materiale che emerge. Il mio intervento permette di aiutare ad aprire le porte della autoconoscenza e della padronanza di sé, con dolcezza e delicatezza.

Quando entro in relazione con un bambino attivo il mio bambino interiore, detto in termini di Analisi Transazionale, cioè attivo una parte di me, di Bambino Libero che va verso la creatività, verso la spontaneità tipica dei bambini e poi attivo anche una parte Genitoriale.

Concluderei con un pensiero fondamentale: il presupposto di base per lavorare con i bambini è non solo attivare questa parte libera di sé (il Bambino Libero di cui dicevo), ma è fondamentale AMARLI, stabilire con loro un rapporto di accettazione e di fiducia, seguirli nella crescita e nel loro apprendimento. Il bambino deve sentirsi accettato per quello che è, solo amandolo e accettandolo è possibile aiutarlo. L’amore cura.

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Come metodo mi ispiro a quella di Viole Oaklander una terapeuta Gestalt che ha scritto” Il gioco che guarisce”

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Ansia e paura. Tre domande alla Dottoressa Trivelli

Continua il viaggio nel “pianeta ansia”, un tema che riscuote sempre un grande interesse.

Dottoressa Trivelli l’ansia cos’è?

L’ansia è un’emozione secondaria caratterizzata da una serie di sensazioni fisiche come l’aumento della pressione, della tensione muscolare, la sensazione di minaccia, la preoccupazione.  Sia chiaro che di per sé l’ansia non è qualcosa di negativo, al contrario è utile all’adattamento, infatti nel corso dell’evoluzione se l’uomo non avesse mantenuto attive emozioni quali l’ansia e la paura, non si sarebbe evoluto perché non sarebbe riuscito a far fronte a nessuna situazione. Una totale mancanza di paura ne avrebbe provocato l’estinzione e, ancora oggi, non riuscirebbe ad attraversare una strada trafficata se non avvertisse un po’ di paura e di ansia.

Quindi l’ansia in tutti quei momenti in cui dobbiamo affrontare una prova, una situazione in cui sono necessarie concentrazione e attenzione, è una vera e propria un’alleata, perché entro certi limiti     ha la funzione di ottimizzare le funzioni psicofisiche.

Ansia e paura: che cosa le distingue?       

Parliamo di ANSIA quando le persone credono di essere esposte ad una minaccia, più o meno imminente o grave, quando in realtà non è generata specificamente dall’evento minaccioso, ma scaturisce da tutti quei pensieri che facciamo su quello che sta accadendo, su quello che accadrà, o su quello che potrebbe accadere. Inoltre, l’ansia dipende anche da come ci sentiamo noi: adatti o efficaci ad affrontare quella possibile situazione.

Quando invece siamo esposti ad una minaccia reale l’emozione che si scatena viene definita PAURA. Per intenderci se ci troviamo in casa, di notte, sentiamo una finestra sbattere e un tonfo, segno che qualcuno è entrato la sensazione che proviamo è la  paura. Se invece usciamo dimenticando di attivare l’allarme antifurto e con l’incertezza di aver chiuso le finestre, la sensazione che proviamo è ansia.

Ansia e paura differiscono, anche se le reazioni a livello fisico sono più o meno le stesse : tachicardia, sudorazione, respirazione affannosa, nodo alla gola, molto caldo, molto freddo, nel caso del nostro esempio quello che percepiamo nel primo caso è la reazione, la paura di fronte ad un pericolo reale, mentre l’altra è la reazione ansiosa di fronte ad un pericolo percepito.

 

La paura

La paura è sicuramente l’emozione più antica ed è fondamentale per la sopravvivenza, motivo per cui non è stata eliminata nell’evoluzione e nemmeno l’ansia, o la rabbia. La paura la proviamo quando siamo di fronte ad un pericolo e dobbiamo proteggere la nostra vita fisica e psichica, è una risposta mirata e diretta ad un evento specifico o ad un oggetto specifico, e di solito la persona è completamente consapevole della situazione minacciosa.

Dottoressa quindi la paura è qualcosa di tangibile, di più reale  mentre l’ansia?

L’ansia è diversa dalla paura perché si pone l’obbiettivo di affrontare una preoccupazione sulla verificabilità e sull’affrontabilità di un evento futuro,  ma anche se faticose da sperimentare  e da tollerare ansia e paura non sono sensazioni negative, ma hanno un ruolo adattivo.

L’ansia ci aiuta ad individuare   minacce future, e in un ipotetico scenario ci aiuta  premunirci contro di esse progettando le strategie che ci aiuteranno ad affrontare la situazione particolarmente temuta.

Quando sperimentiamo un giusto livello di ansia che rimane nella nostra finestra di tolleranza, questo stato ci permette di essere più performanti, perché produce un effetto di ottimizzazione delle risorse psico-fisiche della persona. Tuttavia nell’uomo, ma anche negli animali, accade che l’ansia superi soglia  di tolleranza, quando è eccessiva anziché ottimizzare le risorse psicofisiche, tende a bloccare l’individuo fino a trasformarsi in panico, diventando quindi patologica perché   la reazione viene generalizzata anche a situazioni neutre, che in realtà non costituiscono affatto una minaccia. Quindi a questo punto usciamo dall’ansia fisiologica ed entriamo nel campo dell’ansia patologica, che va affrontata dal punto di vista clinico e psicoterapeutico

Dottoressa Trivelli in sostanza l’ansia mantenuta a livelli diremmo “normali”, è un’ottima compagna, sollecita le nostre capacità psico-fisiche, ci dà una spinta in più nella concentrazione e nell’affrontare situazioni di lavoro, di studio o di vita quotidiana.

Quando invece per vari motivi, l’ansia supera la soglia di tolleranza allora invece di essere una sollecitazione diventa un blocco che condiziona tutta la nostra vita. Quindi non riusciamo più ad affrontare neanche le minime difficoltà, anzi come dice lei stessa anche le situazioni apparentemente neutre e innocue diventano ostacoli insormontabili.

Alla prossima tappa del nostro viaggio nel “pianeta ansia”.

Articolo di Adriana Cigni

 

 Dottoressa Trivelli
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Conversazioni con la Dottoressa Cipriano: chiedere aiuto non è mai un atto di impotenza ma di responsabilità.

Forse è il caso che ti fai aiutare,

forse dovresti andare da uno psicologo”,

questa è la frase che a volte abbiamo detto, a volte ci siamo sentiti dire.  Qual è la reazione a questo consiglio?

  • Non sono mica matto/a!
  • Non ho bisogno di nessuno, risolvo tutto da solo/a.
  • E poi col tempo tutto si risolve…
  • E che bisogna fare, non c’è soluzione.

Le risposte sono frutto di pregiudizi assurdi che ancora nutrono l’idea che chi va dallo psicologo sia pazzo da legare;

Derivano da un senso di autosufficienza: non si accettano i limiti e il bisogno di aiuto, come se chiedere aiuto fosse sinonimo di debolezza.

Sono anche frutto dell’illusione che il tempo cancelli tutto, mentre spesso il tempo diventa come un tappeto sotto il quale si nasconde la polvere, alla fine diventa una montagna invalicabile.

Il senso di rassegnazione, le cose vanno così, si deve soffrire.

Dottoressa Cipriano cosa possiamo rispondere alla rassegnazione, alla diffidenza e anche alla richiesta di risposte  immediate?

È impossibile dare una risposta netta, precisa “ la sua terapia durerà tot tempo!” Non si può prevedere quanto durerà il lavoro fatto insieme, perché occorre considerare diversi fattori, per esempio se la persona è realmente motivata, se sia venuta da me realmente intenzionata a seguire un percorso e quanto sia forte la sua resistenza al cambiamento; altro elemento importante è la complessità della problematica che non è possibile valutare al primo incontro.

Quando una persona decide di consultare uno psicologo ha già fatto un passo nella consapevolezza e nella cura di sé: si è assunto la  responsabilità della propria vita. Ha preso in mano la propria vita con l’intenzione di agire per cambiarla, senza aspettare che sia gli altri, la famiglia, il compagno lo facciano per lei , è nel circuito della propositività, del possibile, dell’autonomia.

Chiedere aiuto non è mai un atto di impotenza ma di responsabilità.

 

 

 

 

 

 

 

 

Dottoressa molti pensano che l’analisi procuri dipendenza e hanno paura che possa distruggere la vita presente, gli affetti, che possa mettere in discussione i loro rapporti con la famiglia, il marito, la moglie, i figli cosa può rispondere come rassicurare?

Molti  pensano che con il tempo si superi tutto, il tempo inteso come panacea per guarire ogni male questa è una convinzione molto comune e anche molto sbagliata.

Quando ci sono  questioni emotive, delle ferite psicologiche avviene proprio il contrario, le cose non vanno “ a posto da sole”, anzi non c’è alcuna azione dinamica: il tempo lascia le cose ferme.  Se una persona ha  delle cose irrisolte che la fanno star male ogni volta che emergono, non le risolve  mettendole in stand by,  restano e anche se non se ne accorge, continuano  a condizionare la vita, i comportamenti, perché non sono mai state elaborale. Il tempo cronicizza, non cancella.

Uno dei motivi per il quali mi sono realmente appassionata all’EMDR è stato proprio il fatto che questo orientamento riconosce la capacità di autoguarigione del cervello. Se ci pensiamo anche il nostro corpo ha questa capacità, quando siamo attaccati da un virus il corpo automaticamente aumenta la temperatura per distruggere il virus, quindi fa di tutto per riportare tutte le funzioni alla situazione iniziale equilibrata, sana, questo è il compito del sistema immunitario.

Ma anche la mente funziona così! Quante volte la nostra mente si riempie di pensieri negativi, ripercorrendo i  ricordi che ci fanno ancora molto male, perché succede? Perché questa ripetitività? Perché cerca continuamente  di risolverli ! Sono tentativi di  autoguarigione che non vanno a buon fine perché quell’evento probabilmente è stato talmente stressante o traumatico da interrompere il processo di elaborazione. Ecco perché a questo punto  la psicoterapia integrata con l’EMDR, può riattivare quel principio di autoguarigione, e la persona si renderà conto che è la sua mente che risolve il problema, è la mente che riuscirà a portarlo verso  la guarigione e questo che un grande riconoscimento dell’autonomia personale che è in totale contrapposizione con l’idea che la psicoterapia crea dipendenza, si mette in luce questo meccanismo di grande capacità che ha la mente . Tutto il non detto , i segreti familiari creano tantissima sofferenza interiore, è necessario dire, liberarsi, lasciare andare.

 

Tutte le immagini sono state prese nel WEB

 Articolo di Adriana Cigni
Dottoressa Paola Cipriano riceve
in Viale Ungheria, 28
20138 Milano
Zona Milano Sud, Corvetto, Corso Lodi.
Santa Giulia
Milano
Zona Rogoredo
Telefono:
344 340.06.16       mail:   [email protected]

“Il vero sapere è dentro il paziente” Dottoressa Paola Cipriano

È ormai chiaro che il mondo della Psicoterapia mi interessa molto, ho anche la fortuna (non credo sia un caso!)  di conoscere molti/e Psicoterapeuti/e che mi onorano della loro amicizia. Grazie a loro sto esplorando e sviluppando tematiche e argomenti che possono interessare non solo me e la mia crescita personale, ma un po’ tutti coloro che leggono i miei articoli.

Oggi vi presento la Dottoressa Paola Cipriano, io e la Dottoressa ci conosciamo virtualmente e telefonicamente da qualche anno, non ci siamo mai viste ma l’empatia, la simpatia e la mia sana curiosità sul suo lavoro sono scattate subito, con lei svilupperò temi che forse fino ad oggi non ho mai preso veramente in considerazione: quelli riguardanti la psicologia perinatale.

È un viaggio molto interessante parleremo di futuri genitori, o come dice la Dottoressa “del momento in cui il bambino è pensato”,  di gravidanze, di post parto, affronteremo anche temi difficili come il lutto. Ma oggi mi limiterò a presentarla.

D. – Dottoressa Cipriano qual è il suo orientamento terapeutico?

Il mio modello di riferimento è la psicoterapia ad orientamento psicoanalitico relazionale, integrato con la tecnica EMDR.

In questo tipo di psicoterapia si lavora sulla relazione, si pone il focus sulla relazione, su quello che accade tra il terapeuta e il paziente. È inevitabile che all’interno della relazione con il paziente, il terapeuta sia coinvolto, che si metta in gioco come il paziente, ma sia chiaro non allo stesso modo, la relazione ovviamente non è mai simmetrica, il terapeuta è e rimane l’esperto.

Per poter fare un esempio pratico potrei dire che se lo strumento di lavoro del chirurgo è il bisturi (che fra l’altro mette anche il suo modo di operare, modus operandi, che sarà sempre diverso da un altro), lo strumento di lavoro dello psicoterapeuta è sé stesso.

D. – Dottoressa ci spieghi meglio questo concetto.

Per fare questo lavoro ho dovuto seguire un percorso di formazione, un percorso di terapia che mi ha resa consapevole di tutte le mie parti (emozioni, personalità, individualità ecc.), e mi ha dato gli strumenti giusti per poter coinvolgere queste parti nella relazione col paziente, senza che ci siano interferenze negative o disfunzionali.

Io dico sempre al paziente:

Io non ne so più di lei su sé stesso, ma è lei che ne sa di più, il mio obiettivo è aiutarla a tirar fuori quelle consapevolezza e quelle risorse che lei non vede o non riesce a ricontattare in questo momento. Il vero sapere è dentro il paziente.

 D. – Per alcune persone è difficile “guardarsi dentro”, scavare in sé stessi, nel passato, andare a cercare le ragioni del loro malessere, del loro disagio. Preferiscono non andare oltre la propria sofferenza alla quale si sono abituati, che considerano quasi rassicurante, hanno paura di scoprire verità che possano distruggere o rovinare i rapporti sia familiari, sia di coppia. È difficile affrontare a viso aperto la verità, anche se si eviterebbe tanta sofferenza.

Cosa direbbe a queste persone?

La Persona che viene da me è un soggetto responsabile, libero e portatore di risorse e possibilità. Qualcuno ha detto che nessun uomo è un’isola ed è vero, ciò che siamo, quello che viviamo oggi dipende dalla nostra storia personale, dalle relazioni che abbiamo costruito con le nostre prime figure di riferimento e dal nostro personale modo di filtrare tutte le esperienze che abbiamo incontrato nel nostro cammino.  Quando iniziano a manifestarsi sintomi psicologici come attacchi di panico, fobie pensieri ossessivi e ansia vuol dire che la parte più profonda di noi ci sta avvertendo, è un campanello d’allarme, un grido di aiuto interiore, la prova che stiamo soffrendo e quella parte profonda bisogna ascoltarla, farla uscire allo scoperto e prenderne cura. Ecco cosa posso rispondere a queste persone: il sintomo non dovrebbe essere considerato come una maledizione ma come un’opportunità di crescita personale. Se ci si prende cura della propria sofferenza si scopriranno risorse e tesori inestimabili.

Da tempo integro al mio lavoro anche la tecnica dell’EMDR che  permette di dare la giusta importanza anche agli eventi oggettivi che ha vissuto la persona nella sua vita.  A volte ci portiamo dietro problematiche che non sono veramente nostre, disagi e sofferenze e anche eventi traumatici, segreti che si tramandano da genitori e figli,  con l’EMDR si interrompono queste  catene transgenerazionali,si riesce a risolvere in maniera profonda  quegli aspetti traumatici che hanno “attaccato” la sicurezza  di base del nostro sé , e grazie a questa tecnica è  possibile lasciare il passato nel passato e  vivere una vita con le proprio risorse e con maggior libertà rispetto alle ferite del passato

L’EMDR permette di elaborare nel profondo i ricordi traumatici coinvolgendo anche il corpo e le sue sensazioni, favorendo l’integrazione di tutte le componenti del nostro mondo interno: pensieri, emozioni e sensazioni corporee.

D. – So che lei è anche specializzata in psicologia perinatale e poiché per me è un argomento del tutto nuovo, sono veramente felice di poter iniziare con lei un viaggio molto importante che coinvolge sicuramente entrambi i genitori, ma forse ancor più, se mi è concesso un particolare interesse come donna e madre, coinvolge moltissimo il mondo femminile.

Per ora non entriamo nello specifico, come ho detto questa è solo la sua presentazione, in modo che il nostro pubblico sappia di chi stiamo parlando e chi svilupperà i vari argomenti.

Da cosa nasce questo interesse per la psicologia perinatale?

Una donna in gravidanza non è una donna “nuova” che nasce il giorno in cui scopre di essere incinta e diventa “donna in gravidanza”, è una persona, è una  donna che si porta già dentro una sorta di fatica personale, la propria storia di donna e di  figlia,  capita che tutte queste componenti e le  ferite antiche si possano riattivare con la gravidanza e la donna è sì contenta del proprio stato, ma può anche provare altri sentimenti. La nostra società non prende in considerazione, non legittima quest’ambivalenza , facendo sentire spesso le mamme “sbagliate”, basta guardare la pubblicità,  i mass-media , spesso anche il giudizio di altre mamme, tutti si aspettano che la futura mamma sia SEMPRE E COMUNQUE felice, serena .

Ma non si è mai SOLO felici nella gravidanza, si possono provare vari sentimenti : di nostalgia, di malinconia e di fatica,  dubbi, paure, senso di inadeguatezza. Questa parte meno luminosa della gravidanza, questa parte che molte donne si vergognano di far emergere,  per timore del giudizio, mi ha invece stimolata ad approfondire l’area della psicologia perinatale, per contribuire a svilupparla e ampliarla con il mio pensiero . Il mio obiettivo è quello di far venire “alla luce”  (la parte non luminosa esiste e non deve essere nascosta) una visione un po’ più realistica della gravidanza, meno idealizzata e più vicina alle donne , con il mio lavoro e la mia ricerca cerco di  rendere legittima anche la parte non espressa e più faticosa . Incontrando le mamme e ascoltandole tocco da vicino questa discrepanza tra quello che vivono, e quello che la società si aspetta che siano.

Ho così fondato due associazioni, iniziando a collaborare con servizi territoriali di Milano, occupandomi di sostegno in gravidanza, nel post parto e alla coppia genitoriale. Incontrando molte mamme in difficoltà mi sono specializzata anche nella cura della depressione post parto e nella risoluzione del trauma da parto. Proprio per questo nel 2014 ho fondato Asipp-Associazione scientifica italiana psicologia perinatale (www.asipp.it) con la quale mi occupo di formazione per operatori del settore materno infantile conducendo lezioni in corsi di alta formazione e master e interventi di prevenzione, sostegno o psicoterapia per donne e mamme. E sono socia fondatrice di Mei-Mamma e io (www.mammaeio.it) associazione che offre sostegno alla maternità. Conduco gruppi mamma bambino e spazi allattamento oltre che corsi di massaggio infantile.  Sono membro dell’associazione EMDR Italia poiché specializzata nel trattamento dei traumi e del lutto attraverso la tecnica Emdr.

D.- Dottoressa ora le faccio una domanda che pongo sempre, “cosa l’ha spinta a scegliere questa professione?” Sembra una domanda banale ma a mio avviso non lo è, credo che sia un lavoro difficile che coinvolga molto la persona e sono convinta che dietro questa scelta ci siano sempre motivazioni particolari.

Si sceglie una strada, un percorso di vita, una professione per le ragioni più diverse: io ho scelto di diventare psicoterapeuta perché posso tranquillamente affermare che la psicoterapia mi ha salvato la vita. All’età di 18 anni ho sofferto di attacchi di panico, sono andata in terapia, gli attacchi di panico passarono dopo pochi mesi, la terapia è durata anni.

Durante questi anni ho compreso che la comparsa degli attacchi aveva un senso, uno scopo, non erano una disgrazia. Il mio stato di disagio era una delle cose più sane che la mente potesse escogitare in quel momento, era un’opportunità, un segnale, l’ansia arrivava per portare un messaggio. Avevo la possibilità di decifrarlo con l’aiuto di uno psicoterapeuta, da sola non ce l’avrei fatta.

E ci sono riuscita.

Per questo ho deciso che quella sarebbe stata la mia strada.

 

La ringrazio Dottoressa Cipriano so benissimo questo articolo ci dà  solo un’idea del suo lavoro, credo che in futuro potremo sviluppare tantissime tematiche che qui abbiamo solo accennato.

Credo che sia proprio il caso di dire un “a presto”!

Articolo di Adriana Cigni

La dottoressa Paola Cipriano, ha il suo studio a Milano, zona Santa Giulia Rogoredo e Viale Ungheria 28.

                                         Tel: 344-340.06.16

                                        [email protected]

 

 

 

Mutismo selettivo: conosciamolo meglio

Intervista alla Dottoressa Federica Trivelli

Ho già scritto alcuni articoli sul Mutismo Selettivo su Your Edu Action, li ho scritti come persona che si occupa di questo disturbo da molti anni, come traduttrice, editrice e come organizzatrice di Formazioni. Ho sempre specificato che tutte le informazioni e i consigli che diffondo sono il “frutto” di tutto quello che ho imparato dalle Psicoterapeute con le quali ho l’onore di collaborare. Ora credo sia arrivato il momento di approfondire il tema del Mutismo Selettivo, stavolta però intervistando direttamente gli esperti e poiché l’argomento è vastissimo ne parleremo in una serie di articoli. continua su

http://www.youreduaction.it/mutismo-selettivo-questo-sconosciuto/

 

Mutismo selettivo B.E.S. e P.D.P.

 Per la diagnosi di Mutismo Selettivo il P.D.P. non è obbligatorio ma lo ritengo uno strumento veramente importante, una grande opportunità soprattutto per i bambini, perché nel momento in cui viene redatto, vengono stilate tutte quelle modalità operative da attuare in classe, per favorire il benessere del bambino e per aiutarlo a progredire. Ad esempio, ai fini della valutazione possono essere introdotte interrogazioni scritte al posto di quelle orali; può essere introdotto l’uso delle registrazioni; si può dispensare il bambino da prove a tempo; si possono evitare domande troppo aperte o anche dare delle indicazioni molto dettagliate e verificare che la consegna sia stata compresa, perché questi bambini non riescono a chiedere delle spiegazioni. Un’altra modalità operativa efficace è l’introduzione di prove con una gradualità nella difficoltà, detta anche “partenza facilitata”, inserire un esempio nei primi esercizi in modo che possano avere un modello di riferimento. E nelle valutazioni di fine ciclo consentire l’utilizzo del Power Point, con la voce registrata.

continua su

http://www.youreduaction.it/piano-didattico-personalizzato-mutismo-selettivo/

 

Mutismo selettivo e scuola

Intervista alla Dottoressa Federica Trivelli

Questo è un concetto molto interessante, infatti mi capita spesso di ricevere mail e messaggi di genitori e/o insegnanti che non riescono a comprendere come mai il bambino parli appena varcata la soglia della classe, a mensa, oppure addirittura con una compagna solo nel cortile ma non in classe. Che strategie devono attuare gli insegnanti per aiutare i bambini?

Ci sono diverse strategie che gli insegnanti possono mettere in atto per aiutare i bambini ad abbassare i livelli d’ansia e per far uscire le parole, ma ci sono anche comportamenti che gli insegnanti devono evitare e forse potremmo iniziare da questi: continua su

http://www.youreduaction.it/migliori-consigli-esperta-superare-il-mutismo-selettivo/

Studio S.m.a.i.l. (Selectiv Mutism and Anxiety Italian Lab) conosciamoli meglio

https://ilblogdiadri.altervista.org/2018/01/larteterapia-ovvero-disegno-non-peculiarita-dei-bambini-riappropriamoci-della-nostra-creativita/

https://ilblogdiadri.altervista.org/2018/01/sintomo-visto-la-miglior-soluzione-possibile-trovata-dalla-persona-mantenere-equilibrio-sistema/

La dottoressa Daniela Tagliabue, una vera e propria professionista multitasking, ci spiega alcuni concetti importanti.

“…ho capito che questo, è l’unico lavoro che avrei voluto fare.” Dottoressa Federica Trivelli Psicoterapeuta a Torino

A.A.A. Una storia di un ragazzino o di una ragazzina cercasi

Si leggono tante cose sugli adolescenti. Io che vivo un po’ sospesa tra il paese in cui risiedo e il mio, quello a cui appartengo per nascita e per radici, leggo, cerco di conoscere, informarmi e non assorbire solo la negatività, i pericoli, i rischi che una giovane persona può vivere oggi.
Ho un figlio adolescente devo credere in lui, devo capire. È difficile per me come per qualsiasi genitore, tutto quello vissuto prima sembra facile, eppure avevamo la responsabilità totale di una vita.
Oggi guardavo mio figlio, e pensavo che tutti i ragazzini della sua età vivono un momento delicatissimo, se si voltano indietro intravedono ancora l’infanzia, la grande protezione , i giochi, i viaggi, le vacanze , mamma e papà presenti, solidi, perfetti.
Dall’altra parte c’è l’indipendenza, la fatica  e il piacere di dover cominciare scegliere, il mondo, la scoperta di cose nuove belle, brutte, oscure, luminose. Mamma e papà non sono più perfetti e nemmeno immortali e non capiscono sempre tutto che provano, non anticipano più ogni minimo respiro. Sono altro da loro.
C’è la scoperta dell’amore per alcuni, per altri ancora no c’è l’amicizia come grande sentimento.
Se chiudo gli occhi io MI ricordo a 14 anni, perfettamente.Kandinsky "Arco e freccia"
L’adolescenza è una fase naturale della vita, non una patologia, è l’età in cui sono tesi come le frecce, come dice Gibran, pronti a  lanciarsi verso la vita. Non possono essere simili a noi ma possiamo ricordare come eravamo per comprenderli.
Sappiamo cosa c’è là fuori, ricordiamo come noi stessi siamo riusciti a camminare nella vita evitando (o meno) come in uno slalom i vari pericoli.
Se siamo qui, io a scrivere e voi a leggere vuol dire che ce l’abbiamo fatta. Non siamo guerrieri nel senso estremo della parola, o meglio siamo guerrieri armati di fantasia, di voglia di vivere e di sana curiosità e di quel minimo di amore per noi stessi che ci ha permesso di non gettarci in avventure senza ritorno.
Rappresentare la realtà è giusto, ma mettere il luce solo quello che c’è di inquietante, preoccupante, pericoloso tra i giovanissimi non credo che sia giusto. Non credo che sia la strada giusta. C’è un mondo non parallelo, ma qui presente, abitatissimo di ragazzini che vivono situazioni di quotidiana normalità,  che sembrano non esistere nell’immaginario mediatico. Io credo nella forza del messaggio positivo e so quanto possa essere incisivo. Ho contatti giornalieri con genitori e insegnanti conosco le difficoltà, le conosco benissimo. Non ho voglia di vendere libri che vadano a nutrire l’incertezza e la tristezza. Cerco una storia che parli di un ragazzino o una ragazzina  come tutti, che abbia gli occhi bene aperti sul mondo ma che non sia forzatamente sempre vittima, vorrei che si parlasse di bullismo che non è solo rappresentato dal compagno che ti picchia, o ti ricatta ma anche da quello che pratica un bullismo meno violento ma quotidiano, che ti chiede il foglio, la penna, che ti macchia la giacca col bianchetto (si usa da voi? Io vivo in Francia). Vorrei raccontare la storia di un ragazzino ironico e sensibile  che non sopravvive al suo tempo ma vive, combattendo la sua battaglia giornaliera.
Non è vero che tutte le storie a lieto fine sono irreali!
Che messaggio inviamo ai giovani, che non c’è speranza? Che si vive perennemente infelici?
Se qualcuno ha voglia di provare a scrivere una storia, anzi tante storie di un unico personaggio  A.G.Editions sarà felice di leggere la vostra proposta editoriale.
I vostri figli
I vostri figli non sono figli vostri… sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.
Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell’avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.
Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tiene tesi con tutto il suoi vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell’Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l’arco che rimane saldo.

Gentili Insegnanti, il mutismo selettivo è….

Gentili Insegnanti,
l’insegnante è colui che “insegna ad imparare” ovunque nel mondo. E’ il primo approccio con il mondo esterno, è l’autorità extrafamiliare. A volte laddove c’è un vuoto culturale, uno sfascio familiare siete l’unico riferimento “sano” del bambino o del ragazzo.
Conoscevo già la vostra importanza e ora che lavoro sia in Francia che in Italia, scopro che non vi è differenza. La scuola è cruciale. Un bambino in difficoltà è un cucciolo smarrito, un ragazzo o una ragazza in difficoltà “sono anime perse”.

Da anni mi occupo di mutismo selettivo, un disturbo legato all’ansia che si manifesta nel bambino, nell’adolescente o nel ragazzo nell’impossibilità di parlare in alcune situazioni  in cui non si sente a suo agio, in particolare modo la scuola, mentre può farlo senza problemi  in famiglia o in situazioni in cui invece è perfettamente a suo agio.

Nel mio “viaggio” nell’universo del mutismo selettivo incontro bambini senza alcun problema di apprendimento non valutati, perché non si sono trovate alternative all’interrogazione orale, adolescenti isolate in classe, che interrompono gli studi alle medie. Leggo di ragazzi rosi dalla fobia sociale, impossibilitati a parlare costretti a chiedere scusa.
Un’azione così banale che per loro è come scalare l’Everest soffrendo di vertigini.
Care/cari insegnanti, lo so che avete classi sovraffollate, che lavorate tantissimo ma senza la vostra collaborazione i bambini, i ragazzi in difficoltà non ce la possono fare. Quel bambino là in fondo alla classe che non parla, che non gioca , che non partecipa, che non riuscite a “valutare”, quella ragazza che vuole scrivervi le risposte, anche se si trova proprio davanti a voi, dietro il loro silenzio hanno miliardi di parole che si rifiutano di uscire, arcobaleni di emozioni, desideri di vita immensi. E’ sacrosanto, è normale che non siate informati , ma se i genitori vi danno informazioni, valutatele. Se vi consigliano dei libri LEGGETELI!

Questi bambini e ragazzi voi li vedete come i loro genitori non li hanno visti, probabilmente, mai. Voi conoscete il loro silenzio. Il vostro è un mestiere difficilissimo, con un grande carico di responsabilità. Ci vuole un equilibrio psicologico immenso per gestire tante vite in ebollizione e certo i bambini con difficoltà non vi rendono la vita facile. Ma se vi scrivo è perché sono convinta che se esiste una collaborazione stretta e attiva tra voi-famiglia -terapeuta, il bambino in questione o il ragazzo avranno molte più possibilità di progredire nella vita. Non dico di parlare, ma progredire, acquistare fiducia in se stessi.

Adriana Cigni

Il libro sarà disponibile tra qualche giorno potete prenotarlo

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Riccardo, una storia di mutismo selettivo a lieto fine.

Una storia vera, quella di Riccardo, raccontata da chi ha una vasta esperienza di MS.
Valérie Marschall è la Presidente di Ouvrir la voix, l’associazione francese che per prima credo in Europa ha riunito genitori e  dato il via all’informazione sul MS.
Riccardo è suo figlio, non che lui ami essere ricordato o citato, i disegni e gli pseudonimi in francese e in italiano ne proteggono  l’identità. Oggi ha quasi 15 anni, ha altro a cui pensare il mutismo selettivo è qualcosa che interessa sua madre ormai…lui l’ha superato da tanti anni che forse l’ha anche un po’ dimenticato.

                                               CARISSIMI INSEGNANTI

mutismo selettivo 05

Se in classe avete alunni che non parlano, se il silenzio perdura per molto tempo, dopo aver letto questo libro potrete avere almeno il sospetto che si tratti di ms, certamente non sta a voi diagnosticare  e non dovete caricarvi di altre responsabilità.
Avvertite i genitori, consigliate loro di rivolgersi ad uno specialista, fate equipe, fate in modo che il bambino si senta compreso, come diciamo sempre “il problema non è parlare, il problema  è l’ansia”.
 Il libro lo potete ordinare in libreria
direttamente a me scrivendomi a [email protected]
oppure su amazon.it
dove trovate anche la version e-Book
Il costo ?
12.50€ per il libro
7€ per la versione e-Book

 

Parla con me di Claudio Cecchi e Chiara Mercurio

 Comunicato  A.G.Editions

Per la nuova

Collana  « Orizzonti psicologici »

il nuovo libro 

PARLA CON ME

Comunicare con i vostri figli è difficile?

Consigli, situazioni e soluzioni per un dialogo sereno

 

Autori

Claudio Cecchi   Chiara Mercurio

 

Perché questo libro in un momento social-culturale in cui si dibatte molto di genitorialità?

Ho posto la domanda agli autori.

 Dottor Cecchi:

 “Parla con me” nasce dall’esigenza di rispondere a tanti genitori che, preoccupati dall’assenza di dialogo con i propri figli, ci hanno più volte chiesto spiegazioni circa il “ben parlare” ed il “ben operare” con loro.

Perché mio figlio non mi parla più?”, “Perché mia figlia è così preoccupata?”, “Perché sei sempre così arrabbiato?”, e via discorrendo… Quante volte ci siamo fatti queste domande, provando a trovare delle risposte più o meno possibili? E quante volte abbiamo provato a capire cosa potesse esserci dietro quel preciso comportamento? Ecco, “Parla con me” vuole andare in aiuto di tutti coloro non hanno ancora trovato risposta alle loro domande, seguendo un’ottica costruttiva e cercando di dare dei piccolissimi suggerimenti in merito alle varie situazioni genitoriali.

Rabbia, paura, dolore, senso di colpa… I nostri modi di comunicare e relazionarci con i nostri familiari sono spesso in grado di creare situazioni e realtà basate su emozioni ben poco piacevoli! Se, quindi, la nostra comunicazione è in grado di costruire dinamiche familiari “colpevolizzanti” o in cui sentirsi spesso “tesi o allarmati”; è altrettanto vero che sempre dal nostro linguaggio e dal nostro comportamento passano le possibili soluzioni. “Parla con me”, a questo proposito, fornisce dei piccolissimi suggerimenti – indicati sotto forma di psicosoluzioni – in grado di rispondere alle situazioni in esame.

Uno dei paradossi dei nostri giorni è che, se da un lato le occasioni di comunicazione e scambio sono decisamente aumentate con l’avvento ed il progresso della tecnologia, dall’altro, le occasioni di crescita, conoscenza reciproca e confronto attraverso il dialogo, sono paradossalmente diminuite. Troppo spesso, soprattutto nell’ambiente familiare, assistiamo ad espressioni poco eleganti e che a volte ci sembrano inevitabili di fronte alla forte incapacità di stabilire un contatto, una relazione, tra genitori e figli. Ci sentiamo sempre più frequentemente non capiti, fraintesi ed incapaci di creare una relazione funzionale.

 Dottoressa Mercurio:

 “Parla con me” nasce dall’osservazione nella nostra pratica clinica, e non solo, che la difficoltà di comunicazione tra genitori e figli molto spesso è fonte di sofferenza e di stress per entrambi. Ecco che nascono incomprensioni, litigi frequenti, la sensazione di non essere sostenuti, protetti, appoggiati, capiti, amati, rispettati, stimati; e questo è, frequentemente causa di molti scontri e problematiche sia a livello personale che familiare. Il testo vuol mettere in luce alcune delle problematiche legate alla comunicazione e offrire, senza la pretesa di dare la soluzione definitiva e assoluta, indicazione concrete e mirate per affrontare l’impasse in modo più funzionale alla relazione affettiva.

“Parla con me” non vuol essere certo un manuale “perfetto genitore” e neanche una dispensa di “buoni consigli”. Prende in considerazione, a partire dalla nostra esperienza professionale e personale, le sempre più complesse relazioni tra genitori e figli. Ciò su cui abbiamo ritenuto importante e necessario concentrare il focus non è tanto la comunicazione in sé, ma quella particolare comunicazione che trasmette accettazione, comprensione, senso di sicurezza e appoggio: quella che si fonda sulle emozioni.

Come sottolineato nel testo “non si può non comunicare”, perciò quello che resta da fare è essere un po’ più consapevoli di ciò che stiamo comunicando ai nostri figli, partendo dalla domanda: “cosa vorrei insegnare e trasmettere a mio/a figlio/a?”.

Il primo obiettivo che ci siamo posti è proprio quello di aiutare il lettore ad osservarsi e prendere coscienza di ciò che sta comunicando. Questo è il punto di partenza per qualsiasi cambiamento si voglia apportare alla propria comunicazione, e non solo.

Grazie! Certamente non sarà un manuale  “del perfetto genitore” come dice la Dott.ssa Mercurio, ma è pur vero che spesso noi genitori ci sentiamo inadeguati, non all’altezza del nostro ruolo e avere qualche consiglio, qualche pista da seguire ci può essere molto utile. Quindi  è un libro per tutti? A chi è rivolto?

 Dottor Cecchi:

Il testo si rivolge principalmente a tutti i genitori, siano essi separati che coniugati. In secondo luogo, considerando che i protagonisti dell’educazione dei nostri figli sono anche gli insegnanti, gli educatori, gli animatori dei centri ricreativi e/o sportivi ecc, e tenendo presente che tutti coloro che operano con i ragazzi di oggi non possono non considerare il loro mondo emotivo, il loro linguaggio, il loro tessuto relazionale, “Parla con me” è fortemente consigliato anche a tutti coloro che si occupano di educazione.

Dottoressa Mercurio:

 “Parla con me” è rivolto a chiunque voglia, a poco a poco, prendere consapevolezza del proprio modo di comunicare, senza colpevolizzazione o recriminazioni, ma semplicemente con l’intento ultimo di modificare, poco alla volta, cosa e come stiamo comunicando; con lo sguardo rivolto alle conquiste future e non agli errori passati.

Questo libro è rivolto a tutti coloro che si relazionano quotidianamente con bambini e adolescenti. Certo, si rivolge prevalentemente alla comunicazione tra genitore e figli ma lo riteniamo un validissimo supporto anche per coloro che per motivi lavorativi sono coinvolti nell’educazione dei minori, e che spesso trascorrono molte ore con loro: parliamo di insegnanti, educatori, allenatori, ecc.

Ovviamente non dimentichiamo altri familiari come nonni, zii, ecc.

Parla con me

Claudio Cecchi Chiara Mercurio

A.G.Editions

12.50 €

Il libro è disponibile, lo potete acquistare su amazon.it 

o scrivendo a 

 

scrivendo a [email protected]

copertina finale 2

Come una carezza leggera, qualcuno vi sfiora per attirare la vostra attenzione

E dopo aver presentato e consigliato La sfida di Riccardo di Valérie Marschall è il momento di parlare dei I Quaderni.

L’idea dei Quaderni nasce dalla consapevolezza che il Mutismo Selettivo può perdurare nel tempo, e non sia quindi solo prerogativa dell’infanzia.

Perché il titolo I Quaderni? Perché ho pensato ai diari di un tempo, quelli dove si scrivevano, o forse ancora si scrive, i pensieri più profondi, le ansie, i segreti. Alle pagine del diario si confida quello che non riusciamo a dire ad alta voce, le parole non dette, i sentimenti non espressi.

28 persone hanno accettato di scrivere per questo libro la loro storia, le loro emozioni, i problemi, le lotte, le sconfitte, le cadute e le vittorie. Adolescenti, genitori, insegnanti, giovani, una bambina, psicoterapeuti ci parlano della loro esperienza di o con il mutismo selettivo.

Le 28 storie sono state raccolte, lavorate , cesellate e rese fluide dalla curatrice Daniela Conti.

Ancora una volta pubblico un assaggio del libro, i protagonisti sono loro gli autori!

“”I Quaderni sono, per me che li ho raccolti, curati e visti nascere, un percorso di vita fatto di piccoli passi 11998627_10206168481744727_30254207_nimportanti. Una raccolta di testimonianze – scritte sotto forma di racconti personali – di genitori, ragazzi, insegnanti e psicoterapeuti che ha per filo conduttore il Mutismo Selettivo, quella forma di ansia sociale che rende sostanzialmente “muti” i bambini e i ragazzi a scuola o nei contesti sociali e davanti agli estranei.” Daniela Conti

“Nelle esperienze intense, sia quelle belle che quelle brutte, l’essere umano pensa sempre di essere l’unico a vivere quella realtà e, se l’esperienza è dolorosa, spesso la chiusura sembra una soluzione. La condivisione, 11997073_10206170950126435_1328964602_ninvece, aiuta: se attraverso i Quaderni scoprirete che non siete gli unici ad avere la fatica di dover spiegare  cos’è il mutismo selettivo, ad avere paura che le conquiste di oggi scompaiano domani, se scoprirete che qualcuno sa dire con parole quel marasma che si scatenava in voi quando, da piccoli, la maestra chiamava il vostro nome, se leggerete la stessa vostra fatica nell’affrontare il coro di Natale, saprete di non essere (i) soli al mondo.” Dottoressa Simona Ius

“La mia infanzia, la mia adolescenza e, meno gravemente, la mia “post-adolescenza” sono state segnate da un costante impedimento a potermi esprimere in modo veramente libero. Questo non a causa di una malattia o di un ritardo mentale. Mio padre, dal momento in cui capì il mio problema, mi parlò di “freno a mano tirato”. Ma tutti i freni a mano, come tutte le viti, tutti i bulloni, si possono sempre sbloccare. Lui, essendo meccanico, questo lo sa bene. Non esiste un bullone che non si possa “mollare”.   Fabio Spanu

“Io ho imparato a leggere negli occhi dei miei figli prima che le loro parole diano il colore definitivo a quello che io ho già intravisto. Forse tanti dei nostri bambini ci vogliono dire cose più grandi di loro, a volte cose troppo dolorose, ma le parole sono difficili da trovare. Gli occhi invece lasciano passare tutto. Cecilia

11992165_10206170950926455_1002201793_n“Nessuno parla, perché Martina è assorta, fruga nello zaino, non si accorge di ciò che la circonda, chiusa nel suo mondo ovattato rotto solo da un gran silenzio. Passanti, la compagna di banco, le preme il fianco con un dito per attirarne l’attenzione. Martina solleva il capo. … Eleonora Siniscalchi

“Certo, lavoro. Sto fuori casa dodici ore. La mamma è stanca la sera. Torna, cucina, riordina ed è già ora di andare a dormire!  «No amore, non posso giocare ora! Dobbiamo alzarci presto domani!». Perché una giornata ha soltanto ventiquattr’ore? Due ore insieme sono niente. Se lavorassi vicino a casa, amore… Se potessi lavorarne quattro e non otto… Se tu parlassi mi sentirei meno in colpa? Francesca Longo

“Quel «presente» si fermò in gola finché, dopo quella che mi sembrò un’ora intera di silenzio, qualcuno disse: «lei non parla». Non credevo tutti già lo sapessero e, per questo, iniziai quell’anno scolastico da sconfitta. Alessandra

“Quando più avevo bisogno di attenzioni mi isolavo, sperando sempre che qualcuno venisse lì vicino, rompesse quello scudo per farmi tornare alla vita gioiosa, ma mai ricordo fosse accaduto.” Lorella A.

“Matteo ha una convinzione: le parole, le emozioni e la gioia che tanto tempo fa gli sono state tolte, saranno restituite dal destino alla sua bambina e a tutti quei bambini che non parlano!” Matteo e Alessia

“I Quaderni. Dal silenzio il canto: storie di mutismo selettivo “, è rivolto ai giovani, agli adulti a coloro che ancora non hanno superato il mutismo selettivo ma soprattutto a chi non ne soffre.
È rivolto proprio a tutti gli altri.
Chi è in silenzio, sa bene di cosa si tratta, conosce bene le modalità, gli escamotages per evitare l’invisibilità, per vivere una vita normale senza dialogare con gli altri. Chi lo vive in prima persona lo sa. E allora è proprio a noi, tutti noi che si rivolgono i 28 autori.
Immaginate di essere di spalle.

Come una carezza leggera, qualcuno vi sfiora per attirare la vostra attenzione.

Ecco questo libro è una carezza leggera, vi chiede attenzione, non è difficile, basta girarsi poi è solo emozione.

Il libro è per tutti! Vi piacciono le storie vere? Quelle che fanno vibrare l’anima? Quelle storie che colpiscono anche per la loro sgradevole verità? Allora questo libro è per voi.

foto di Carlo Piodelli
foto di Carlo Piodelli

Non sapete cosa sia il mutismo selettivo? In questo libro se ne parla, è un filo che lega le storie ma quello che conta è : cosa hanno da raccontarci i nostri 28 autori?

Il libro è bello, il libro viene apprezzato non solo per il tema trattato ma anche e soprattutto per quell’arcobaleno di emozioni che ogni storia trasmette. E come l’arcobaleno, i colori possono essere vivaci e allegri, ma anche più scuri, indecisi e malinconici.

Adriana Cigni

Editrice